Panama-Papers

Si tratta del più grande scandalo finanziario globale e coinvolge politici, celebrità e magnati dell’industria, i cui conti off-shore sono stati portati allo scoperto da un lavoro giornalistico di inchiesta. Il modello è quello del whistleblowing digitale portato alla ribalta da Wikileaks prima ed Edward Snowden poi. Il giornalismo tradizionale sembra aver quindi imparato dai suoi concorrenti digitali con una differenza fondamentale: nel caso di Wikileaks tutti i documenti erano stati messi online per essere consultati liberamente, con i Panama Papers invece i giornalisti di Icij – l’International Consortium of Investigative Journalism che comprende oltre 500 giornalisti di oltre 100 media companies – hanno scelto di pubblicare contenuti scritti da loro sui rispettivi giornali (per l’Italia il settimanale L’Espresso).

La cosa più interessante, oltre ai contenuti rivelati che hanno messo in imbarazzo politici del calibro di Putin e Cameron, è il fatto che tra le varie redazioni coinvolte è stato messo in piedi un vero e proprio social network parallelo criptato, attraverso il quale i giornalisti potevano comunicare in modo sicuro per verificare le informazioni e passarsi i documenti. Non solo, perché per scandagliare gli 11,6 milioni di documenti forniti da un informatore i giornalisti hanno utilizzato un programma che funziona con la tecnologia eDiscovery: attraverso il riconoscimento ottico vengono estrapolati in pochi secondi testo, metadati e informazioni, in qualsiasi lingua siano stati scritti.

I Panama Papers verranno quindi ricordati come il momento in cui il giornalismo tradizionale di inchiesta ha imbracciato con cognizione di causa le tecnologie digitali per rivelare gli sporchi segreti del potere.





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