«Senti tiranno, non ce n’è solo per tuo padre. Che il grido repubblicano trapani il tuo timpano. Amo l’oppresso, odio il regno oppressore». Pablo Hasel, trentaduenne rapper e militante comunista di Lérida, in Catalogna, fa canzoni a sfondo sociale e politico, nei quali spesso critica la corona spagnola e lo stato. Per questo, solo per questo, all’alba di oggi 12 agenti dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma catalana, hanno fatto irruzione nel rettorato occupato dell’università di Lleida per arrestarlo, dopo che un tribunale lo ha condannato a 9 mesi di carcere con l’accusa di “apologia di terrorismo” e “vilipendio della Monarchia e delle istituzioni dello Stato”.

Accuse smisurate, dietro le quali in realtà si nascondono solamente i testi delle sue canzoni e i suoi post di critica politica contro la monarchia e le politiche dello Stato spagnolo.

Dopo la condanna, pronunciata ieri, Pablo Hasel si è barricato dentro il rettorato dell’università di Lleida, rifiutando di consegnarsi in carcere, dichiarando «mi vengano a prendere, così lo Stato si mostrerà con il suo vero volto, quello di una finta democrazia». Insieme a lui molti compagni e studenti solidali. E lo stato è arrivato a prenderlo, alle prime luci dell’alba come sempre accade in  questo genere di operazioni in tutto il mondo, Italia compresa, quando la repressione sa di mostrare il proprio volto peggiore e cerca di evitare gli orari in cui i cittadini sono svegli.

I Mossos d’Esquadra hanno fatto irruzione nel rettorato e quando ne sono riusciti Hasel era tra loro, a testa alta, pronto a gridare beffardo alla folla presente e al mondo «morte allo stato fascista» prima di essere caricato in auto.

Quello di Pablo non è il primo caso del genere che avviene in Spagna, paese che più di altri ancora deve ripulire il proprio codice penale dai residui della dittatura. Un altro rapper, Valtònyc, si è addirittuta rifugiato in belgio per sfuggire alle medesime accuse. Le vicende dei performer perseguiti per offese e “glorificazioni del terrorismo” sono oggetto di una mobilitazione firmata da circa 200 artisti spagnoli – tra cui nomi pesanti come Javier Bardem e Pedro Almodovar – i quali hanno chiesto la sua liberazione e la revisione del codice penale.

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