CARCERI: SITUAZIONE TRAGICA NEI PENITENZIARI ITALIANI-FOTO ARCHIVIO

Scrivo per “Dolcevita” con un anticipo redazionale che mi impedisce di sapere cosa sarà successo, quando voi mi leggerete, e se il vergognoso bombardamento mediatico sulla pelle di Eluana Englaro e su quella di suo padre sarà terminato, o se la “ragion di stato” ne avrà ancor bisogno. Dietro il cancello nessuno muore di fame, al limite si impicca, in barba al principio che vuole la Vita ad appannaggio esclusivo di Dio onnipotente.

L’alimentazione forzata nelle patrie galere è praticata con metodi decisamente meno tecnologici di quelli usati per i pazienti in stato vegetativo, ma quando qualche prigioniero inizia lo sciopero della fame, l’Amministrazione penitenziaria si attiva ed interviene attraverso i medesimi principi che ne sanciscono il dovere/diritto di giurisdizione nella più fondamentale delle scelte che il libero arbitrio può fare.

Nelle carceri italiane non esistono i grandi refettori comuni che la filmografia ci ha mostrato in tante pellicole, ma ognuno mangia nella propria cella ed al massimo può invitare “in socialità” un paio di compagni. Chi ha i soldi acquista dall’ufficio soppravvitto gli alimenti e li cucina su fornelli da campeggio; il tutto integrato con quello che passa il “carrello”, preparato nelle cucine dell’Istituto dai lavoranti e distribuito attraverso le sbarre. Le celle sono piccole e non in tutte è presente un tavolo, a volte vi è una mensola fissata al muro, altre volte il desco viene ricavato dai cesti di plastica impilati sui quali si appoggia un cartone rigido, che viene poi messo tra le due brande, le quali a loro volta fungono da sedie per i commensali. Chi cucina di solito non lava i piatti. Non vi è un frigorifero nelle celle, ma durante l’inverno è possibile conservare alcuni alimenti come latte formaggio e verdure, nelle intercapedini delle finestre sfruttando le temperature di stagione.

Trovo vi sia un comune denominatore nell’ingerenza che lo Stato ha mostrato col suo intervento sulla tragica vicenda Englaro e quanto succede una volta che si perdono i propri diritti per demeriti sociali e si finisce “Dietro il “Cancello”. L’implicito e pericoloso principio che ne viene sancito in sostanza palesa la nostra impotenza, e cancella il diritto a decidere di vivere oppure no, ma non a beneficio di Dio Onnipotente, bensì dell’Ordine costituito che ti mantiene forzatamente in vita per farti scontare le tue malefatte. Che attinenza vi è nei confronti del medesimo principio applicato ai malati in stato vegetativo?

La tua vita non ti appartiene per intero; vi sono ambiti come quello giuridico e quello sanitario, ove tu non puoi decidere; riflettiamoci: se infrangi la legge ti viene comminata una pena, che legittima oppure no, avrà comunque una data di scadenza; se finisci nelle mani dei camici bianchi, anche se non hai commesso reati, il tuo fine pena non sarà mai certo nel caso tu non abbia la possibilità di far valere il tuo libero arbitrio, che comunque non potrà mai toccare il punto estremo di toglierti dal gioco. Che macroscopica contraddizione in termini! Pensate alla costituzione americana, il più civile e “democratico” dei Paesi dove però vige ancora la pena di morte, e dove la maggior parte dei medici è dichiaratamente antiabortista, perché la Vita va difesa in ogni sua forma… Credo infine, che sia proprio un dottore quello che pratica l’ultima iniezione al condannato a morte…





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