Le ricadute legate al rampante interesse del mainstream per la medicina psichedelica continuano a tenere banco nella comunità internazionale. Mentre sostanze e pratiche vengono presentate al grande pubblico, spesso in maniera affrettata e superficiale, come la panacea per vari disturbi neuro-psichiatrici e la svolta verso la corsa all’oro medico-psichedelico, non manca chi segnala piuttosto l’urgenza di un approccio più prudente, critico e articolato. È stavolta il caso di un’ampia analisi proposta su Salon.com da due esperti impegnati soprattutto nel campo delle terapie con l’ibogaina.

Con l’esplicito titolo di Perché i ricercatori studiano gli psichedelici in modo completamente sbagliato, Jonathan Dickinson e Dimitri Mugianis  affrontano in dettaglio le lacune medico-scientifiche alla base di certe facili promesse di cura e ne mettono a nudo i vari aspetti controversi, concludendo che «l’industria della salute mentale non ha idea di cosa stia facendo con gli studi su queste sostanze».

Sotto accusa è innanzitutto il modello scelto per introdurre gli enteogeni nello scenario medico, trainato in primis dalla non-profit statunitense Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS) e mirato in particolare al trattamento del disturbo post traumatico da stress (meglio noto con l’acronimo inglese di PTSD). Aggiunta nel 1980 nel  Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), la “Bibbia” della diagnostica psichiatrica, da qualche tempo denunciato (e abbandonato) come “scientificamente insignificante” da buona parte degli stessi operatori.

Oggi il PTSD è divenuta una diagnosi sempre più comune (soprattutto in Usa), che oggi abbraccia reduci di guerra, vittime di assalti sessuali o di altri traumi, chi è affetto da stress acuto o risente degli effetti psicologici dell’emergenza Covid, e viene rapidamente riconosciuta come disabilità permanente dall’assistenza pensionistica. Senza ovviamente volerne negare gli effetti deleteri, è una condizione tanto medica quanto sociale che trova ampio spazio sui media generalisti. Portando a un quadro complessivo «perfetto per una campagna PR basata sugli psichedelici come prossima cura medica miracolosa» per far fronte al dilagare del PTSD.

Più in generale, il punto è che nell’ultimo mezzo secolo si è capito che, soprattutto in campo psichiatrico, raramente i sintomi sono indicativi dei veri disturbi in atto e dei trattamenti migliori, tesi su cui storicamente poggia(va) l’intero DSM. La scienza psichedelica, pur vantandosi di essere all’avanguardia, rimane invece ancorata a questi modelli antiquati e garantisce interventi super-mirati e perfino “miracolosi”.

È quanto sostengono, fra gli altri, il Dr. Bruce Levine, psicologo clinico, e Ross Ellenhorn, autore di How We Change (2020):  ciò vuol dire colpevolizzare questi soggetti affinché trovino a tutti i costi una “cura” e innesca una pericolosa ipermedicalizzazione della salute mentale.

Va detto che  i professionisti che gestiscono le odierne sperimentazioni cliniche, compresi i protocolli di Maps ufficialmente abbracciati dalle autorità Usa, sono generalmente persone competenti e compassionevoli. È però il contesto specifico alla base di tali sperimentazioni a rivelarsi fallace: la ricerca in quanto tale è finalizzata a inscatolare queste sostanze e i loro effetti all’interno dell’attuale sistema sanitario, tagliando fuori l’esperienza o il percorso individuale. Invece, chiarisce l’articolo: “Se gli psichedelici offrono qualche promessa, è perché non operano in maniera lineare né danno risultati nottetempo. L’esperienza psichedelica è alquanto espansiva. Può spingere i soggetti verso la crescita e l’auto-indagine personale che si estendono nello spazio e nel tempo, magari facendo emergere problematiche e introspezioni nuove che divengono un punto di riferimento anche per anni a venire”.

Non manca il riferimento (in negativo) al cosiddetto “effetto Pollan”: le aspettative poco realistiche diffusesi nel pubblico (e in molti addetti ai lavori, nuove aziende incluse) dell’esistenza di una “pillola magica psichedelica”, sulla scia del best-seller pluritradotto del giornalista californiano, How to Change Your Mind (2018). Effetto che sembra destinato ad ampliarsi, vista l’uscita a luglio 2021 del seguito, This is Your Mind on Plants, ampia indagine sugli effetti sulla nostra psiche di sostanze quali oppio, caffeina e mescalina.

Piuttosto, concludono gli autori del pezzo su Salon.com, le recenti depenalizzazioni (in alcune città Usa) di piante e sostanze enteogene appaiono propedeutiche alla diffusione di informazioni corrette e di pratiche di auto-cura, oltre a ridurre i rischi legali per quei praticanti che continuano a operare nell’underground. Questi ultimi potrebbero anzi decidere man mano di  “uscire allo scoperto”, proponendosi pubblicamente come mentori e terapeutici al di fuori dell’establishment medico ufficiale ma capaci di offrire applicazioni più sfumate e articolate della medicina psichedelica.

Va tuttavia evitato, aggiungiamo noi, di contrapporre così nettamente questi ambiti: l'”effetto Pollan” può fare danni anche negli stessi ambienti underground. Una ricerca del 2017 basata su un sondaggio online (Bad Trip Survey) con più di 2000 soggetti partecipanti, ha rivelato che le esperienze traumatiche sono sorte soprattutto in simili situazioni non controllate e/o auto-gestite.

In un caso e nell’altro, occorre evitare scorciatoie e facili illusioni,  insistendo a favore di prudenza e informazione, con grande attenzione a dose, set, setting, a livello personale, oltre al rispetto di importanti linee-guida etiche per le entità che operano variamente nel settore. E nella divulgazione per il grande pubblico, meglio puntare a un approccio più maturo – chiarendo al meglio potenzialità e sperimentazioni in corso, ma lasciando perdere entusiasmi immaginari o false promesse terapeutiche.

Fonte: Psycore





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