La vita è un divenire, dicono. Ma tutto ciò che diviene, diviene secondo delle regole: anche tu, anche la tua vita. La domanda quindi è: le conosci, queste regole, o stai soltanto ubbidendo ad esse?
Pensaci: ti svegli e ti scappa la pipì. Corri a farla e stai pensando a tutte le cose che devi fare in quella giornata. Sei già in corsa, sei già nel vortice di finalità e obiettivi che chiami “vita”: una galleria infinita di propositi che diventano nulla non appena li raggiungi. Mentre corri, se qualcuno ti sorpassa, ecco la necessità di sorpassarlo a tua volta, di arrivare prima di lui… ma arrivare dove? Al semaforo rosso?

È così che stai vivendo la tua vita, un minuto alla volta: correndo dietro quelli che definisci bisogni, biologici e fondamentali, oppure del tutto fabbricati dalla cultura, dal sistema percettivo in cui sei immerso. E valuti vittorie e sconfitte in questo gioco, valuti il tuo stesso valore dentro questo gioco di società che poi chiami “realtà”. Ma le regole di questo gioco, chi le ha stabilite? Non tu: tu nemmeno hai coscienza che esistano, queste regole, quanto un segnaposto sulla mappa del Monopoli non ha idea che esista un libretto di istruzioni per giocare. Aspetti che invisibili mani gigantesche ti spostino lungo le caselle, sperando di non finire su quella che ti fa pagare tutto ciò che hai e ti sbatte fuori dal gioco, o quella che ti manda in prigione. Sei soltanto una pedina del gioco che tu chiami “la tua vita”. Dimmi: secondo te i soldi del Monopoli sono meno “reali” per la pedina di quanto siano “reali” i soldi che usi tu per fare la spesa?

Sei in ritardo e c’è traffico, il semaforo è rosso e corri e ti affanni e ti preoccupi perché così arriverai tardi all’appuntamento e questo pregiudicherà le possibilità correlate e magari perderai il cliente e il tuo partner è sempre teso in questi giorni, quale sarà il problema? Devo capirlo e devo affrontarlo e devo risolverlo altrimenti fallisco come essere umano e nel contempo devo riuscire a continuare a pagare il mutuo e c’è la crisi e non possiamo più uscire dall’euro e l’immigrazione è ingestibile e poi ti fermi e dici: sì, ok. Sì, c’è traffico, è rosso. Sì, magari perderò il cliente, magari anche il lavoro. Sì, il mio partner è teso, magari ci lasceremo. Sì, c’è la crisi, chissà, magari finiremo col lottare per un pezzo di pane raffermo. L’euro, l’immigrazione, certo, chissà, magari scoppierà la guerra atomica.
Ma fino ad allora, io sto esistendo, un minuto alla volta, proprio ora. Finché un’onda atomica di calore mi ridurrà a un tizzone ardente, io continuerò a esistere, con o senza tutte queste cose, con o senza preoccuparmene, pensarci, rincorrerle. Esisterò anche senza nemmeno uno di quei soldi tanto “reali”, esisterò anche se mi mettono in prigione. Esisterò persino se smetto di giocare secondo le regole che altri decidono per me. Non sono queste regole a farmi esistere: sono io, esistendo, a fare esistere anche loro.
È questo il punto in cui ti rendi conto che non c’è assolutamente NULLA che tu sia davvero costretto a fare. Scegli tutto tu. Anche di respirare, scegli. Se vuoi, puoi smetterla.

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