Il tema sui nativi americani mi ha colpito molto. La “cultura occidentale” tenta, da sempre, di imporre le proprie idee, anche a coloro che hanno trovato un diverso equilibrio. La violenza e l’omicidio (fino ad arrivare al Genocidio) sono, per me, espressioni iperboliche di un inconscio in totale disequilibrio.

L’imposizione con la violenza implica, a mio avviso, una riduzione della libertà dell’altro essere umano conseguente ad una nostra impossibilità (talvolta anche non volontà) di comprendere qualcosa che “è troppo diverso da noi”. È questa differenza, non affrontata con un equilibrio interiore, che porta all’esercizio della violenza, per imporre, irrazionalmente, le proprie idee. La rabbia “nel non arrivarci” è il sentimento che domina le menti disequilibrate.

La discriminazione perpetrata su “alcuni uomini” si manifesta anche nel regno delle piante. A differenza degli uomini, però, quest’ultime non hanno dote di parola ed è difficile che il loro “lamento” venga ascoltato. Dagli anni ‘20 fino ad ora si è assistito, nei confronti della Cannabis, alla stessa “violenza” a cui stiamo assistendo sugli indigeni americani. Le piante vengono uccise, sradicate, ricercate, al solo fine di esercitare il controllo su un’idea, dichiarata “giusta” dal “nostro mondo” e che viene seguita ciecamente dalla maggioranza delle persone.

Lo spirito critico è assopito, la volontà di ricerca, dormiente, la consapevolezza di dover esercitare una “fatica” per ottenere quello che dovrebbe essere il diritto fondamentale delle persone, “la libertà personale”, è estinta dalla notte dei tempi.
Accettiamo, per pigrizia, di essere schiavi moderni. Se “è meglio fare così” chi intralcia la “decisione del popolo” viene forzatamente indotto a “cambiare idea”.

A me, questo modo di “governare” ha fatto molta paura. Di vita ne ho una sola, vorrei che fosse la mia realmente e non che sia solo un pallido riflesso di ciò che potrebbe essere. Questo mi sta costando molta fatica, simile a quella degli indiani Sioux per proteggere le loro terre. Io credo, però, di condividere, con quei lontani fratelli, un modo diverso di vedere la realtà.

Forse, alla fine di tutto, è proprio questo il punto chiave su cui si presta meno attenzione. 
Hari Om. Namastè a tutti, dal Nepal.

Dottor Simone Fagherazzi
Medico chirurgo specializzato in patologie dell’apparato femminile.
Ricercatore scientifico indipendente in materia di Cannabis terapeutica e cooperazione mente-corpo.





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