Una giovanissima delegazione di Dolce Vita e Enjointeam alla fiera CannaTrade 2005 di Berna (Svizzera). Da sinistra Luca, Dade, Howard, Ucci e Matteo

Una giovanissima delegazione di Dolce Vita e Enjointeam alla fiera CannaTrade 2005 di Berna (Svizzera). Da sinistra Luca, Dade, Howard, Ucci e Matteo

Howard Marks, meglio conosciuto con il nome di Mr Nice, è morto ieri all’età di 70 anni. Il leggendario spacciatore gallese aveva un cancro incurabile, lascia la moglie e i quattro figli. Mr Nice era malato da tempo, e lui stesso aveva preannunciato la propria morte imminente in una intervista del gennaio 2015, nella quale dichiarava: “Ho un cancro incurabile e tra poco morirò, ma non mi pento di niente perché ho avuto una vita fantastica”.

L’UOMO CON 43 FALSE IDENTITA’. Howard Marks, nato nel 1945 in Galles, è stato uno dei più grandi spacciatori di marijuana degli anni ’80, quando per la sua attività poteva contare 43 false identità, 89 linee telefoniche e 25 aziende in tutto il mondo che utilizzava per il riciclaggio del denaro. Viene arrestato negli Stati Uniti nel 1988 e condannato a 25 anni di carcere, ma nel 1995 è rilasciato per buona condotta. L’anno seguente esce la sua autobiografia, intitolata “Mr Nice”, un bestseller mondiale nel quale Marks racconta la sua vita senza lasciar spazio a pentimenti: “Fare il contrabbandiere di cannabis è stato un modo meraviglioso di vivere, mi ha donato una quantità assurda di denaro, mi ha fatto conoscere persone incredibili e viaggiare il mondo”.

DOPO IL RILASCIO L’ATTIVISMO ANTIPROIBIZIONISTA. Dopo la scarcerazione Marks torna in Gran Bretagna, qui fonda la Mr Nice Seedbank, una della più rinomate banche di semi di cannabis del mondo, gestita da Shantibaba, storico redattore di Dolce Vita. Nella sua vita da uomo libero si dedica anche all’antiproibizionismo, tenendo conferenze e partecipando a iniziative in favore della legalizzazione della cannabis. Un sogno che proprio ora sta vedendo la luce nel paese dove meno se lo sarebbe aspettato: “Dopo esser stato tanto tempo in carcere negli Usa ed aver conosciuto la retorica negativa con la quale si parlava della cannabis – ha affermato nell’intervista – mai avrei pensato che proprio dagli Usa sarebbe potuta partire la svolta”. Anche se la legalizzazione a soli scopi terapeutici non gli interessa: “Non credo che una persona debba aspettare di ammalarsi per poter scegliere se consumare o meno la cannabis”.





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