Il lavoro nel settore primario, quello dell’agricoltura, ha definito l’umanità nei suoi ultimi diecimila anni. Coltivare la terra è con tutta probabilità l’attività che ha portato via più tempo ed energie alla nostra specie. Sono pochi decenni che tutto questo è cambiato, almeno nelle economie considerate avanzate.

Da migliaia di anni, dunque, la coltivazione della terra è sempre stata l’unica attività necessaria a tutte le altre. Molto poco è cambiato nella storia, almeno fino a un paio di secoli fa, quando la rivoluzione industriale ha trasformato il modo in cui produciamo beni di consumo. Le macchine e un nuovo modello di organizzazione del lavoro hanno così trasformato anche il modo in cui si lavorano i prodotti della terra. Ma la coltivazione vera e propria, il lavoro nei campi nudo e crudo, è presente ancora oggi, come tristemente ci ricordano le baraccopoli che sorgono nelle zone agricole d’Italia e che si ampliano durante i periodi di raccolto. Nel lavoro agricolo si nascondono tuttora sfruttamento e situazioni sociali ai limiti dei diritti umani.

Parlare di robot e agricoltura ci permette di affrontare uno degli errori logici fondamentali quando si affronta la tecnologia come strumento di progresso sociale. Da un lato tendiamo a idealizzare l’attività dell’agricoltore indipendente, paladino dell’autentico rapporto con la natura, mentre dall’altro demonizziamo i produttori industriali di cibo. Purtroppo, l’agricoltura a km 0 non è in grado di sostenere un pianeta di miliardi di individui. Sarebbe bello che ognuno fosse in grado di prodursi il proprio cibo, ma le priorità dell’intera popolazione umana andrebbero riviste. I grandi produttori di cibo industriale utilizzano la tecnologia sotto forma di chimica, ma anche di logistica, e se ciò scontenta i più puri, di fatto questo è l’unico modo che abbiamo per sfamare una popolazione mondiale in costante crescita.

Alcuni fenomeni di neo-primitivismo, ovvero il rifiuto del modello sociale basato sulla moderna organizzazione del lavoro e l’utilizzo di macchine, auspicano l’idea di ritirarsi in comunità isolate e autonome dal resto della società. Queste sono indubbiamente idee affascinanti, che richiamano stili di vita non facili e altamente sfidanti, ma che si oppongono al modo in cui la società funziona. Possono valere per il singolo, ma non sono strade percorribili da un punto di vista collettivo. Il rifiuto acritico della tecnologia e degli attuali modelli economici è un lusso che solo i privilegiati si possono permettere. L’idea di una comunità di questo tipo non serve a niente quando proviamo davvero a immaginare un futuro su larga scala per la specie umana.

La terra è sporca, la tecnologia è pulita?
Monoculture, OGM e automazione spinta sono i tabù che vogliamo ignorare, rifugiandoci in una idea tanto lontana dalla realtà quanto poco lungimirante in fatto di ottimizzazione di risorse: il problema agricolo è innanzitutto politico e per affrontarlo in tutte le sue sfaccettature bisogna abbandonare ogni tipo di wishful thinking.

Non facciamo finta di dimenticare che l’agricoltura è già in gran parte automatizzata. Sarebbe infatti impossibile dare da mangiare a oltre 7 miliardi di persone solo con metodi naturali biologici e organici, ma soprattutto a km 0. L’industrializzazione del cibo è ciò che permette lo sviluppo di una società complessa e fiorente: senza un’economia organizzata anche nell’agricoltura sarebbe impossibile per milioni di persone, procacciarsi la sussistenza quotidiana. Non ci facciamo più caso perché, per qualche strano motivo, un’infrastruttura molto sofisticata e che di base funziona sempre diventa pressoché invisibile agli occhi dei più. Ma rifornire di acqua potabile e cibo in modo capillare luoghi come Londra, Pechino o Shanghai non è per nulla scontato.

Come spesso capita, il punto è che non esiste un modello che vada bene per tutti ed è essenzialmente ideale nel proporre una molteplicità e pluralità di modelli diversi che si possono adattare alla specificità di ogni situazione. Non facciamo l’errore di pensare che ciò che vada bene per noi vada bene anche per il resto dell’umanità. Tuttavia, la tecnologia se democratizzata e resa economica può funzionare come incredibile modello di sviluppo anche e soprattutto nei paesi che fino a ieri erano considerati i più poveri.
Siamo arrivati a un punto della storia in cui le coltivazioni illegali potranno fare da modello per nuove coltivazioni legali. L’impegno nel nascondere in territorio urbano coltivazioni indoor, oppure la necessità di ottimizzare raccolti in spazi ristretti è totalmente in linea con le esigenze del domani.

I coltivatori di cannabis potrebbero diventare il modello preferito da tutti coloro che proveranno a rivoluzionare i modelli di produzione di cibo. Non è necessario scegliere tra maxi-monocolture e microesempi diversificati. Nel futuro c’è posto per tutte le idee. La gestione dello spazio e dell’energia, quindi di risorse limitate essenzialmente, rappresenta la sfida principale da vincere, ma non la sola. La capacità di ottimizzare tanto gli sforzi quanto i processi diventa essenziale per rivedere i meccanismi di produzione del cibo in un’ottica non necessariamente industriale ma non per questo primitivistica.

Api robot per impollinare
Il progetto B-Droid vuole utilizzare insetti robotici per sostituire le malmesse api nelle operazioni di impollinazione dei fiori. Un team di ingegneri dell’università di Varsavia ha progettato due tipologie di droni in grado di prelevare attraverso un tampone e trasportare il polline per produrre nuovi semi. B-Droid è, infatti, l’evoluzione volante di un robot su ruote che utilizzava la stessa tecnologia per mappare un ambiente utilizzando telecamere e sensori in grado di riconoscere i colori.

Anche Harvard sta studiando una tecnologia simile, ma ancora più evoluta: il progetto RoboBee ha la finalità di creare un dispositivo non più grande di una zanzara, che utilizzi sempre un sistema di tamponi per trasportare il polline. Gli americani sono dunque ancora in fase di prototipo, mentre il team polacco riesce già a portare dei risultati sperimentali molto incoraggianti.

Se la natura non ce la fa più interviene la tecnologia? Il ruolo di supplenza della tecnica può metterci una pezza ma il nostro ecosistema non potrà mai essere un semplice artefatto, per quanto complesso e avveniristico. I ricercatori affermano di voler aiutare e non sostituire le api e altri insetti. Tuttavia, questa tecnologia può avere applicazioni sul lungo periodo dal sapore fantascientifico. Se gli esseri umani dovessero colonizzare Marte, oppure sviluppare colture orbitali, questi piccoli robot potrebbero rappresentare un preziosissimo aiuto per la produzione di cibo. Ma non solo: le piante producono ossigeno, una merce molto rara, una volta che si abbandona la Terra.

Un orto automatico
L’automazione non coinvolge solo le fasi dell’impollinazione, ma anche quelle della coltivazione vera e propria. FarmBot è il primo progetto open source di orto automatico. L’idea è tanto facile da capire quanto difficile da attuare: l’obiettivo dell’iniziativa è quello di creare una tecnologia aperta e accessibile che aiuti chiunque a coltivare cibo. Funziona su hardware open source come Arduino Mega 2560 e coinvolge una comunità di partecipanti su base volontaria che contribuisce attraverso schemi, guide di assemblaggio, suggerimenti per la risoluzione dei problemi.

Rigido e leggero, il sistema è costruito in alluminio e attraverso bracci e attuatori può posizionare con precisione gli strumenti nello spazio XYZ con precisione millimetrica. È composto da sensori, trapani, ugelli, iniettori di semi e altro ancora. Il supporto universale per attrezzi di FarmBot fornisce 12 connessioni elettriche e tre linee di liquido o di gas in grado di supportare qualsiasi strumento che si possa immaginare. Gli strumenti sono accoppiati magneticamente consentendo a FarmBot di selezionare automaticamente lo strumento giusto per il lavoro. FarmBot viene fornito con l’elettronica più comune del mondo fai-da-te: Raspberry Pi e Arduino. Queste piattaforme funzionano perfettamente con il software FarmBot e sono supportate da una comunità molto attiva sempre in cerca di nuove soluzioni.

Unendo un modello sostenibile di agricoltura a un’etica hacker DIY, FarmBot vuole essere la risposta punk all’agricoltura industriale. Anche se il sistema è pensato per funzionare su piccola scala, siamo molto lontani da ogni anacronismo neo-primitivista. Non è detto, inoltre, che sistemi simili non possano essere impiegati anche in modalità massiva, fornendo cibo a intere comunità.

Non esiste un’unica soluzione alle sfide del futuro: molte strade sono percorribili, ma è fondamentale considerare agricoltura e innovazione come due lati della stessa medaglia. Da questo punto di vista le energie rinnovabili sono il complemento perfetto dell’agricoltura automatica. Non serve, infatti, avere più tecnologia se l’energia impiegata è vecchia e sporca. Colture automatiche alimentate da impianti verdi potrebbero essere un’utopia finalmente realizzabile, con qualche ingegnere in più e molti schiavi in meno.





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