Sono ormai trascorsi 4 anni da quando la terra ha tremato, 4 anni di mancata ricostruzione, 4 anni in cui piani imposti dall’alto tentano di ridisegnare il territorio senza ascoltare i cittadini che lo abitano. Ecco perché questi, sul finire dell’estate, si sono dati appuntamento lungo il Cammino dei Briganti. Arquata del Tronto è stata la prima tappa della Carovana No Hub del Gas 2020, l’iniziativa di protesta pacifica contro il passaggio della mega infrastruttura fossile della Snam nei luoghi colpiti dal sisma del 2016. Il progetto si chiama Rete Adriatica e rappresenta la più grande infrastruttura energetica italiana oggi in costruzione. Si tratta di un metanodotto di 687 km che parte da Massafra, in Puglia – dove si allaccerebbe al TAP, per arrivare a Minerbio, a pochi chilometri da Bologna, e collegarsi alla rete Transmed che prosegue verso nord. Il percorso complessivo attraversa dieci regioni italiane e prevede anche la costruzione di una centrale di compressione e di spinta del gas a Sulmona (località Case Pente), nella Valle Peligna, in una zona sismica di primo grado. Il tracciato, inoltre, percorre aree di grande valore naturalistico come tre parchi nazionali, uno regionale e ventuno Siti di Importanza Comunitaria.

Noi vi raccontiamo questa giornata con le parole di Filippo, che inizia spiegando perché è giusto e necessario camminare oggi insieme alle persone di queste terre: “Perché il tema, per i comitati delle popolazioni terremotate che hanno raccolto la chiamata della Carovana, non è più il terremoto… ma il fatto che non c’è stata la volontà della classe politica di rimediare alla distruzione della vita delle comunità. Perché anche se il progetto Rete Adriatica della Snam non interessa direttamente nel suo passaggio il comune di Arquata del Tronto, questo ‘Gasdotto dei terremoti’ riflette le stesse dinamiche di sottovalutazione del rischio, disinteresse e speculazione che si sono verificate nel post-emergenza del Sisma del Centro Italia”.

Il cammino che da Spelonga porta a Pretare, passando per diverse frazioni rase al suolo, non è semplice e mette in relazione il nostro sguardo, i nostri corpi con le macerie tante volte viste nei Tg o dai finestrini delle automobili, al punto che quando arriva una giornalista della RAI (comunque non autorizzata a parlare di Gasdotto) in principio ai presenti non vengono le parole per parlare della Snam e del suo insensato progetto.

Nel tragitto si apprendono la toponomastica, le storie dei luoghi, si ascoltano i racconti di antichi culti come quello della Dea “Sicinna”. Divinità a cui, secondo la leggenda, si consacravano le donne nell’antichità per divorziare dai mariti e dunque per questo poi bandite durante la cristianizzazione dell’impero romano (successivamente pare confluirà nel culto di Santa Gemma).
Si conoscono meglio anche le storie e i progetti che sono nati dal basso, nonostante tutto, e che potrebbero dare una prospettiva di vita concreta e attuale per chi rimane. Siamo testimoni, con brividi di emozione, del tessuto sociale che sta provando comunque a cicatrizzarsi sopra la mancata ricostruzione, nonostante tutto. Si aprono sentieri, rifugi, ecomusei, biblioteche itineranti; si torna a studiare il territorio palmo a palmo; si sperimentano lavori ecocompatibili nonostante tutte le restrizioni e le limitazioni del caso; si riattivano castagneti, si torna a dar valore a quegli usi civici e Comunanze che il Decreto Semplificazioni vorrebbe smantellare per far spazio alle grandi opere come il Gasdotto Tap/Snam.

Progetto di ricerca Emidio di Treviri
Gruppo di lavoro multidisciplinare nato nel 2016 che porta avanti un’inchiesta sociale sul post-sisma del Centro Italia





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