Marzo 2020, Italia. Siamo in piena pandemia, le persone sono recluse in casa da alcune settimane e, con la riluttanza di chi sa di rimanere chiuso per altri due mesi, accendono il televisore. Tutti parlano di quarantena, di pandemia e di morti intubati. In mezzo a tutto questo sormontare di voci altisonanti e di pareri medici accade che una notizia, legata alla pandemia ma sconnessa dalla realtà in cui viviamo, passi silenziosa e strisciante fra le altre, nascosta nella paura di esplodere mentre l’Italia si divincola fra i problemi di un virus che sta divorando ogni altra attenzione.

Tredici uomini che scontavano la pena al carcere di San Vittore, tre dei quali in attesa di giudizio, sono morti nel buio di una notte fra primavera e sbarre. Morti in una rivolta che voleva sottrarre medicinali e psicofarmaci all’infermeria del carcere.

A distanza di otto mesi conosciamo oggi i loro nomi e ciò che li ha portati lì dentro, conosciamo persino le dimensioni delle celle dove, in cinque, passavano le nottate su quattro letti, mentre i trafiletti del tg dicevano a noi tutti di stare distanziati di due metri. Conosciamo i lineamenti duri degli uomini che sanno cosa significa una rivolta in carcere, siamo consapevoli delle condizioni in cui ancora i carcerati in Italia vivono, tralasciati e deumanizzati a convivere con una pandemia e altre quattro persone in una cella.

Durante l’estate si è detto quanto più possibile, la notizia rimbalzava di settimana in settimana con storie e racconti sbocconcellati sulla vita di questi tredici morti. Politici e opinionisti paragonavano l’episodio alle barbarie delle prigioni latinoamericane, la grande stampa si arrampicava sulla segretezza delle carceri e sulle falle del sistema penitenziario. Ecco poi che si leva una voce, più grottesca delle altre, serpeggia fra i suoi seguaci come il vento fra le foglie in autunno, lascia cadere ai piedi dell’albero il veleno di chi non sa pensare.

Va bene così. Hanno avuto quel che meritavano. Carcerato meriti di morire.

Qui e in alto la ricostruzione di una cella di San Vittore all’Università Statale per raccontare e far vivere agli studenti la realtà del carcere

Dunque è questo che accompagna il pensiero di tredici anonimi nella morte. Viene a galla, in questo immenso calderone di insoddisfazioni del 2020, che l’intellettualità di molti di noi si è ridotta a non saper più distinguere fra bene e male. Ne parlava Hannah Arendt tanti anni fa, mentre valutava gli ex capi nazisti. Il paragone è un po’ oltre le righe, ma riassume bene il concetto di abbandono dello spirito umano, che decide di non intromettersi in un cerchio più ampio di lui ma di farne da minuscolo e infinitesimale meccanismo. La banalità del male è non saper più distinguere fra giusto e sbagliato, o non aver voglia di pensarci, e allora lasciarlo decidere agli altri. Il pensiero mediocre e raffazzonato di chi sussurra vergognoso “se lo meritano…”.

Quello che ci lascia ancora una volta sbigottiti sulla semplicità del male è la montagna di carta su cui costruisce le sue convinzioni. Ci siamo concentrati oggi sulla convinzione corpulenta e radicata che chi è in carcere non abbia diritti, e non abbia diritto a chiederne. L’assoluta certezza che le carceri siano state in grado di adeguare le loro già precarissime condizioni all’emergenza Covid-19 e che in ogni caso, i morti se la fossero andata a cercare. Perché di tutto quello che siamo riusciti a capire, questi tredici sono ancora morti per overdose da farmaci.

Nessuna testimonianza, nessun riscontro, nessuna dichiarazione, nessuna autopsia, nessun permesso di lasciare i corpi ai parenti, nessuno che ne parla perché nessuno fuori dal carcere ha avuto informazioni. E se provi a chiedere hanno paura di pensare alla verità. Ma anche chi pensa che questi morti se la siano andata a cercare sa a cosa ci stiamo riferendo. Il loro male sta proprio in quello. Dovremmo sapere tutti che nessun disperato ha saccheggiato i medicinali e si è drogato perché in astinenza, nessun uomo ha assaltato il carcere ed è morto per i farmaci ingeriti.

C’è stata una rivolta che urlava e saliva sui tetti perché in quattro in una stanza di cinque metri fa paura, anche senza Covid-19. Questi tredici carcerati sono stati ammazzati di botte. Questi ragazzi sono tredici Stefano Cucchi.

San Vittore, Milano. La rivolta dei detenuti della primavera 2020

A cura di Caterina Moretti
Nata a Milano nel 1996. Scrittrice di taglio lifestyle e benessere, studiosa delle scienze umane e delle scienze naturali, esperta di ambiente e comunicazione. Collabora da anni come pubblicista e Social Media Manager per magazine online.





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