Ho scritto più volte di un argomento così crudo come quello dei suicidi in carcere e ogni volta che lo riprendo resuscita fantasmi mai del tutto sconfitti. Dall’inizio dell’anno se ne contano 27. Lo Stato vuole assumere 95 psichiatri da collocare in tutte le carceri italiane ma la verità è che ne servirebbero 100 volte tanti per rallentare queste morti e per gestire un evento ancora più drammatico: tentare di ucciderti e fallire.

Le conseguenze sono inimmaginabili, atroci e disumane: vieni messo in una cella dove ci sono altre due o tre persone che hanno fallito il suicidio, non esattamente una “compagnia terapeutica”, la porta della tua cella rimane sempre aperta (solo il “blindo”, il cancello naturalmente resta chiuso a chiave), vieni guardato a vista da un Agente Penitenziario che staziona davanti alla porta e che ti segue anche quando vai a svuotare la vescica. Ti viene generosamente somministrata la terapia a base di benzodiazepine, poiché questo è l’unico modo che uno Stato responsabile della tua vita, fintanto che sei sotto la sua custodia, ha per impedirti di toglitela.

Ma non finisce qui. Questa infatti è la reazione solo di una parte “dell’universo” che abiti, l’altra è rappresentata dei tuoi “compagni di viaggio”, come te detenuti e anche loro non esattamente in una condizione psicologica equilibrata e felice, per difendersi dalla quale devono inevitabilmente erigere barriere contro i mostri della depressione che rappresenta la dominante del tuo stato. Se non riesci a “difenderti” e la disperazione ti porta e cercare la morte senza successo, non avrai più la “solidarietà” e il “rispetto” dei tuoi “compagni di viaggio”, perché per loro rappresenti una porta spalancata sul baratro.

Un altro aspetto sul quale non sempre viene dato il giusto rilievo, è l’alto tasso di suicidi che c’è anche tra le guardie penitenziarie, le cui condizioni di vita e di lavoro, sono più ignorate di quelle degli stessi carcerati.

Quando mi capita di leggere opinioni fin troppo scontate che ripetono come un mantra quelle frasi crudeli sul fatto che chi è in galera non meriterebbe nessuna pietà, vorrei dire in giro che in effetti non ve ne è molta. Anche solo per una condizione strutturale e mai affrontata concretamente da decenni, se non con “pezze” inevitabili come gli indulti e le amnistie quando la bomba sta per esplodere.

«La civiltà di una nazione si riconosce dalla condizione delle sue prigioni», diceva Bertolt Brecht. Io non mi stancherò mai di ripeterlo.





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