Medical marijuana

L’Italia non è un Paese per malati, soprattutto se fanno usano di cannabis per curarsi. La dimostrazione è contenuta nel recente decreto Lorenzin, nato per regolamentare la creazione di un organismo di controllo per la cannabis, che è entrato in vigore il 15 dicembre.

Lo si capisce subito a partire dalla forma legislativa, quella del decreto, scelta per l’ennesima volta quando si tratta di legiferare in materia di cannabis e medicina. Era già accaduto nel 2007 con un decreto dell’allora ministro della Salute Livia Turco che riconobbe l’uso in terapia del cannabinoide delta-9-THC e dei suoi omologhi e nel 1997 con il decreto ministeriale che autorizzava l’importazione di farmaci che non fossero prodotti nel nostro Paese. Il decreto non viene discusso in Parlamento, come nel caso di una proposta di legge, ma è anche più fragile rispetto ad una legge vera e propria.

I Radicali avevano dapprima denunciato che il decreto assegnava allo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che sta portando avanti la coltivazione di cannabis a scopo terapeutica, una sorta di monopolio in contrasto con la Costituzione, nonostante diversi enti e Regioni (Piemonte e Alto Adige, Friuli) abbiano già manifestato la volontà di avviare dei progetti di produzione e coltivazione a scopo terapeutico. Infine, per bocca di Rita Bernardini, segretario del partito e presidente onorario di LapianTiamo, associazione con cui ha portato avanti diverse disobbedienze civili coltivando cannabis da distribuire ai malati ed autodenunciandosi, hanno annunciato che impugneranno il decreto.

Venendo poi al decreto in sé, non possiamo che sottolinearne gli effetti devastanti sia nell’ottica di una normalizzazione della cannabis in medicina, sia nella pratica quotidiana per centinaia di pazienti che oggi utilizzano la cannabis per svariate patologie che non sono comprese nella lista del decreto.

Erano state date delle indicazioni, prima che il decreto fosse pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale innanzitutto da parte dell’Associazione Cannabis Terapeutica (ACT) che insieme alla Società Italiana di Ricerca sulla Cannabis (SIRCA) avevano inviato una lettera al ministero della Salute e all’ordine dei medici sollevando una serie di criticità che secondo loro sarebbero «gravemente pregiudiziali all’avvio di una seria applicazione del progetto». Le contestazioni principali sono quattro: si vieta l’uso degli estratti, si obbligano le farmacie, che già distribuiscono la cannabis, a dotarsi di macchinari costosissimi, sono state escluse patologie come Parkinson, Alzheimer, Epilessia, Chron e SLA, ed il fatto che risulti vietato guidare (e lavorare in certi casi) per almeno 24 ore dopo l’ultima somministrazione.

Simile la posizione di farmagalenica.it, dove il dottore e farmacista Marco Ternelli precisa che «si rende (quasi) impossibile preparare in Farmacia estratti di cannabis a base oleosa, alcolica o altro, mentre non ci sono problemi per il paziente a realizzarli a casa. Attenzione: l’olio o altri estratti di cannabis non sono stati tolti dal commercio e possono essere comunque prescritti dal medico: è “solo” più difficile trovare una farmacia in grado di prepararli. E che in qualche modo, si riconosce che il lavoro del Farmacista galenista non è fonte affidabile per la realizzazione di un farmaco ovvero che un paziente non Farmacista ha più capacità di un Farmacista laureato».

Anche l’associazione LapianTiamo fa sentire la sua voce spiegando che: «Nelle comunicazioni intercorse con i ministeri siamo stati ogni volta rassicurati e rimandati a tavoli di discussione mai organizzati presso i quali sarebbero dovute intervenire anche altre associazioni che come noi, ne avevano fatto richiesta con l’intenzione di parteciparvi argomentando sui vari aspetti di un decreto che stava per essere stilato per meglio consentire l’accesso ai farmaci cannabinoidi su tutto il territorio nazionale».

Altra cosa da sottolineare, come ha fatto il dottor Simone Fagherazzi che collabora con cannabisterapeutica.info rispondendo alle domande dei pazienti, è che la cannabis, nonostante le incredibili virtù terapeutiche nei campi più disparati, continua ad essere considerata come una terapia di supporto e non come un farmaco vero e proprio.

Il nostro pensiero va alle centinaia di malati che stavano usando la cannabis per curare o lenire il proprio male e che dal 15 dicembre, data in cui il decreto è entrato in vigore, non potranno più accedere ai farmaci a base di cannabis: perché la patologia non è compresa nella lista di quelle ammesse, o per l’aumento di burocrazia che presuppone una comunicazione all’ASL di appartenenza con indicazione del motivo di prescrizione quando prima bastava un registro personale del medico, o ancora perché la farmacia galenica del posto non potrà più effettuare i preparati, o semplicemente perché un paziente ha bisogno di guidare la propria macchina, per lavorare e poter vivere dignitosamente.

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