Una sospensiva per le attività di estrazione mineraria nei fondali marini. E’ quanto chiede il Parlamento Europeo attraverso un provvedimento votato i giorni scorsi ai propri stati membri.

Una scelta di carattere preventivo nei confronti degli ecosistemi marini, di cui ad oggi si conosce molto poco. Di fatto sono pochissime le ricerche e gli studi riguardo alla pratica del Deep Sea Mining, ovvero l’estrazione in alto mare di minerali, e al relativo impatto che queste attività hanno sul lungo periodo.

Solitamente si parla di attività che vengono svolte tra i 1.400 a 3.700 metri sotto il livello del mare, un luogo oscuro e sconosciuto, dove nonostante la totale mancanza di luce sono presenti esseri viventi con un bassissimo grado di resilienza e che risentirebbero in modo altrettanto oscuro e sconosciuto dell’estrazione mineraria.

Esistono sostanzialmente due tecniche per l’estrazione, il sistema a cestello continuo (CLB) e il sistema di aspirazione idraulico. In entrambi i casi si tratta di trasportare la parte superficiale del fondale fino in superficie, dove il materiale viene filtrato per trattenere i materiali interessati e il resto restituito agli abissi. Oltre a privare di importanti minerali i microrganismi che popolano i fondali e che sono alla base di altri habitat, i pennacchi di materiale denaturato che si creano a seguito dell’estrazione intorpidiscono le acque per chilometri col rischio di soffocare ogni forma di vita.

I minerali che vengono ricercati ed estratti sono di largo uso, soprattutto nell’era in cui viviamo. Troviamo ad esempio manganese, nichel, ferro, cobalto oltre ad altri materiali preziosi per la creazione di batteria, cellulari e pannelli solari.

Il quadro è ampio e ignoto, e proprio per queste motivazioni il Parlamento Europeo ha redatto la moratoria, almeno fintanto che non si conoscerà in modo scientifico le ripercussioni dell’impatto ambientale. Il rischio concreto è quello di destabilizzare i fondali marini in modo irreversibile.

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