La libertà è una cosa molto strana. Ci piacerebbe pensarla come a un elemento della vita che porta soltanto cose positive e prive di conseguenze inaccettabili, ma le cose non stanno così. La libertà comporta responsabilità, consapevolezza, capacità di analisi e un senso di spiccata autocritica. Essere liberi non significa soltanto fare quello che vogliamo, ma soprattutto comprendere le implicazioni di un gesto, di una parola e di una scelta. Ma spesso questo lo dimentichiamo.

È proprio a causa di questo dualismo terribile che la libertà, molto spesso, viene messa da parte in vista di ciò che sembra utile e benefico. Così, accade di vivere in epoche in cui gli altri, quasi sempre persone auto-elette più sagge e intelligenti, finiscono per prendere le decisioni al posto nostro, proibendoci a priori di comportarci in una determinata maniera o costringendoci a imboccare sentieri di vita che altrimenti non avremmo mai percorso. Capita, in queste strane epoche, che qualcuno abbia il potere di fare della nostra vita ciò che essi vogliono, o peggio: che la nostra volontà diventa talmente debole da desiderare noi stessi di vivere una vita così come gli altri vorrebbero che la vivessimo.

Ma, nonostante tutto, l’unica considerazione logica che spicca di fronte a noi è la seguente: la mia vita mi appartiene e nessuno ha il diritto di farne qualcosa che io non abbia volontariamente determinato. Detto in modo più chiaro: la vita è mia e devo farci ciò che io voglio.

Non esiste giustificazione logica al paternalismo che viene spesso imposto, quello di chi afferma di sapere meglio di me che cosa fare della mia vita. Questo è un atteggiamento che si può eventualmente sopportare e seguire durante la fase dell’inconsapevolezza, quella dell’infanzia, e solo parzialmente quella dell’adolescenza, quando (si dice) la volontà e la capacità di autodeterminarsi dell’individuo sono ancora acerbe e porterebbero a scelte deleterie che devono perciò trovare perlomeno il contraltare di chi ha maggiore esperienza (anche se non è detto che quell’esperienza sia utile a migliorare le scelte di qualcuno). Non c’è possibilità di affermare senza vergogna che le scelte della mia vita debbano appartenere ad altri che al sottoscritto, soprattutto tenendo presente che, se questa regola vale per tutti, vale ancora di più per coloro che vorrebbero comandare sulla mia vita: ma la loro vita, chi la comanda?

Lysander Spooner aveva ben chiaro questo problema quando scrisse il pamphlet polemico “I vizi non sono crimini”. La tesi di fondo di Spooner è la seguente: fintantoché la mia azione non determina un danno diretto e concreto a qualcuno intorno a me, essa sarà sempre legittima, anche quando, agli occhi di altri, stia arrecando un danno a me stesso. Questo perché, molto semplicemente, i miei vizi non sono dei crimini. Questi ultimi infatti sono designati da un’azione che, traendo eventualmente beneficio per colui che la perpetra, arreca un danno, attraverso un’aggressione, a qualcuno che non partecipi volontariamente a quell’azione. Al contrario, compiere un’azione che arrechi danno a me, ma non danno diretto ad altri, può essere considerato un vizio, un odioso spreco, un atto stupido e deleterio, ma non è un crimine e per questo non punibile né soggetto a divieto.

Se volessimo dunque ragionare sul fondamento logico della legalizzazione e della proibizione, dovremmo chiederci quanto segue: l’uso di stupefacenti, in sé e per sé, causa un danno criminale ad altri che non sia l’utilizzatore? È ovvio che la risposta a questa domanda è no. L’uso di stupefacenti è indubbiamente, quando non accompagnato da una consapevolezza e da grande parsimonia, un danno che qualcuno arreca a sé, ma non necessariamente un danno diretto e concreto ad altri. Quali sono le motivazioni che spingono qualcuno all’uso di LSD? Possono essere molteplici: la semplice curiosità autodistruttiva, oppure una ricerca interiore che segue le orme di Aldous Huxley e Allen Ginsberg, convinti che l’uso di acidi permettesse l’accesso a un grado di consapevolezza più alto. Perché un ragazzo desidera fumare uno spinello? Forse per sopportare meglio il peso di un’adolescenza depressa, forse perché si è circondato di amici che ne fanno uso, o forse perché questo lo fa stare bene, al netto delle preoccupazioni dei genitori. In qualunque caso, la risposta a queste scelte non può mai logicamente essere la proibizione, quanto piuttosto la comunicazione e la persuasione: i genitori e le istituzioni dovrebbero instaurare un dialogo aperto con il ragazzo, volto a indagare le motivazioni di una certa scelta, e agire sulle eventuali inconsapevolezze. Ma proibire significa rendere più affascinante, e fumare uno spinello per il fascino potrebbe essere una curiosità autodistruttiva.

La proibizione porta con sé demonizzazione, e la demonizzazione è il sentiero perfetto per l’uso sbagliato di qualche cosa: non solo della droga, anche una relazione amorosa, portata avanti per sfregio nei confronti del divieto può essere distruttiva.

Da non-utilizzatore di droghe io affermo perciò quanto segue: se la mia vita appartiene a me, sono libero di farne ciò che voglio, di lasciarmi guidare dalle motivazioni che ritengo più intime alla mia visione del mondo, e fintantoché le mie scelte non cadono nella definizione di “crimine” (ovvero un atto che determina un danno diretto e causalmente collegato al mio gesto), io sono libero di fare ciò che voglio, anche di autodistruggermi. Da questo principio possiamo ragionare su come agire, attraverso il dialogo, per dissuadere i nostri cari dal farlo. Ma il divieto, la proibizione e la demonizzazione sono la chiusura a priori di qualsiasi dialogo.

Io sono per la legalizzazione di tutte le sostanze, perché credo che un uomo dovrebbe evitare di usare l’eroina non perché lo Stato glielo impedisce, ma perché egli capisce che quella non è una strada desiderabile. Da qui, una piccola rivoluzione dell’animo umano è forse possibile.





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