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Secondo le ultime stime diffuse, la popolazione mondiale che attualmente ammonta a circa 7 miliardi di persone, a fronte di un incremento del 133% dal 1960 ad oggi, dovrebbe raggiungere i 9 miliardi entro il 2050 e gli 11 miliardi entro il 2100.

Come conseguenza di queste previsioni sta nuovamente prendendo piede l’allarme concernente la sovrappopolazione del pianeta, soprattutto alla luce del fatto che circa un settimo dell’attuale popolazione mondiale versa in condizione d’indigenza e lo stato di salute della biosfera continua a peggiorare in maniera esponenziale.

Alla luce di questi dati potrebbe essere molto semplice strizzare l’occhio alle sempreverdi teorie malthusiane, auspicando una riduzione della popolazione mondiale, magari ottenuta in maniera eticamente accettabile, quale panacea a tutti i “mali del mondo”. Facendo discendere ogni genere di problema, direttamente dalla sovrappopolazione, con il convincimento che la costruzione di un “mondo migliore” debba necessariamente passare attraverso un depopolamento del pianeta.

In realtà l’equazione più popolazione uguale più problemi è molto meno aderente alla realtà di quanto si possa immaginare e non si tratta tanto di diventare di meno, quanto piuttosto di diventare migliori. Infatti anche se si riducesse di un terzo la popolazione mondiale, nulla sta a dimostrare che si ridurrebbero nella stessa proporzione la fame nel mondo o le devastazioni ambientali, dal momento che le sperequazioni sociali e l’approccio distruttivo nei confronti della natura che hanno innescato i fenomeni resterebbero inalterati.

Il vero fulcro dei problemi che attanagliano la modernità non è infatti costituito dalla sovrappopolazione, ma piuttosto da un modello di sviluppo suicida che nel nome del progresso getta un numero sempre maggiore dei propri figli nel baratro dell’indigenza e devasta senza tregua quello stesso pianeta deputato ad essere la nostra casa. Non si può costruire un futuro migliore attraverso misure volte a “tagliare” la popolazione, ad aumentare la quantità di cibo prodotto, per mezzo della chimica e degli ogm, a depauperare sempre maggiori volumi di combustibili fossili nell’illusione di andare più in fretta.

Al contrario è necessario cambiare radicalmente il paradigma del nostro modello di sviluppo. Riscoprire la sobrietà perduta, assieme alla consapevolezza che esiste cibo per tutti, sempre che ci sia la volontà di redistribuirlo correttamente. Uscire dalla parabola consumista nella quale siamo racchiusi e modificare le nostre abitudini, ad iniziare da quelle alimentari che passano attraverso un consumo smodato di carne assolutamente privo di senso. Recuperare la capacità di rapportarci con la natura, considerandola la nostra casa e non un nemico da abbattere nel nome del progresso. Solamente così potremo aspirare ad avere un futuro, perché il nostro futuro, a prescindere da quanti miliardi saremo, passa per forza di cose attraverso la nostra salute e quella dell’habitat in cui viviamo e si tratta di un passaggio da compiere con tutta la prudenza e l’attenzione di cui disponiamo.

 

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