Il primo è stato rilasciato meno di due anni fa: il 4 agosto 2015 per la prima volta i funzionari statunitensi hanno assegnato il brevetto di una genetica di cannabis a un gruppo di coltivatori californiani. Il brevetto numero 9095554 ha conferito in esclusiva ad un’unica società il diritto a studiare, modificare, sviluppare e commerciare un determinato ceppo di canapa. Le 147 pagine dell’autorizzazione in questione, piene di grafici e tabelle, si occupano di limitare i confini del brevetto allo stesso modo di quanto accade per i farmaci o i semi di molte altre piante.

L’INIZIO DI UNA GUERRA DESTINATA A DURARE. La data del 4 agosto 2015 potrà essere ricordata in futuro come il giorno in cui iniziò la guerra per accaparrarsi il mercato della cannabis a livello mondiale. Perché di questo si tratta. Prima di quella data sono state centinaia le varietà di cannabis sviluppate dai breeder, ognuna con una quantità quasi infinita di varianti. Non solo le varietà autoctone presenti in natura, tipo la “Kush” dell’Himalaya, sono state sviluppate in innumerevoli qualità, ma anche le variazioni genetiche di maggior successo sono da sempre riprese e modificate da banche dei semi di ogni tipo, basti pensare a quante genetiche derivate dalla Skunk o dalla Critical sono presenti oggi sul mercato. Spesso tra i breeder si sono aperte vere e proprie faide su chi fosse stato il primo a scoprire una genetica, su chi avesse copiato chi, eccetera. Ma in assenza di brevetti le varietà di cannabis sono rimaste fino ad oggi di fatto open source, ovvero utilizzabili e modificabili da tutti.

ADDIO AI PICCOLI BREEDER DEL MONDO CANNABICO? Un sistema che sicuramente ha impedito ad alcune banche del seme di proteggere dagli altri attori del mercato le genetiche scoperte limitandone i profitti e le prospettive di crescita, ma d’altro canto ha permesso di evitare la nascita di oligopoli ristretti e ha fatto sì che anche piccoli breeder senza grossi capitali da investire, ma carichi di passione e competenza, potessero competere con i soggetti più grossi, contribuendo a sviluppare genetiche sempre più varie ed innovative. In altre parole, a mantenere sulle genetiche di cannabis le virtù di un mercato aperto senza aspiranti multinazionali in grado di fagocitare la concorrenza o di imporre ai commercianti del settore cannabico di vendere solo i propri prodotti come succede ai bar con le bibite della Coca-Cola.

LA CANNABIS COME LA SOIA, IL MAIS O IL COTONE. Il timore è che nel giro di qualche anno, in una traiettoria parallela a quella della progressiva legalizzazione del consumo, il mercato dei semi di cannabis diventi sempre più simile a quello del cotone, della soia o del mais, ovvero in mano a un manipolo di multinazionali che costringono i produttori ad utilizzare i propri semi a discapito della qualità e della libertà d’impresa. Il mercato della cannabis legale nei prossimi anni potrebbe strutturarsi intorno ad un valore complessivo di 40 miliardi di dollari l’anno e la corsa ai brevetti potrebbe diventare una vera e propria guerra, nella quale rischiano di soccombere gli attori più piccoli e di farne le spese i consumatori.

I RISCHI DELLA BREVETTO SUL MONDO DELLA CANNABIS. Quando viene rilasciato un brevetto, infatti, non si stabilisce solamente il diritto a commercializzare una determinata genetica di seme proteggendola dal plagio. La disciplina dei brevetti, specie quelli Usa, è molto più ampia e disegnata a favore delle aziende più grandi. Si proteggono i brevetti in modo generico e restrittivo, non solo le singole varietà, ma intere gamme di variazione possibile, monopolizzando il diritto alla ricerca su un determinato strain. E se un altro breeder sviluppasse una varietà giudicata anche solo in parte coincidente con quella brevettata da una grande azienda si troverebbe a che fare con i suoi avvocati in cause potenzialmente milionarie. Si tratta di una disciplina dei brevetti che protegge le multinazionali e impedisce l’innovazione.

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NASCONO I PRIMI PROGETTI DI RESISTENZA. Il problema al di là dell’Atlantico è molto sentito da consumatori e piccoli produttori. Per questo diversi avvocati, attivisti ed imprenditori si sono riuniti nel progetto “Open Cannabis Project“, che intende opporsi a questa deriva. Il primo obiettivo che si sono dati è quello di censire tutte le varietà di cannabis attualmente conosciute: la legge stabilisce infatti che i brevetti possano essere richiesti solo su ciò che è nuovo. Se un determinato prodotto è stato di pubblico dominio per più di un anno non potrà essere brevettato. Il database delle varietà esistenti servirà dunque a impedire che la multinazionale di turno possa brevettare qualche varietà o sotto-varietà di cannabis diffusa magari da secoli in una piccola regione montuosa del Nepal affermando di averla scoperta.

IL MERCATO DELLA CANNABIS COME QUELLO DELLE BIRRE. Ad ogni modo la dinamica del brevetto non si potrà fermare del tutto. Se la cannabis è legale allora per la legge diviene una merce, e se è una merce diventa brevettabile. Punto. La dinamica nel giro di qualche anno potrebbe ricalcare quanto accaduto nel decennio scorso al mondo del software, nato come settore di ricerca dominato dall’ideologia orizzontale dell’open source e poi fagocitato dalle logiche del capitalismo e del segreto industriale. Alcuni dei piccoli attori rimarranno sul mercato, ma in un quadro non dissimile da quello del mercato delle birre. Ci sarà la cannabis per la grande distribuzione, le equivalenti della Becks o della Bud del settore cannabico produrranno varietà di massa a prezzi concorrenziali, mentre le più piccole seedbank di qualità si contenderanno il mercato d’élite per i buongustai della canapa con buone disponibilità economiche.

 

 





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