Le concentrazioni medie di THC presenti nella cannabis sono aumentate del 17% tra il 1970 e il 2017. A sostenerlo è una ricerca – pubblicata sulla rivista Addiction – che si è occupata di sintetizzare e confrontare i dati di oltre 80.000 campioni di cannabis, raccolti negli ultimi 50 anni in Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi, Francia, Danimarca, Italia e Nuova Zelanda. Ancora maggiore l’aumento riscontrato nelle resine, che si è dimostrato del 24%.

Nessuna variazione di riguardo si è notata invece per quanto riguarda le concentrazioni di CBD, il principio attivo “antagonista” del THC, che concorre a bilanciarne gli effetti. Secondo i ricercatori l’aumento esponenziale del THC a parità di CBD rende la cannabis attualmente sul mercato “maggiormente dannosa” aumentando i rischi di “disturbi psicotici o deficit cognitivi”.

Discutibile la conclusione della ricerca, nella quale il team – guidato da Tom Freeman, direttore del gruppo per le dipendenze e la salute mentale dell’Università di Bath, nel Regno Unito – sostiene che “l’aumento della potenza della cannabis evidenzia la necessità di strategie di riduzione del danno più ampie, simili a quelle usate per l’alcol”. Dimenticando di valutare il fatto che, in ogni caso, la cannabis continua a non dare dipendenza fisica né a causare decessi, a differenza degli alcolici.

“Con l’aumento della concentrazione di cannabis – propone la ricerca – i consumatori si trovano di fronte a informazioni limitate che li aiutano a monitorare il loro uso e a guidare le decisioni sui relativi benefici e rischi. L’introduzione di un sistema di unità standard per la cannabis – simile alle unità standard per l’alcool – potrebbe aiutare le persone a limitare il loro consumo e ad usarla in modo più sicuro”.

 

 

 





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