«Non è possibile che, quando andiamo in pizzeria, anziché i vostri volti mi veda sempre davanti i vostri cellulari. Non è possibile che, quando entriamo in un albergo, come prima cosa voi due, Francesco e Rossana, chiediate la password del wi-fi. Non è possibile che ovunque si vada, all’estero o in Liguria dai nonni, voi due vi portiate dietro il vostro piccolo mondo, chiuso nel telefonino», scrive Aldo Cazzullo nel suo libro del 2017, “Metti via quel cellulare”.

Non è possibile che con il tuo idolo, l’artista che per vedere live – cioè, dal vivo – hai pagato somme ormai quasi imbarazzanti e che ti sta parlando faccia a faccia, qui e ora, ti sta raccontando quelle storie in musica che ti accompagnano nella vita, quando è lontano, in giro per il mondo, chissà dove, a viverle, tradurle in musica o a suonarle a qualcun altro, tu decida di guardarlo attraverso lo schermo di un telefonino!

Anche per chi non ne abusa i cellulari ai concerti sono diventati da anni un problema. Quella fitta giungla di schermi attraverso la quale districare lo sguardo per seguire lo show, è la principale fonte di fastidio per chi voglia godersi il live da non smartphone addicted. Le fanno concorrenza solo quelli che vengono al concerto per raccontarsi i loro ultimi tre anni di vita (una birretta al pub no?); quelli che pensando di essere Frank Sinatra o Aretha Franklin, cantano tutte e ventuno le canzoni in scaletta; le coppie, che sullo stesso numero di tracce limonano ininterrottamente, cosa che avrebbero potuto fare meglio e più comodamente in un qualsiasi angolo della propria abitazione o, come è capitato, chi pensa di impreziosire l’arrangiamento con una linea di armonica a bocca, ma mi rendo conto che questa e una deriva del fenomeno.

Ma metti via quel cellulare! E non te lo dico io, te lo dice la scienza. Uno studio del Dartmouth College, diretto nel 2018 da Emma Templeton e pubblicato sul “Journal of Experimental Social Psychology”, infatti, ha rilevato che l’uso dello smartphone per fotografare o filmare ciò che stiamo vedendo influenza il funzionamento della memoria e cambia il modo in cui ricordiamo ciò che è accaduto nella nostra vita. «I meccanismi della memoria si attivano in maniera più efficace nel momento in cui viviamo un evento che ci scatena delle emozioni. Nel momento in cui la nostra attenzione si focalizza sul gesto di scattare una foto, è come se togliessimo all’evento la possibilità di essere ricordato, come se delegassimo allo scatto il vissuto dell’emozione e la necessità di conservarla nella memoria», spiega il direttore dell’Associazione Italiana Psicologi, Michele Maisetti.

Yondr, il sacchettino a misura di smartphone dove riporre il proprio telefono prima di accedere all’area concerti. Funziona in maniera simile all’anti taccheggio, per “liberare” lo smartphone bisogna rivolgersi all’apposito staff

Ma sono anche gli artisti a ribellarsi all’idea di suonare davanti a platee inebetite dietro i loro telefonini. Ricordiamo gli sputi sulle prime file e l’appello accorato di Patti Smith al pubblico del Teatro Antico di Taormina, nel 2013: «Siete qui, io sono qui, state vivendo uno spettacolo, perché vederlo attraverso uno schermo?!». Anche l’amico e collega Bob Dylan non gradisce. Proprio il 20 aprile scorso, durante il concerto a Vienna, Dylan è inciampato su un amplificatore mentre cantava “Blowin’ In The Wind”: «Volete che suoniamo o preferite che ci mettiamo in posa», ha poi apostrofato gli spettatori, che stavano riprendendo con i cellulari la scena, ovviamente finita in rete in tempo reale.

Pure Neil Young non ci sta e quando vede un telefonino in azione ferma il concerto finché il marchingegno no scompare dai suoi radar. I leggendari King Crimson mettono le cose in chiaro subito, con un annuncio che chiede ai gentili spettatori di mettere via i cellulari, per godersi a massimo lo spettacolo, ma alla fine si mettono davvero in posa, per lasciare una foto ricordo al pubblico. Anche Eddie Vedder, nel suo ultimo tour ha chiesto ai fan di non usare i telefonini per fare riprese o foto, in modo da godersi al massimo l’intimità della performance.

Decisamente meno affabile Maynard Keenan. Il leader dei Tool e degli A Perfect Circle, ha dichiarato: «Questa cosa mi infastidisce perché credo nella tradizione orale. È una questione di comprendere i dettagli e di spiegare il ricordo di ciò che hai visto. Ma se non hai la capacità di comprendere ciò che hai visto, se lasci che un telefonino catturi le storie per te… Innanzitutto, niente di ciò che ti dà uno spettacolo rappresenterà quello che hai visto o quello per cui ci sei stato. Come cartolina credo funzioni. Ma vivi il presente! Sei in un posto con delle persone per una cosa. Questo è molto più importante. Inoltre, come cortesia, forse le persone dietro di te vorrebbero godersela e ora la tua merda li disturba». Dai concerti dell’ultimo tour degli A Perfect Circle, di fatto, sono stati sbattuti fuori diversi spettatori, con il picco dei sessanta allontanati dal personale di sala durante la loro data in Pennsylvania.

Non è una questione di copyright, lo si intuisce chiaramente dalle dichiarazioni degli artisti, e nemmeno una questione generazionale, basti pensare al cazziatone fatto da Adele, all’epoca ventottenne, a una fan indisciplinata dal palco dell’Arena di Verona: «Puoi smettere di filmare? Perché io sono veramente qui, nella vita reale – l’ha apostrofata interrompendo una canzone -. Questo non è un dvd, ma un vero show. Vorrei che te lo godessi, perché c’è un sacco di gente fuori che non è potuta entrare».

Anche Childish Gambino quest’anno dal palco del Coachella ha lanciato il suo personale appello: «Se siete venuti qua soltanto per fare foto su Instagram, muovetevi adesso e andate in fondo».

Persino la più giovane delle star di nuova generazione, Billie Eilish, nel corso dei suoi concerti esorta i suoi fan a mettere via i cellulari, almeno per un attimo, durante “When The Party Is Over”: «Vorrei che riuscissimo tutti a vivere il momento in questa canzone. Ho la sensazione che spesso perdiamo tanto delle nostre vite e sono convinta che molto di tutto ciò dipenda dai nostri smartphone. Mettiamoli via e guardiamoci negli occhi, questo momento, come tutti, è unico, non si ripeterà, quindi viviamocelo».

È la stessa ragione per cui Jack White, sempre un passo avanti, l’anno scorso ha blindato senza indugi i cellulari del pubblico presente ai suoi concerti. Per farlo ha utilizzato il prodotto di una start-up di San Francisco, Yondr, che scherma gli smartphone per la durata del concerto. Sempre sul fronte della tecnologia, già la Apple nel 2016 aveva messo a punto un’applicazione in grado di bloccare l’uso delle fotocamere dei suoi telefonini nei luoghi in cui ne è vietato l’utilizzo, ma a quanto vediamo non pare avere riscosso grande successo. Almeno non ai concerti, dove in molti continuano imperterriti a smanettare sui loro smartphone, spesso invitati dagli stessi artisti, che coinvolgono il pubblico in coreografie luminose, le stesse che un tempo l’umanità realizzava tramite un semplice accendino, ma oggi te lo sequestrano all’ingresso!

Qualcuno si è spinto addirittura oltre, come nel caso degli U2, che, l’anno scorso, per il loro “Experience+Innocence Tour” hanno elaborato uno show fruibile in realtà aumentata tramite l’app “U2Experience”. Puntando lo smartphone sulla scenografia, grazie all’app lo spettatore ha potuto fruire di una serie di audio e immagini esclusivi per tutta la durata del concerto. Una nuova frontiera, qualcosa di diverso e sicuramente più interessante del vedere qualcosa che sta accadendo davanti a te attraverso uno schermo di cinque pollici; un’opzione in più, da abbracciare o meno, a seconda dei gusti, ma che rischia di portare l’esperienza della musica live verso una dimensione artificiosa, di cui, probabilmente, non ha alcun bisogno. Riusciremo mai a mettere via quei cellulari?





Comments are closed.

Questo sito utilizza cookie propri e di terze parti, questi ultimi per fornire ulteriori funzionalità agli utenti, quali social plugin e anche per inviare pubblicità personalizzata. Cliccando su (Accetto), oppure navigando il sito acconsenti all’uso dei cookie. Per negare il consenso o saperne di più
Leggi informativa privacy

Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!

This happens because the functionality/content marked as “%SERVICE_NAME%” uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: click here to open your cookie preferences.