Un recente rapporto di Greenpeace, chiamato “Foreste al Macello II”, svela cosa si nasconde dietro l’esportazione di carne dal Brasile all’Europa (Italia compresa), dimostrando che la deforestazione dell’Amazzonia brasiliana continua a essere alimentata (illegalmente) dalle grandi aziende di esportazione di carne che distruggono la foresta per creare grandi allevamenti di bestiame destinati al macello.

L’inchiesta ha svelato una realtà sconcertante: la foresta viene distrutta (spesso illegalmente) per creare un’area di pascolo di possesso di una determinata azienda agricola, che iscrive l’area forestale nel Registro Ambientale Rurale per regolarizzarne la proprietà attraverso una semplice autodichiarazione. Gli animali che occupano quella porzione di terra vengono, poi, venduti a un’altra azienda agricola. Questo passaggio rappresenta un escamotage per far perdere le tracce sull’origine dell’occupazione illegale. In seguito il bestiame viene venduto ai macelli e alle aziende di lavorazione della carne che, infine, la smerciano sul mercato nazionale o internazionale (Europa, Asia e Medioriente).

Nel report di Greenpeace si legge che JBSMinerva Marfrig, le principali aziende di lavorazione della carne del Brasile, acquistano carne “illegale” derivante da questo processo losco, rifornendo, infine, il mercato internazionaleCosì questo prodotto giunge a ristoranti, supermercati e fast-food europei fino ad arrivare sulle nostre tavole e anche noi, senza saperlo, contribuiamo alla deforestazione selvaggia dell’Amazzonia.

JBS e le altre principali aziende di carne bovina affermano che, sebbene seguano da vicino i loro fornitori diretti – le aziende agricole che forniscono direttamente i macelli – non possono essere certi che non sia stata effettuata un’opera di deforestazione illegale nella catena di approvvigionamento, poiché non possono monitorare i fornitori indiretti.

Tuttavia, un’indagine congiunta di “Réporter Brasil”, il “Bureau of Investigative Journalism” e “The Guardian” ha scoperto che non è proprio così; alcune fotografie scattate la scorsa estate da un camionista JBS mostrano il trasporto di bestiame da una fattoria sottoposta ad embargo (a causa di deforestazione illegale) a un’azienda agricola “pulita”, dalla quale la JBS si sarebbe rifornita.

L’azienda ha, ovviamente, smentito, dichiarando al “Guardian” che “JBS sta lavorando a stretto contatto con i dipartimenti governativi nazionali e locali per sviluppare soluzioni e miglioramenti del sistema intorno alla tracciabilità della catena di approvvigionamento e alle migliori pratiche agricole per sradicare la deforestazione. Gli interessi di tutte le parti interessate sono allineati su questa linea d’azione.”

Intanto l’Amazzonia, con i suoi abitanti e il suo ricco ecosistema, è in serio pericolo di scomparsa. Secondo l’Istituto brasiliano di ricerche spaziali (INPE), nel 2019 la deforestazione in Amazzonia è aumentata del 30% rispetto all’anno precedente. Quest’anno la situazione è addirittura peggiore, a causa dei disboscatori illegali che hanno approfittato della mancanza di controlli provocata dalla diffusione della pandemia di Covid-19: tra gennaio e aprile il tasso di deforestazione è aumentato del 62%.

Per questo motivo, Greenpeace ha chiesto “alla Commissione europea di presentare rapidamente una normativa che garantisca che carne e altri prodotti, come la soia, l’olio di palma e il cacao, venduti sul mercato europeo, soddisfino rigorosi criteri di sostenibilità e non siano legati alla distruzione o al degrado degli ecosistemi naturali e alle violazioni dei diritti umani.

L’Unione Europea non può e non deve essere complice di questa distruzione.

Fonte: People for planet – articolo di Maria Grazia Cantalupo





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