L’ultimo vertice NATO, organizzazione di cooperazione nel settore della difesa che comprende la maggior parte dei paesi occidentali, si è concluso con un comunicato che sancisce il più sostanziale cambio di direzione che l’alleanza militare abbia intrapreso da anni: per la prima volta, la Cina di XI Jinping è stata esplicitamente indicata come un avversario. La decisione, che ha incontrato l’opposizione di alcuni membri di spicco dell’organizzazione, è stata individuata da buona parte degli osservatori come il frutto delle pressioni mosse dagli Stati Uniti di Joe Biden, che, fin dall’inizio del suo mandato, ha apertamente dichiarato di ritenere il Dragone Rosso una minaccia potenzialmente superiore alla Russia, per decenni principale preoccupazione della NATO.

Il comunicato finale del vertice è l’ultimo episodio di un anno dove gli scontri tra Washington e Pechino sono stati particolarmente duri. Biden è fin da subito stato molto critico nei confronti delle politiche cinesi, definendo il paese come avversario non solo economico e militare, ma soprattutto ideologico, e già a marzo, ad Anchorage, in Alaska, il primo incontro diplomatico tra i due governi, a conclusione di una serie di visite da parte di ufficiali statunitensi in Giappone e Corea del Sud, è stato un susseguirsi di violenti attacchi verbali tra le due fazioni, risultato ripetutosi anche nell’incontro più recente di metà giugno.
Da una parte, Washington continua a muovere contro il governo di Xi Jinping gravi accuse di violazione dei diritti umani in Xinjiang e ad Hong Kong, posizione ampiamente sostenuta da buona parte dei paesi occidentali, e ha recentemente richiesto che si svolgano indagini approfondite sull’origine del Covdi-19 a Wuhan, rilanciando la tesi di un virus creato in laboratorio, ipotesi che però non gode ancora di grande consenso nella comunità scientifica.
Dall’altra parte invece il governo di Pechino rifiuta le accuse mosse dagli Stati Uniti, negando la documentata violazione dei diritti umani dei mussulmani Uiguri in Xinjiang e le violenze contro i manifestanti pro-democrazia hongkonghesi, e accusa a sua volta gli USA di utilizzare la propria superiorità militare e egemonia finanziaria come arma per tenere sotto controllo gli altri paesi.

La direzione intrapresa da Biden ha raccolto reazioni agli antipodi tra i membri NATO. Se da una parte la posizione statunitense viene condivisa da Mario Draghi, che al G7 in Cornovaglia ha definito la Cina un’autocrazia, Germania e Francia non hanno invece accolto favorevolmente il comunicato finale, definendolo il frutto di interessi economici statunitensi nell’Oceano Pacifico, su cui si affaccia anche la Cina.

Con il vertice del 14 giugno, la battaglia intrapresa da Biden contro l’ascesa del Dragone Rosso si è fatta ancora più aggressiva, e diverse testate internazionali hanno già rispolverato la retorica di una “nuova guerra fredda”, apertamente rifiutata da Biden. Quotidiani, televisioni e siti internet stanno lentamente cominciando a prendere posizione sul pugno duro che, per il momento, Biden sembra voler adottare nei confronti di Pechino, ma, anche in attesa del possibile meeting tra l’ex vice di Obama e Xi Jinping al G20 di ottobre, in pochi hanno in realtà preso apertamente le parti di Washington, che sembra aver optato per delle posizioni di politica estera vicine a quelle trumpiane, suscitando altrettanti dubbi e riscontrando un consenso ancora vacillante in Europa, principale alleato USA.





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