Paolo Borrometi è un giornalista ragusano, un giorno rientrando a casa dalla redazione viene aggredito e malmenato da alcuni uomini incappucciati, passano poche settimane e gli viene anche bruciato il portone di casa.

Marilena Natale invece è stata convocata in commissariato, la polizia le ha reso noto l’esistenza di minacce alla sua vita estrapolate da alcune intercettazioni telefoniche tra camorristi, stanchi delle sue inchieste sul traffico dei rifiuti, e da allora vive sotto scorta, senza la possibilità di muoversi da sola neppure per fare la spesa o per andare a trovare i genitori. A Giovanni Tizian invece le minacce sono arrivate di persona, una telefonata anonima gli ha notificato che se avesse continuato a rompere le scatole con le sue inchieste sull’attività della ‘ndrangheta in Emilia, qualcuno si sarebbe occupato di “sparargli in bocca”. Storie che provengono da diverse zone d’Italia, unite dal filo rosso professionale delle vittime: giornalisti che si occupano di mafie e corruzione, andando coraggiosamente a rovistare tra i loschi traffici delle organizzazioni criminali.

Professionisti coraggiosi che svolgono, per dedizione ad un mestiere troppo spesso svilito, compiti che spetterebbero alle strutture giudiziarie di uno stato che invece troppo spesso li lascia soli.

La storia del giornalismo coraggioso e dell’attivismo di base contro la mafia è ormai lunga nel nostro paese e ci racconta di esempi capaci di insegnare come attraverso l’impegno e il coraggio si possa veramente cercare di cambiare cose in apparenza troppo grandi, potenti e radicate per tutti. In un’era di rassegnazione come quella che viviamo, dove in tanti credono che l’unica azione civile possibile sia quella di condividere sterile indignazione sui social network o di firmare petizioni online, andrebbero insegnate a scuola e narrate in prima serata sulle reti televisive. Ma non accade niente di tutto questo, i suoi protagonisti più coraggiosi sono anzi spesso dimenticati e, se esagerano, anche derisi e calunniati pubblicamente. Una storia che possiamo fare cominciare dalla vicenda di Giuseppe Impastato, attivista e giornalista indipendente di Cinisi, in provincia di Palermo. Proveniente da una famiglia mafiosa e dalla mafia ucciso per il suo irriverente coraggio il 9 maggio 1978. Esattamente 40 anni fa.

Giuseppe, per tutti Peppino, nasce nel 1948. Suo padre Luigi durante il fascismo era stato condannato al confino per il suo coinvolgimento nella malavita organizzata e suo zio, il boss Cesare Manzella, viene fatto saltare in aria nella sua auto imbottita di tritolo nel 1963.

Cinisi in quegli anni è una roccaforte mafiosa, retta dall’intoccabile capo Tano Badalamenti. Il giovane Peppino, appena quindicenne, è scosso dalla morte dello zio e già allora capisce ciò che poi urlerà negli anni fino alla morte, alla radio come nelle piazze, senza giri di parole: la mafia è una montagna di merda. Ad appena 17 anni fonda un giornalino (“L’idea socialista”) nel quale si scaglia contro i mafiosi e i potenti che tengono in scacco la sua terra. Il padre deve difendere la “rispettabilità” della famiglia e lo caccia di casa, ma questo non lo ferma.

Anche in Sicilia arriva potente l’eco delle rivolte del 1968 e Peppino entra nel movimento studentesco, organizzando manifestazioni in difesa dei contadini espropriati delle terre per la costruzione della nuova pista dell’aeroporto di Palermo. Gli anni ’70 sono in tutta Italia gli anni in cui si mescolano con una forza mai vista prima né dopo attivismo, arte e cultura.

Sono gli anni degli “Indiani metropolitani”, dei fumetti di Andrea Pazienza, delle prime radio libere che diffondono antagonismo e controcultura. Peppino si ritrova dentro questo clima ma non lo vive certo con la spensieratezza di molti suoi coetanei che si trasferiscono in massa a Bologna per giocare alla rivoluzione dai corridoi delle Facoltà. Lui è diverso. Divora libri ma abbandona l’università ritenendola “una fabbrica d’ignoranza al servizio del potere”, ama la creatività e la potenza della satira ma gli interessano solo come armi per rinforzare la propria lotta, rifiuta testardamente di emigrare perché sa che il suo destino è quello di lottare per cambiare la sua terra. Nel 1977 è alla testa del gruppo di attivisti che fonda Radio Aut.

Con un trasmettitore amatoriale di terza mano inizia ad utilizzare il media più potente di quegli anni per raggiungere tutti i cittadini di Cinisi e dintorni. In poche settimane la radio è sulla bocca del paese, tutti la ascoltano: giovani studenti, casalinghe, lavoratori e naturalmente anche mafiosi e politici che, nella sua terra, troppo spesso rappresentano un’unica categoria.

Il programma più seguito è il suo, si chiama Onda pazza, una trasmissione satirica ma allo stesso tempo tremendamente seria, precisa e puntuale nel fare nomi e cognomi degli intoccabili “uomini d’onore”, come da queste parti si chiamano con reverenza i boss. Dal microfono denuncia le speculazioni edilizie, la gestione degli appalti, racconta l’incredibile costruzione di un tratto di autostrada a zig zag per evitare di passare sui terreni “degli amici e degli amici degli amici”, i traffici di droga e gli intrallazzi tra politica e malaffare nei consigli comunali. Ma la cosa veramente insopportabile per i boss è il tono con il quale quel ragazzo irriverente si permette di canzonarli e ridicolizzarli.

L’autorità mafiosa si basa innanzitutto sul concetto di rispetto ed onore, Peppino lo sa ed il suo obiettivo è distruggerli entrambi. Il capo dei capi, Tano Badalamenti, viene ribattezzato nelle trasmissioni Tano Seduto, come se fosse il ridicolo personaggio di un film western, e sistematicamente sbeffeggiato davanti a tutta la città. È decisamente troppo. Il padre lo implora di smetterla con queste “minchiate”, spiegandogli che solo il fatto di appartenere ad una famiglia mafiosa lo sta proteggendo dalla vendetta di Cosa Nostra, ma Peppino non ci pensa nemmeno. Luigi Impastato muore nel settembre 1977 in un incidente stradale.

Ai funerali partecipa tutta la mafia locale e Peppino ha un’ultima possibilità per salvarsi. Tano Badalamenti gli si avvicina per porgergli le condoglianze della mafia, ma Impastato non solo lo schiva evitando di stringergli la mano ma pochi giorni dopo decide di candidarsi alle elezioni comunali per la lista di estrema sinistra Democrazia Proletaria, mettendo l’antimafia al centro del proprio programma elettorale. Il 9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui viene ritrovato in via Fani il cadavere di Aldo Moro, il corpo carbonizzato e quasi irriconoscibile di Giuseppe Impastato viene ritrovato di fianco alla ferrovia.

Un’imponente manifestazione spontanea raccoglie migliaia di persone sulle strade di Cinisi: lavoratori, studenti e persone comuni cantano “Peppino è vivo e lotta insieme a noi”. Appena 5 giorni dopo i cittadini di Cinisi lo eleggono simbolicamente in consiglio comunale.

La stampa nazionale ipotizza che si sia suicidato o che addirittura sia saltato in aria accidentalmente mentre preparava un attentato. La magistratura invece archivia l’inchiesta senza condannare nessuno. Ci vorranno anni di battaglie dei suoi amici e della madre per arrivare alla verità: Peppino venne ucciso a colpi di pistola dai sicari di Badalamenti e poi il suo corpo venne fatto saltare in aria.

Nel 2002 la magistratura scrive la parola fine condannando Tano Badalamenti all’ergastolo come mandante dell’omicidio e Vito Palazzolo a 30 anni di carcere come esecutore materiale.

Sono passati 40 anni e molto è cambiato. Le mafie non sono più un fenomeno regionale, ma si sono diffuse in tutta Italia e non solo. Da tempo non sono più comandate da uomini con la coppola in testa che ordinano omicidi in dialetto. I mafiosi di oggi gestiscono strutture che somigliano ad aziende multinazionali con affiliati che hanno studiato nelle migliori università, sono preparate a gestire e investire enormi flussi di denaro, riciclare i frutti del traffico di droga e di rifiuti tramite attività di copertura, partecipare agli appalti ed anche ai bandi per ottenere attraverso prestanome i fondi comunitari, come scoperto di recente in merito ai fondi per l’agricoltura in Sicilia.

Tramite la capacità di influire sulle decisioni di parte dell’apparato statale – testimoniata ancora una volta poche settimane fa dalla sentenza sulla trattativa stato-mafia che ha visto la condanna del braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, e di altri uomini politici – e la presenza capillare in numerosi Consigli comunali e regionali controllano fondi pubblici ed appalti. Dal 1991 ad oggi sono stati 293 i Consigli comunali sciolti per mafia, anche in Regioni insospettabili come Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna. Il segno inequivocabile che le mafie non possono più essere raccontate come un fenomeno del sud Italia.

A non essere cambiato è invece il coraggio di tanti giornalisti che rischiano ogni giorno la propria vita per compiere il proprio mestiere. Sono molti di più di quanti si pensi quelli che hanno idealmente raccolto il testimone di Peppino Impastato. Un piccolo esercito determinato che spesso combatte non solo contro la mafia ma anche contro editori che per mancanza di coraggio o interesse li lasciano soli.

Non per niente spesso lavorano per siti e blog o piccole realtà editoriali indipendenti. Secondo i dati dell’osservatorio Ossigeno sono 3.574 i giornalisti che hanno ricevuto minacce negli ultimi dodici anni. Spesso intimidazioni indirette, con l’obiettivo di mettergli i bastoni tra le ruote, come le denunce per diffamazione. Altre volte in forme più gravi come nel caso di Giovanni Tizian che si trova costretto a vivere sotto scorta non in qualche piccolo paese dell’entroterra siciliano ma a Piacenza, nel cuore della pianura padana. 
Questi giornalisti, così come i tanti cittadini comuni e le associazioni che ogni giorno cercano con le proprie forze di combattere mafia e corruzione sono i veri protagonisti di quella che è l’antimafia sociale. Una resistenza che non si fa con le interviste in tv, ma con le azioni quotidiane. Sono i commercianti che rifiutano di pagare il pizzo, gli attivisti che fanno progetti con i ragazzi per dargli un modello alternativo a quello mafioso, i cittadini che si mobilitano contro le discariche costruite dalla camorra e dalle altre organizzazioni criminali. I veri eredi dell’antimafia popolare iniziata mezzo secolo fa da Peppino Impastato.

E i mafiosi reagiscono ancora allo stesso modo di un tempo. Probabilmente perché fino a quando a dargli la caccia sono magistrati e poliziotti la cosa rientra in un accettabile gioco tra “guardie e ladri”, ma che cittadini comuni si permettano di ridicolizzare e sfidare il loro potere nei quartieri è del tutto inaccettabile. In Sicilia, dove tutto cominciò, secondo alcuni studiosi la mafia non è mai stata così debole come negli ultimi anni, lo sostiene, dati alla mano, il professor Salvatore Lupo dell’Università di Palermo in un libro intitolato “La mafia non ha vinto”. Non è un caso che proprio l’isola sia la regione dove più si è sviluppata un’antimafia coraggiosa e autenticamente dal basso.

Collettivi come quello dei Briganti di Librino, formalmente solo una squadra di Rugby, ma in realtà una grande esperienza di lotta che dal quartiere più popolare di Catania contende ogni centimetro di strada ed ogni giovane alla criminalità, con una miriade di progetti sociali e per questo si è vista bruciata la sede. Ed esperienze di coraggio individuale come quello dimostrato da Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi, che si è battuto per evitare che la mafia continuasse a conquistare ettari della più grande area naturale protetta della Sicilia, ottenendo in cambio un agguato a colpi di arma da fuoco, dal quale è scampato grazie alla scorta e all’auto blindata, e subendo poi la destituzione da parte del nuovo presidente della Sicilia Nello Musumeci, eletto con i voti di Forza Italia, Lega ed ex democristiani, appassionatamente uniti per cercare di riportare l’isola indietro nel tempo.

Solo due esempi tra i tanti che stanno contribuendo a cambiare una volta per tutte, dimostrando al resto del paese che le mafie e la corruzione si possono contrastare, ma serve molto coraggio.

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