olio di palmaLa buona notizia è che con la nuova regolamentazione europea sulle etichettature in vigore dal 13 dicembre, tutti i prodotti devono avere chiaramente enunciato se lo contengono o meno, mentre prima veniva solitamente nascosto dietro la dicitura generica “oli e grassi vegetali”. Siamo parlando dell’olio di palma, ingrediente utilizzato nella maggior parte dei prodotti da forno industriali, oltre che in creme e detersivi. Un olio che piace alle industrie dati i suoi bassi costi di produzione, ma che causa effetti nocivi alla nostra salute e pressoché devastanti a quella del pianeta.

LA STORIA DELLA SUA DIFFUSIONE. L’olio di palma è sempre stato molto usato nei paesi dell’Africa occidentale come olio alimentare. In Europa la sua importazione su grossa scala comincia invece all’epoca della rivoluzione industriale, quando si diffonde prima come lubrificante per i macchinari e poi come ingrediente per la nascente industria cosmetica e dei saponi (tanto da dare il nome alla famosa azienda Palmolive). Dalla fine del 1800 inizia il processo di coltivazione massiva e industriale delle palme da olio, introdotte dagli olandesi in Indonesia e dagli inglesi in Malesia. Mentre a partire dal secolo scorso il suo utilizzo si diffonde prepotentemente nella nascente industria dei cibi industriali, dapprima in quelli da forno, poi anche in pane, margarina e cioccolato. Una diffusione dovuta innanzitutto al costo inferiore rispetto a tutti gli altri oli vegetali esistenti ed alla sua versatilità di utilizzo. Oggi l’olio di palma, con oltre 50 milioni di tonnellate di produzione annua, è l’olio vegetale più commercializzato al mondo, e da solo rappresenta il 65% delle transazioni internazionali di oli. Secondo le stime della Fao, a causa dell’aumento della popolazione globale, la sua produzione potrebbe triplicare entro il 2050, a meno che non se ne diminuisca l’utilizzo nella produzione dei cibi industriali.

I PROBLEMI DEL SUO UTILIZZO SULLA SALUTE. Nonostante sia un olio vegetale, l’olio di palma non presenta quelle caratteristiche che associamo tipicamente ad un prodotto con un origine del genere, cioè pochi grassi saturi e bassa capacità di alzare il livello di colesterolo “cattivo” (LDL) nel sangue. Questo infatti non è proprio il caso dell’olio di palma, visto che a seguito del processo di raffinazione presenta un alto valore di acidi grassi saturi o trans-idrogenati, non di molto inferiori a quelli contenuti nel burro. Diverse ricerche hanno messo in luce come un’eccessiva assunzione di olio di palma contribuisca ad aumentare i fattori di rischio cardiovascolare ed è stato accertato che i principali acidi grassi che alzano il livello di colesterolo, aumentando i rischi di coronaropatia, sono largamente presenti in questo alimento (acido laurico, acido miristico e acido palmitico). Dati che hanno spinto l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ad elencare l’olio di palma fra i grassi saturi dei quali si consiglia di limitare l’uso a coloro che devono ridurre il livello di colesterolo.

I DANNI ALLA SALUTE DEL PIANETA. La palma da cui si estrae questo olio è coltivata soprattutto in Indonesia e Malesia, paesi dove questa monocoltura estensiva sta procurando danni incalcolabili, a cominciare dalla deforestazione che produce. Secondo una ricerca del WWF, “se ancora 50 anni fa l’82% dell’Indonesia era coperta da foreste, già nel 1995 la percentuale era scesa al 52%, e al ritmo attuale entro il 2020, le foreste indonesiane (tra le maggiori al mondo per estensione insieme a quelle dell’Amazzonia e del bacino del Congo) saranno definitivamente distrutte e con loro andranno perduti anche tutti quei servizi ecosistemici cruciali per la sopravvivenza delle popolazioni locali e della stessa biodiversità.” Inoltre la produzione di palme da olio produce anche enormi emissioni di Co2 nell’atmosfera, tanto da aver reso l’Indonesia il terzo paese mondiale per emissioni di anidride carbonica. Il disboscamento senza sosta prodotto dal continuo aumento della domanda mondiale sta comportando danni incalcolabili alla biodiversità del pianeta al punto che, sempre in base alle ricerche condotte dal WWF, oltre 1.200 specie vegetali e 200 specie ornitiche sono a rischio estinzione a causa della deforestazione in atto.

L’inversione di tendenza nell’utilizzo di questo olio è fortunatamente già iniziata e in seguito ad una petizione lanciata da diverse associazioni dei consumatori e ambientaliste, alcune grosse catene di supermercati hanno già dichiarato che questo grasso tropicale sparirà dai loro prodotti. In Italia Coop, Esselunga, Ikea e LD market hanno aderito alla petizione (disponibile su change.org) che chiede l’abolizione dell’olio di palma dai prodotti alimentari.





2 Comments

  1. Lorenzo Sandman Gentilini says:

    Coop avrà aderito però nella sua crema spalmabile solidale l'olio di palma è uno degli ingredienti principali… Predicano bene!

  2. Daccordo che è uno dei peggiori grassi e io da tempo lo evito, ma il pianeta ha un suo farbisogno alimentare.
    Conoscete un metodo piu ecosostenibile ed economico, per produrre grandi quantità di grasso alimentare? Se si, dite quale. Qualsiasi coltura, richiede disboscamento e grosse emissioni di co2 per le lavorazioni. Il Problema è che siamo troppi e forse la colpa è dei combustibili fossili.

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