NamibiaUn viaggio in Africa, nell’Africa Australe. La scelta della destinazione non poteva che ricadere sulla Namibia, un Paese che comprende e racchiude molti aspetti del continente nero.

Windhoek
Arriviamo a Windhoek, la capitale, di buon mattino e ritiriamo la macchina che abbiamo prenotato dall’Italia. Ci viene raccomandato di guidare piano sulle “insidiose” strade sterrate della Namibia e di fare attenzione alla guida a sinistra.
Windhoek, non è trafficata e non ha l’aspetto delle grandi metropoli africane. Per le ampie strade circolano belle auto, e si vedono eleganti negozi. Qua è là graziosi edifici in stile europeo, come la vecchia chiesa luterana tedesca (Christuskirche) o la stazione ferroviaria olandese, a fianco di strutture moderne della centrale Indipendence Avenue (ex Kaiser Strasse). La città colpisce per la pulizia e per il rigoroso ordine, e si intuisce subito l’impronta lasciata dal passato tedesco, anche perché la popolazione è composta da bianchi tipicamente teutonici, e dalla gente di colore: forse il solo elemento appropriato, visto che siamo in Africa.
Per ristabilire di esserci davvero basta uscire da Windhoek. La strada per Rehoboth, la C24, è deserta oltre che sterrata, e pensandoci se dovessimo avere guai seri rischieremmo di rimanere isolati. Un’ora prima del tramonto, arriviamo a Sesriem, un vero e proprio accampamento con il minimo indispensabile: un benzinaio, un negozio in cui si vende di tutto, la sede del parco dove si acquistano i biglietti d’ingresso, e due differenti tipi di sistemazioni: un campeggio e il Karos Lodge (il cui nome dice tutto). Poiché il camping non affitta tende e non avendone una appresso ci sistemiamo al Karos Lodge. Sesriem si trova nel bel mezzo del parco del Naukluft. Davanti a noi si stendono le dune sabbiose, alte fino a 300 metri, del “Namib dunoso”. Sono così maestose che bisogna socchiudere gli occhi per metterle bene a fuoco ed accorgersi che si tratta di dune di sabbia e non di montagne. Sarà l’oscurità, sarà la distanza, ad ingannare la vista, ma solo quella di Elim, ad appena 5 km da Sesriem, è facilmente distinguibile.

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Il Deserto del Namib
E’ il più antico del mondo, descritto dalla letteratura turistica e illustrato in ogni libro fotografico sui deserti per la seducente bellezza e misticità. Al mattino è ancora buio quando entriamo nel parco e abbiamo tutto il giorno per esplorare il deserto, per scoprirlo, assaporarlo e viverlo secondo lo spirito del viandante. Questo è considerato uno dei deserti più accessibili del mondo: i circa 60 km di strada che s’incuneano tra le dune, sono perfettamente asfaltati. Lungo la via che porta alla “duna 45”
(così chiamata perché si trova a 45 km da Sesriem) il colore della sabbia cambia tonalità da viola a rosa, da rosso ad arancione. Non si capisce perché la duna 45 sia tanto “famosa”: tutto intorno ce ne sono molte altre, ugualmente belle. Nella sabbia vivono tante piccole creature che hanno saputo adattarsi alla perfezione all’ambiente ostile, ed essendo mattino presto le tracce lasciate da scarafaggi, lucertole, ragni, scorpioni e serpenti, e dei loro spostamenti notturni sono ancora ben visibili durante la nostra salita. Una volta in cima il panorama è grandioso. In basso è si stende lo “uadi”, il letto secco dell’antico fiume dove oggi corre la strada tra le dune. All’orizzonte, verso nord vediamo le gigantesche dune di Sossusvlei. Scendendo si avverte il calore del sole che fin dal mattino promette di arroventare la sabbia nel corso della giornata.

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Sesriem
Dopo 14 km, raggiungiamo poi il posto tappa suadentemente denominato “auto parking 2×4”. Qui sostano dei fuoristrada che fungono da bus-navetta per l’oasi di Sossusvlei, dopo una pista di sabbia di 5 km. E’ un’enorme pozza effimera, circondata da dune di sabbia color arancione-albicocca. La pozza raramente si riempie d’acqua, ma quando succede il paesaggio diventa davvero di ineguagliabile bellezza, come si vede sulle fotografie esposte nella sede del parco, a Sesriem. Il Namib, specie a Sossusvlei, è famoso per l’altezza delle dune, e per le piante (molte secche) che lo popolano. Arrivare in cima alla duna di Sossusvlei, assai più alta dei 150 metri della duna 45, è difficile anche a causa del caldo, ma lo sforzo è ampiamente ripagato dal panorama che mi lascia a bocca aperta: crinali di gigantesche dune si susseguono fino all’orizzonte, e i profili delle dune e la luce del sole creano ed esaltano le linee e le ombre. Penso agli altri deserti visitati, ossia Merzuoga in Marocco, Nefta in Tunisia, Wadi Rum in Giordania, Sinai in Egitto, Siloli in Bolivia, Atacama in Cile, Ica in Perù… Nessuno è stato così maestoso e mastodontico. Sulla via del ritorno, sostiamo all’ombra di un albero, quasi a voler rimandare la fine della giornata, a contemplare in religioso silenzio il paesaggio circostante: tutto intorno sabbia, e le immense dune del Namib…

Das Soussusvlei in Namibia

Walvis Bay e Swakopmund
Da Sesriem percorriamo all’incirca 290 km alla volta di Walvis Bay. Ancora inebriati dalle immense distese sabbiose del deserto del Namib, attraversiamo paesaggi diversi, superiamo due passi montani, canyons, lande aride e piatte abitate da struzzi e zebre, prima di incontrare il lungo rettilineo finale, che degrada verso l’oceano Atlantico. Dalle dune del Namib alle dune costiere, meno affascinanti e meno alte, ma pur sempre imponenti, di colore giallo, biancastro. Giungiamo a Walvis Bay prima del tramonto e ci affrettiamo a raggiungere la laguna a sud-ovest della città, dove si trova una delle più grandi colonie di fenicotteri dell’Africa australe. In mezzo ai pochi fenicotteri, avvistiamo dei pellicani, alcuni trampolieri ed altri migratori. I tramonti africani hanno un non so che di grandioso. L’enorme palla gialla colora il cielo di arancione e rosso e scurisce il blu del mare in grigio, nerastro. Ripartiamo alla volta di Swakopmund, 30 km più a nord. La strada costiera è delimitata da un lato dall’oceano Atlantico e dall’altro dal deserto costiero, le cui dune alla luce del crepuscolo, assumono un colore violaceo e un aspetto misterioso. Giunti a Swakopmund, rimaniamo colpiti per la somiglianza con un paese bavarese: case a graticcio, con tetti a mansarda. Il nostro hotel si chiama “Europa Hof” e si trova in Bismark street. Seppur in Africa ci troviamo in realtà, in una sorta di enclave tedesca. Per le strade ci sono molti pub e in tutta la città aleggia il profumo di luppolo e la popolazione è quasi esclusivamente bianca, sovrappeso ed albina. Ceniamo in un pub e non possiamo fare a meno di ordinare dell’ottima birra windhoek lager.

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Luderitz e Cape Cross
Il giorno seguente lasciamo l’anonima Swakopmund, e ci dirigiamo verso nord. Compiamo una breve deviazione di 6 km verso Luderitz, per andare a vedere l’antica locomotiva Martin Luther abbandonata nel bel mezzo del deserto. Proseguiamo verso Cape Cross, per altri 120 km. La strada è ormai quasi interamente asfaltata, ma il paesaggio è desolante, spezzato solo da qualche piccolo rilievo e dalla vista del mare. Il terreno è particolarmente bianco per via delle numerose saline con al centro specchi d’acqua di color rosso. Giungiamo alll’ingresso della Reserve Seal di Cape Cross: la riserva è famosa perché è popolata da circa 200.000 otarie. All’interno ci accoglie il tipico suono emesso dalle otarie, che tutte insieme costituiscono uno spettacolo meraviglioso ed impressionante al tempo stesso. Sono tante, ma tante davvero. Questa straordinaria concentrazione è dovuta all’abbondanza di pesci trasportati fin qui dalla corrente fredda del Benguela. Prima di lasciare Cape Cross andiamo a vedere il luogo in cui, nel lontano 1486, approdò il navigatore portoghese Diego Cão, il primo europeo a toccare le coste della Namibia e dove è stata eretta una croce, contornata da blocchi di cemento che riproducono la croce del sud, la costellazione che indicò a Cão la rotta da seguire. Sulla via del ritorno ci fermiamo in un bar sperduto attorno al quale s’aggirano due sciacalli, e veniamo a sapere dal padrone che nel periodo di alta stagione tutta la costa è frequentata da appassionati pescatori che provengono da tutto il mondo.

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Ethosha National Park
Arrivati nel parco, avvistiamo le prime zebre e springbok (antilope saltante). Dall’Halali Camp partiamo per un safari fotografico verso nord: sul tragitto ancora zebre, assistiamo ad un parto di una femmina di springbok, ma nessun leone. Nel pomeriggio, giungiamo ad una pozza d’acqua dove restiamo appostati ad osservare delle zebre, orici, giraffe e struzzi venuti ad abbeverarsi. Proseguiamo lungo la pista “rhino”, con la vana speranza di avvistare uno dei 300 esemplari di rinoceronte nero ospitati nel parco di Etosha. La notte, nel cuore del parco, è suggestiva. La presenza degli animali, oltre il muro di cinta, conferisce al campo un carattere particolare. Il mondo della savana ti circonda e ti avvolge con i suoi rumori, imponendo la sua presenza.
Il giorno seguente ancora springbok, un enorme branco in spostamento. Diverse centinaia di esemplari camminano placidi ed affiancati, in lunga fila mentre nel mezzo saltellano i più giovani. Sembra di assistere ad una migrazione. Prima di lasciare il parco siamo incontriamo un gruppo di giraffe che spuntare dagli alberi con i lunghi colli e le seguiamo allontanarsi. Per dovere di cronaca, elenco gli animali che abbiamo avvistato nei due giorni trascorsi nel parco (a febbraio): manguste, sciacalli, suricati, antilopi roana, cervicapra, gnu, impala, kudu maggiore e molte specie di uccelli. A mesi di distanza questo safari vive ancora nella nostra memoria e credo lo resterà a lungo.

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Gli Himba e gli Herero di Opuwo
Dopo 70 km di sterrato, imbocchiamo la strada asfaltata per Ruacana, vicino al confine con l’Angola diretti a Opuwo, la capitale del Kaokoveld, definita “l’ultima grande regione selvaggia dell’Africa”. Ci si presenta una realtà diversa, una regione che incarna per molti versi gli aspetti meramente africani del paese. Il contrasto con la capitale e con le altre città, come Walvis Bay e Swakopmund, è tangibile. La popolazione esclusivamente di colore, è più povera e la vita scorre più lenta. Ci fermiamo in uno dei tanti bar, dai nomi assai pittoreschi e siamo gli unici bianchi. Sembrerebbe di aver superato un’ipotetica frontiera: a sud i bianchi, a nord i neri. Arriviamo ad Opuwo verso sera e l’’attenzione è calamitata dagli abitanti: un cocktail umano, e quello che s’incontra qui è una ricchezza impareggiabile di differenti culture e gruppi etnici che convivono secondo ritmi e tradizioni diverse. Persone vestite all’occidentale si confondono con donne himba, seminude, e con donne herero, dalle lunghe gonne e il caratteristico copricapo a forma di corno. Giovani ragazze himba passeggiano, tenendosi per mano, insieme a coetanee herero. In un negozio d’alimentari, in cui entriamo per prendere da bere, ci ritroviamo a far la fila con un himba vestito solo di un minuscolo gonnellino. Dal rifornitore di carburante l’addetto alla pompa è una donna herero. La realtà supera di molto le aspettative che ognuno di noi riservava a questo posto. Soggiorniamo in una guest house nel centro del paese. Ci viene consigliato di rientrare presto perchè di notte Opuwo è pericolosa. Ceniamo nell’unico ristorante aperto e siamo i soli turisti, e parlando con il proprietario francese apprendiamo molte informazioni sugli Himba. Derivano da un ramo della popolazione bantù (la stessa degli herero). Vivono in povertà, rifuggendo volontariamente dal mondo moderno, ma sempre meno (ca. 3000) sono quelli che rimangono legati alle proprie tradizioni di cacciatori e raccoglitori. Il giorno seguente con una giovane guida herero partiamo alla volta di uno dei villaggi Himba.

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