Durante la pandemia gli impegni globali verso un’economia a basse emissioni di carbonio hanno subito un rallentamento. È quanto emerge da un’analisi svolta per il Guardian dal gruppo Vivid Economics nell’ambito del programma “Financing for Biodiversity”, finanziato dalla MAVA Foundation.

Di fronte allo spettro della recessione provocata dalle misure adottate per contrastare la pandemia, in almeno 18 delle maggiori economie mondiali i cosiddetti Recovery Fund sono stati utilizzati principalmente per sostenere settori a impatto ambientale negativo, come i combustibili fossili o la realizzazione di nuove infrastrutture. Pochi paesi hanno invece deciso di utilizzare i fondi di salvataggio delle economie nazionali dalla recessione per finanziare i settori a basse emissioni di carbonio come l’energia rinnovabile, i veicoli elettrici, l’efficientamento energetico.

Solo quattro paesi – Francia, Spagna, Regno Unito e Germania – e l’Unione Europea utilizzeranno in fondi in modo tale da produrre un vantaggio ambientale netto. L’UE è in testa in questa speciale classifica, destinando il 30% del Next Generation Recovery Fund a fondi ecologici. La Francia e la Germania hanno stanziato rispettivamente circa 30 e 50 miliardi di euro per la spesa ambientale. All’altra estremità della scala, la Cina con 1,3 miliardi di euro per progetti green (lo 0,3% del suo pacchetto di Recovery Fund) e gli Stati Uniti con poco più di 22 miliardi di euro, pari all’1% dei fondi messi a disposizione.

«L’ambiente e il cambiamento climatico non sono stati al centro dei pensieri nella maggior parte dei piani di ripresa dopo i lockdown per la pandemia», ha detto al Guardian Jason Eis, CEO di Vivid Economics.

Anche i paesi che si sono vantati di aver predisposto piani di recupero verde stanno spendendo molto di più in attività che manterranno inalterate o addirittura aumenteranno le emissioni di gas serra. La Corea del Sud ha stabilito piani per un nuovo accordo verde a luglio del valore di circa 150 miliardi di euro, ma continuerà a investire così tanto in combustibili fossili da collocarsi solo all’ottavo posto della classifica stilata da Vivid Economics. L’India sta spendendo circa 830 milioni di dollari per l’economia green ma l’impatto di questi investimenti è ridimensionato dai piani per sostenere il carbone. Il Canada sta spendendo quasi 4 miliardi di euro in energia pulita ma il suo pacchetto di fondi di salvataggio dell’economia di 300 miliardi di dollari prevede finanziamenti massicci per realizzazione di strade e sgravi fiscali per società di combustibili fossili.

Inoltre, secondo un’analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), i paesi sono anche in ritardo rispetto agli impegni presi ai sensi dell’accordo di Parigi sul clima, avendo pianificato tagli alle emissioni pari ad appena il 15% delle riduzioni necessarie per rispettare quanto stipulato nella Conferenza sul Clima del 2015 per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi.

Le emissioni della Cina, scese drasticamente all’inizio della pandemia, hanno già raggiunto i livelli del 2019 e probabilmente li supereranno, spiega Fatih Birol, direttore esecutivo dell’AIE. Di recente, il Presidente cinese Xi Jinping, intervenuto in collegamento video durante l’Assemblea Generale dell’ONU, ha annunciato che la Cina si impegnerà a raggiungere entro il 2060 la neutralità carbonica (o zero emissioni), vale a dire l’equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento dell’anidride carbonica. Senza la Cina, una ripresa verde globale sembra impossibile, ha aggiunto Birol.

Questa situazione è stata anche descritta dal Climate Action Tracker, un’analisi scientifica indipendente a cura del Climate Analytics e del New Climate Institute, che monitora le azioni dei governi e valuta quanto sono in linea rispetto agli obiettivi dell’accordo di Parigi.

I governi di molti paesi stanno allentando le normative ambientali e stanno rafforzando le industrie ad alta intensità di carbonio. «Stiamo osservando che i governi utilizzano la ripresa dalla pandemia per annullare la legislazione sul clima e salvare l’industria dei combustibili fossili, specialmente negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, Messico, Australia, Sud Africa, Indonesia, Russia, Arabia Saudita e altri paesi», ha detto al Guardian Niklas Höhne, del New Climate Institute.

Tuttavia, spiega Lord Nicholas Stern, economista del clima, i paesi fanno ancora in tempo a dare priorità all’economia green. Gli ambiti di intervento sono diversi, scrive Fiona Harvey sul Guardian: si può migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni e degli stabili, riducendo i gas refrigeranti e l’anidride carbonica quando si utilizza l’aria condizionata, isolando tetti e pareti e passando a fonti di calore a basse emissioni di carbonio come i sistemi di teleriscaldamento; vanno aumentate le stazioni di ricarica dei veicoli elettrici, incentivando così l’acquisto di vetture i cui costi sono calati negli ultimi anni; più in generale, va re-immaginato l’assetto urbanistico delle città in modo tale da facilitare gli spostamenti a piedi e attraverso i mezzi pubblici; va migliorata la catena di riciclo dei rifiuti e ridotto l’utilizzo della plastica; vanno incrementati l’utilizzo di fonti energetiche alternative e gli investimenti in nuove forme di energia, come l’idrogeno, e nella cattura e stoccaggio del carbonio.

Da questo punto di vista, grandi aspettative sta suscitando l’elezione di Joe Biden a presidente degli Stati Uniti. In campagna elettorale Biden si è impegnato a far rientrare gli USA nell’accordo di Parigi, dal quale l’amministrazione Trump si è sfilata, e ha promesso di spendere 2 trilioni di dollari per ridurre le emissioni di gas serra e affrontare gli effetti del cambiamento climatico. Se pienamente attuato, il piano di Biden porterebbe gli Stati Uniti a essere il più grande investitore in un futuro a basse emissioni di carbonio.

Tuttavia, ci sarà da affrontare un Senato diviso praticamente a metà e probabilmente in mano ai Repubblicani. E per questo è probabile che i prossimi quattro anni saranno caratterizzati più da un’azione di ripristino di quanto smantellato dall’amministrazione Trump che da un piano sistematico di cambiamento come il Green New Dealscrive Griest.

Già rientrare nell’accordo di Parigi potrebbe avere un effetto sugli altri paesi, commenta Eis. «Sarebbe un enorme segnale per gli altri paesi. Significherebbe che gli Stati Uniti potrebbero avviare una competizione a chi più investe nella green economy a livello globale, in particolare con la Cina».

Fonte: ValigiaBlu





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