La posta in gioco è altissima, perché l’alternativa è perdere un prezioso patrimonio di conoscenze distillate in oltre due millenni. I dati che arrivano oggi dalla neuropsicologia e dalle neuroscienze su ipnosi e meditazione costituiscono “una sfida al paradigma dominante nella scienza, di matrice materialista e riduzionista, che considera la mente come mera e passiva espressione dei circuiti cerebrali”, perché se da un lato è vero che il cervello è alla base dei fenomeni mentali, è anche vero che la mente è in grado di modificare il cervello con pratiche come la meditazioni e l’ipnosi; due tecniche con storie completamente diverse ma che secondo il professor Enrico Facco, specialista in neurologia e professore di Anestesiologia e Rianimazione presso l’Università di Padova, hanno diversi punti in comune.

Il cuore del libro “Meditazione ed ipnosi tra neuroscienze, filosofia e pregiudizio”, è il tentativo di “superare i limiti e le parzialità del riduzionismo per fondare una visione che non è né dualista né materialista: un monismo che non esclude e che possa comprendere il tutto ed affrontare il corpo e la mente come un’unione inscindibile”. Praticamente ignorate per 4 secoli dall’occidente, meditazione ed ipnosi possono essere la base per costruire un nuovo paradigma: “Noi conosciamo discriminando e separando in opposti, ma se non facciamo poi la sintesi nel ricostruire l’unità indivisa di cui facciamo parte, viviamo in un mondo illusorio fatto di cose separate ed indipendenti”

Quali sono i pregiudizi della cultura occidentale su ipnosi e meditazione?
È un discorso complesso: la cultura occidentale è fortemente influenzata dalla tradizione cristiana che si è orientata in senso sempre più razionalistico: già dalla “Logica” di Aristotele passando per la teologia razionale di Tommaso d’Aquino fino ad arrivare alla rivoluzione scientifica del ‘600 con la nascita delle nuove scienze, l’impostazione è stata quella di occuparsi sempre di più del mondo esterno e con un approccio sempre più logico e razionale. Nell’antica Grecia i filoni erano due: oltre alla filosofia razionale troviamo la Grecia dei misteri che non è meno importante, ma meno conosciuta perché era vietato raccontare le pratiche di iniziazione come quelle dei misteri Eleusini.

E come si è evoluta la situazione?
Alla nascita delle nuove scienze c’è stato quello che ho definito il peccato originale delle scienze galileiane e cioè il compromesso politico con l’inquisizione a causa del quale l’anima diviene competenza esclusiva della teologia, mentre le scienze si devono occupare della materia fisica. Questa evoluzione dopo il dualismo radicale di Cartesio sfociata poi nell’Illuminismo e nel Positivismo, non è interessata o in grado di comprendere i fenomeni soggettivi. Questo spiega come di tutto ciò che è coscienza non ce ne si è occupati fino alla fine del Ottocento quando nasce la psicologia moderna con Wundt e da cui nasce il comportamentismo americano che negli anni ’30 riteneva che la coscienza non fosse di interesse per la psicologia. In ambito delle neuroscienze si parla di Scienza della coscienza in quanto tale dagli anni ’80, quindi siamo rimasti fermi nello studio introspettivo per 4 secoli.
La meditazione è stata fatta e si fa anche in ambito cristiano, però riguarda di più le correnti mistiche che non la pratica della religione formale. Allo stesso modo nella religione ebraica la meditazione viene praticata soprattutto nella Kabalà o dai Sufi nell’Islam, ma non nel mondo dell’ortodossia: è per questo che è stata poco conosciuta dal mondo occidentale.

E oggi?
Oggi stiamo scoprendo la Scienza della coscienza e grazie allo sviluppo delle indagini diagnostiche come la risonanza magnetica funzionale si è cominciato a vedere che facendo training con la meditazione o con l’ipnosi si possono evidenziare degli effetti straordinari di regolazione delle aree cerebrali. Noi con la nostra mente possiamo regolare e modificare l’attività del cervello in modo intenzionale e l’impostazione rigorosamente riduzionistica non permette di comprendere la coscienza ed i fenomeni soggettivi. Il dibattito in corso, molto accesso, è tra chi ha una posizione più materialista, in cui la coscienza è solo un epifenomeno dei circuiti cerebrali e la realtà è il cervello e tra chi, come me, ritiene che non si possano ridurre i nuclei dell’esperienza ai soli circuiti cerebrali e che non solo il cervello genera la mente, ma anche che la mente può modificare il cervello.

In che modo si può agire sul cervello durante l’ipnosi o la meditazione?
Ipnosi e meditazione sono due tecniche con storie completamente diverse ma hanno invece una profonda connessione sia storica – perché i primi mesmeristi studiavano le tecniche di guarigione e le tecniche meditative orientali – con elementi in comune sia procedurali ed anche per quanto riguarda le aree cerebrali che vengono attivate. Ad esempio una struttura cardine che viene attivata molto bene con entrambe le pratiche è la corteccia cingolata anteriore che è implicata nella sfera emotiva, nelle risposte intenzionali motorie, nei processi decisionali e nella connessione con il sistema neurovegetativo.

Anche per il controllo del dolore possono funzionare entrambe?
La meditazione viene utilizzata per modulare il dolore cronico. Abbiamo appena consegnato uno studio che sarà pubblicato in futuro in cui abbiamo visto che con un lavoro introspettivo intenzionale in ipnosi, si può arrivare a modulare l’attività di tutta la neuromotrice del dolore ed andare a bloccare l’arrivo degli impulsi, fino ad arrivare alla completa analgesia chirurgica come fanno alcuni fachiri indiani. Questo significa che non solo il cervello genera il contenuto della mente, e come si dice in neurologia non c’è attività mentale che non abbia il suo neuro-correlato cerebrale, ma è anche vero che se c’è questa corrispondenza biunivoca determinate attività mentali possono modificare l’attività di aree cerebrali inconsce per essere più padroni della propria mente e del proprio corpo.

È possibile auto-indursi in ipnosi?
Certo, io lo faccio con i miei pazienti. Se da una parte lo scopo della meditazione dura tutta la vita e tende alla liberazione dagli attaccamenti come viene detto nel Buddismo e nello Yoga, l’ipnosi essendo guidata dall’ipnotista, è più facile da fare per il soggetto, si impara prima e può essere applicata per raggiungere specifici i target terapeutici. Il paziente può imparare ad auto-indursela. Io da 20 anni mi portavo i sonniferi in aereo perché non riesco a dormire in poltrona: oggi la pratica dell’autoipnosi mi permette di addormentarmi senza sonnifero. In ambito terapeutico un buon 80% della popolazione è in grado di fare un’ipnosi sufficiente da avere buoni effetti.

La cannabis che ruolo può avere secondo lei?

Il professor Enrico Facco

Non ho dati scientifici alla mano ma resta il fatto che la cannabis è un ottimo farmaco, tollerato meglio degli oppiodi. Non è la panacea di tutti i mali ma è molto utile in diversi disturbi. Tutte le sostanze psicotrope possono indurre stati alterati di coscienza ed esperienze non ordinarie, misticheggianti, come il sentirsi parte del mondo in perfetta serenità e parte del tutto, sensazioni simili a quelle date dalla meditazione o dall’ipnosi ai soggetti altamente ipnotizzabili. Non è da escludere che alcuni farmaci sedativi o psicotropi possano facilitare il compito introspettivo, ma quello che è certo è che tutte le sostanze psicotrope non danno un’esperienza standard che dipende da diversi fattori.
Tutto ciò che sappiamo della tradizione sciamanica o dei misteri Eleusini l’uso delle sostanze psicotrope a scopo religioso o spirituale richiedono un controllo rigoroso di tutta la procedura. L’aspetto principale è la ritualità ed il controllo preciso dell’esperienza per avere un valore cognitivo e metacognitivo. Il concetto moderno della droga è un prodotto culturale del materialismo del 20esimo secolo di chi assume sostanze per sballarsi in una maniera del tutto priva di contenuti spirituali.

L’impressione è che abbia scritto il suo ultimo libro nel tentativo di ricomporre una sorta di dualismo sviluppatosi nel tempo per evitare di perdere un patrimonio di conoscenze… È corretto?
Il dualismo si sviluppa un po’ alla volta e sempre di più anche per l’influsso della religione che viene superato solo dalle correnti mistiche che in alcuni casi sono veramente al confine con l’eresia rispetto alla religione di appartenenza. In tutte le dottrine mistiche si trova la teologia apofatica ed il percorso dell’anima con cui arrivi il più vicino possibile all’unione con il divino sperimentandolo direttamente dentro di sé. Cose che troviamo anche nelle culture orientali. Il Samadhi che è il punto di arrivo della meditazione yogica è la condizione che viene descritta come quella in cui non c’è più distinzione tra conoscente, conoscenza e conosciuto ed è una fusione in cui l’atman (l’anima, ndr) del singolo fluisce in quella universale. Il punto in comune è la necessità di superare i limiti dell’ego e superarlo, perché l’ego è ciò che vede il mondo ponendo al di fuori ciò che è altro da sé, e alienando da sé tutto ciò che non gli appartiene: è qui che nasce il dualismo fisiologico della coscienza ordinaria.

Quando ha avuto origine tutto ciò?
Nasce tutto dal radicalismo di Cartesio che separa l’anima dal corpo in maniera radicale. Lui è stato un genio, il problema sono i posteri che non hanno ripensato ciò che aveva detto. La separazione di Cartesio, che era molto preoccupato di non creare una frattura con la Chiesa, ha permesso di lasciare l’anima alla competenza esclusiva della teologia, mentre la scienza si occupava solo del mondo materiale. La medicina si è occupata di anima fino all’800 ma solo per capire dove fosse la sua sede nel cervello. Da Cartesio parte lo sviluppo del materialismo che è nato nell’Ottocento, possibile perché se la materia ha un’ontologia autonoma, posso occuparmi solo di quello. Ma si tratta solo di un assunto: è un filtro culturale che abbiamo creato perché andava bene per gestire la realtà nel Seicento, ma sembra più un’operazione politica che non un’operazione di tipo epistemologico ben fondata e libera.

E oggi siamo pronti a superare questo solco?
E’ ora di iniziare a rivederne i limiti e le parzialità per fondare una visione che non è né dualista né materialista e che comprenda l’universo intero: un monismo che non esclude e che possa comprendere il tutto.
Galileo, costretto all’abiura, nel dialogo delle scienze dice che dobbiamo occuparci solo della materia grezza. Ma è un compromesso al quale si è adattato ed è una scelta senza fondamenti razionali.
La medicina che è impostata in termini riduzionistici e che si occupa di curare le malattie organiche e i disturbi funzionali, non può comprendere i disturbi psicosomatici e psicologici: col riduzionismo l’unica cosa che puoi fare è dare degli psicofarmaci o curare in maniera meccanicistica anche i problemi esistenziali. Invece bisogna affrontare il corpo e la mente come un’unione inscindibile e lavorare su questo. Il riduzionismo è un metodo estremamente potente e va benissimo per studiare il mondo fisico, come ho fatto e faccio tutt’oggi: quello che contesto è il trasformare quello che è un metodo validissimo in una sorta di ontologia per cui esiste solo ciò che è compatibile con quel metodo; dobbiamo allargare il paradigma.





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