Diversi studi antropologici, nutrizionali e genetici hanno indicato che la dieta umana si è evoluta negli ultimi 10.000 anni e i più importanti cambiamenti sono avvenuti negli ultimi 150 anni.

Con il cambio dei ritmi e delle forme di lavoro, il tipo di alimentazione e altri fattori dovuti all’evoluzione tecnologica che ha caratterizzato l’ultimo secolo, sono stati alterati l’apporto e il dispendio energetico assieme al tipo e la quantità di grassi assunti. Inoltre, la tecnologia alimentare, l’agroindustria, la moderna acquacoltura hanno determinato forti cambiamenti nella creazione di vegetali e animali, con conseguenti cambiamenti nella composizione della dieta delle società occidentali. Così sono state rese disponibili maggiori quantità di cibo ma anche marcati cambiamenti nell’equilibrio dei nutrimenti.

Acidi grassi, cos’è cambiato?
Negli ultimi 100 anni si è verificata una evoluzione del rapporto tra ω-6 e ω-3 nell’alimentazione delle società occidentali; l’antico equilibrio tra ω-6 e ω-3 si è mantenuto costante ed equilibrato per milioni di anni durante la lunga storia evolutiva del genere Homo, e determinati cambiamenti genetici si sono verificati in risposta a queste influenze dietetiche.
I rapidi cambiamenti nella dieta avvenuti durante gli ultimi 100-150 anni sono stati un fenomeno totalmente nuovo per l’evoluzione umana, e in un lasso di tempo molto breve se comparato con la sua storia evolutiva. Geneticamente parlando, gli esseri umani oggi vivono in un “ambiente nutrizionale” che differisce da quello per cui sono stati selezionati. Diversi studi sugli aspetti evolutivi sulla dieta umana indicano che sono avvenuti importanti cambiamenti nel tipo e nella quantità di acidi grassi essenziali (EFA) assunti regolarmente e nel contenuto di antiossidanti degli alimenti (vitamine C ed E).

Chimica degli acidi grassi
Gli acidi grassi sono i componenti comuni e fondamentali dei trigliceridi e vengono definiti come “acidi grassi” le catene alifatiche monocarbossiliche (R-COOH) con più di 10 atomi di carbonio. Da alcuni autori sono ritenuti grassi anche gli acidi monocarbossilici da 4 atomi di carbonio in poi, poiché in alcuni alimenti, come nella frazione lipidica del latte, sono stati ritrovati acidi a 4, 6 e 8 atomi di C.

In natura vi è la netta prevalenza degli acidi grassi a numero pari di atomi di carbonio, mentre quelli a numero dispari sono rari e riscontrabili in basse quantità nei grassi del pesce. Si possono anche osservare acidi grassi a catena ramificata, ad anelli con tre o cinque atomi di carbonio e con ossidrili (acido ricinoleico dell’olio di ricino), in ogni caso quelli maggiormente diffusi in natura sono lineari.

Rispetto ai legami chimici, gli acidi grassi alimentari sono divisi in due categorie:
Saturi quando presentano tutti legami semplici (–C–C–);
Insaturi quando hanno uno o più doppi legami (–C=C–), in particolare:
Monoinsaturi, con un solo doppio legame (come l’acido oleico e erucico);
Polinsaturi, con due, tre e fino a sei doppi legami (come l’acido linoleico, linolenico, EPA e DHA).

Come i corrispondenti gliceridi, gli acidi grassi saturi prevalgono nel mondo animale (eccezione: cacao, cocco, palma e palmisti) e i più comuni sono il palmitico a 16 atomi di carbonio e lo stearico a 18, mentre gli acidi grassi insaturi si trovano prevalentemente nei vegetali e pesci di acqua fredda.

Gli acidi grassi polinsaturi con il primo doppio legame in posizione 3 (ω-3) oppure 6 (ω-6) che hanno da 20 a 22 atomi di carbonio con 3, 4, 5 o 6 doppi legami, svolgono importanti funzioni biochimiche:

• sono indispensabili per la struttura delle membrane biologiche, in quanto costituenti dei fosfolipidi;
• sono i precursori degli eicosanoidi (tra cui le prostaglandine), mediatori chimici a livello cellulare;
• regolano i lipidi ematici, in particolare il colesterolo HDL e i trigliceridi, svolgendo, così, un’azione preventiva nei confronti dell’aterosclerosi.

Acidi grassi essenziali (EFA)
L’uomo dispone di enzimi che permettono l’allungamento della catena carboniosa all’estremità carbossilica (opposta al carbonio ω) e la deidrogenazione (rimuovere due idrogeni per creare un doppio legame/insaturazione) tra l’ultimo carbonio insaturo e il carbossile, ma non può deidrogenare gli ultimi sei atomi di C, quelli dalla parte del gruppo metile, mancando dell’enzima ω-3 desaturasi. Di conseguenza, gli acidi grassi che hanno un doppio legame a 6 o 3 atomi di C dal fondo della catena (ω-6 e ω-3) non possono essere biosintetizzati e devono essere assunti obbligatoriamente tramite l’alimentazione.
L’acido linoleico (ω-6) e l’acido α-linolenico (ω-3) e i loro derivati ​​a catena lunga sono ad esempio componenti fondamentali delle membrane cellulari animali e vegetali. Mentre le proteine ​​cellulari sono geneticamente determinate, la composizione delle membrane cellulari dipende in gran parte dall’assunzione alimentare.
Queste due classi di EFA non sono inter-convertibili, sono metabolicamente e funzionalmente distinte e spesso hanno funzioni fisiologiche opposte. L’equilibrio tra questi due acidi grassi è quindi fondamentale per il mantenimento di una buona salute e uno sviluppo armonico.

Il rapporto Omega 3/Omega 6
Gli acidi grassi ω-3, l’acido linoleico ω-6, l’acido eicosapentaenoico (EPA) e l’acido docosaesaenoico (DHA) sono stati parte della dieta umana durante la sua evoluzione. Come si può osservare in figura 1 l’essere umano assumeva anticamente quantità molto inferiori di grassi e il rapporto tra i diversi tipi di grassi era omogeneo. Nel corso dell’ultimo secolo si è osservato come le diete occidentali hanno subito un forte aumento in grassi saturi e acidi grassi polinsaturi ω-6, combinata a una diminuzione in ω-3. Il rapporto ω-3/ω-6, una volta bilanciato 1:1, si è rapidamente ridotto a 1:15 fino a 1:20.

Il ruolo degli acidi grassi ω-3 ed in particolare EPA e DHA è stato ampiamente studiato in medicina evidenziandone le capacità antitrombotiche, antiaritmiche, antiipertensive e antinfiammatorie. Molti di questi studi indicano che gli acidi grassi ω-3 (assunti con un rapporto ω-3/ω-6 vicino all’equità) diminuiscono il rischio di malattie cardiovascolari come l’infarto, mentre alti livelli di ω-6 attenuano questo effetto. Elevati livelli di ω-6 aumentano infatti il consumo di acido arachidonico (AA), il precursore di molti composti bioattivi come i leucotrieni, i trombossani e le prostaglandine, sostanze riconosciute come pro-infiammatorie e pro-aggregatorie, capaci di promuovere lo sviluppo di malattie cardiovascolari.
Sebbene un aumento del consumo di acidi grassi ω-3 non possa da solo sradicare il rischio di complicazioni cardiovascolari, è sempre più evidente che una dieta ricca in ω-3 possa prevenirne la comparsa o migliorare lo stato della malattia.

Un altro dato da osservare è la presenza degli acidi grassi ω-3 nel latte umano, sottolineandone l’importanza nella dieta e nello sviluppo. Studi scientifici hanno infatti dimostrato che gli acidi grassi ω-3 sono essenziali durante l’intero il ciclo di vita dell’essere umano e che il DHA (ω-3) è essenziale per il normale funzionamento della retina e del cervello.

Dieta mediterranea
In uno studio clinico svedese condotto da A. Ambring et al. nel 2005 sono state comparate la dieta svedese con quella mediterranea, studiando l’effetto in soggetti sani e tenendo conto del rapporto tra acidi grassi fosfolipidi ω-6 e ω-3, il numero di leucociti e piastrine e il fattore di crescita vascolare endoteliale (VEGF). Questo è uno studio molto interessante e importante perché ha chiaramente dimostrato che il rapporto plasmatico degli acidi grassi ω-6/ω-3 è stato sostanzialmente abbassato dopo la dieta mediterranea rispetto a quella svedese. Il rapporto era 4,7 per la dieta svedese e 2,6 per quella mediterranea. Non vi è stato alcun cambiamento nella proteina C-reattiva (CRP) o nell’interleuchina-6 (IL-6), ma il numero totale di leucociti era inferiore del 10% e il numero totale di piastrine era inferiore del 15% dopo la dieta mediterranea, così come il siero VEGF, 206 ± 25 pg/ml contro 237 ± 30 della dieta svedese.

Gli autori hanno così concluso che una dieta di ispirazione mediterranea riduce il numero di piastrine e leucociti e le concentrazioni di VEGF in soggetti sani. Questo può essere collegato alle maggiori concentrazioni sieriche di acidi grassi ω-3, che promuovono una composizione favorevole di fosfolipidi. Questi risultati sono coerenti con gli studi della ricercatrice greca Artemis Simopoulos basati sulla dieta tradizionale in Grecia prima del 1960, periodo in cui la dieta era ricca in ALA, EPA e DHA.

Olio e semi di canapa come fonte di ω-3
I semi di canapa sono una ricca fonte di acidi grassi con una frazione lipidica del 25-30%. Lo spettro degli acidi grassi è la ragione dell’elevato valore nutrizionale dell’olio di semi: rispetto ad altri oli commestibili non raffinati, l’olio di semi di canapa contiene quasi esclusivamente acidi grassi essenziali (EFA), un’alta percentuale di acidi grassi polinsaturi (PUFA) pari a circa l’85% e un’alta percentuale di acido alfa-linolenico ω-3 (15-25%), presente in quantità così significative solo in pochi altri oli da cucina come l’olio di soia e di colza. Inoltre, il rapporto tra ω6 e ω3 è ottimale con un valore di 3:1, rendendo l’olio di canapa un prodotto ideale per integrare acidi grassi essenziali ω-3 e ω-6 in proporzioni adeguate.

L’olio contiene anche piccole quantità di altri acidi grassi polinsaturi (PUFA) tra cui l’acido gamma-linolenico (GLA, 18:3 ω6) e l’acido stearidonico (18:4 ω-3), il cui contenuto varia notevolmente con la varietà e le condizioni di crescita. Infine, l’acido oleico monoinsaturo contribuisce con il 10-15% e gli acidi grassi saturi totali rappresentano circa il 10% degli acidi grassi totali.

Oltre ai suoi benefici nutrizionali, l’olio di semi di canapa ha una serie di effetti positivi sulla pelle: studi clinici hanno infatti dimostrato che i PUFA possono alleviare o addirittura risolvere alcuni problemi della pelle secca e la supplementazione di GLA ha dimostrato apportare un graduale miglioramento dei sintomi dell’eczema topico e dell’acne.

Conclusione
● I dati emersi dalle ricerche evolutive della dieta umana indicano che gli esseri umani si sono evoluti seguendo una dieta in cui il rapporto tra ω-6 e ω-3 era circa 1, mentre nella dieta occidentale moderna si è ridotto 15:1 a 20:1.

● Molte complicazioni croniche, malattie cardiovascolari, diabete, cancro, obesità, malattie autoimmuni, artrite reumatoide, asma e depressione sono associate a un aumento della produzione di trombossano, leuconene e CRP. Tutti questi fattori aumentano con l’aumento dell’assunzione di acidi grassi ω-6 e diminuiscono con l’aumento dell’assunzione di acidi grassi ω-3.

● Il rapporto tra ω-6 e ω-3 nella dieta è un fattore molto importante per la salute. Come entrambi gli acidi grassi essenziali influenzano l’espressione genica e assumono un ruolo importante in svariate funzioni biologiche dell’organismo, maggiore attenzione va posta alla dieta, in modo da assumere una corretta quantità di acidi grassi polinsaturi (PUFA).

● L’introduzione dell’olio di semi di canapa nella dieta quotidiana apporta un aumento sostanziale di acidi grassi essenziali (EFA), acidi grassi polinsaturi (PUFA), ω-3 e ω-6 in un rapporto ottimale.

 

 

Bibliografia
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