Nel contesto delle applicazioni concrete per l’avanzamento della scienza psichedelica, da segnalare i risultati della Fase 2 della psicoterapia coadiuvata dall’MDMA per il trattamento del disturbo post traumatico da stress (DPTS). Ciò fa parte della costosa e lunga procedura avviata nel 1996 dalla Maps con l’obiettivo di consentire ai medici statunitensi di prescrivere legalmente “l’antibiotico della psichiatria” entro il 2021. Attualmente ne è in corso la terza e ultima fase, e questi dati confermano le promesse terapeutiche dell’intero processo. Si trattava di sei test clinici controllati, randomizzati e a doppio cieco condotti dal 2004 al 2017. Per la quasi totalità dei volontari (91 su 100) i benefici concreti sono durati almeno per 12 mesi dopo l’ultima sessione. L’effetto collaterale più comune ha riguardato meno del 4% dei partecipanti, definito come “cattivo umore”. E fino a due mesi dopo l’ultima sessione, il 56% non rispondeva più ai criteri diagnostici per il DTPS.

Dati incoraggianti anche rispetto al previsto incremento dei casi di trauma mentale ed emotivo dovuto all’emergenza del Coronavirus, con l’aggravante che gli effetti di questi traumi psicologici potrebbero evidenziarsi, o emergere sotto forme inattese, per molti mesi e finanche anni a venire. Come già sottolineato da diverse fonti mediche e ora confermato dal Dr. Berra Yazar-Klosinski, coordinatore di questo studio sull’esito della Fase 2. «Il trauma è oggi in prima linea sul fronte della coscienza globale per via della pandemia e questi dati sintetizzano gli importantissimi passi avanti di cui il mondo oggi ha urgente bisogno», ha spiegato il ricercatore della Maps.

Unico neo della procedura, comunque estraneo all’ambito terapeutico, rimane la scarsa diversità razziale, elemento tutt’altro che ignoto agli stessi operatori: quasi il 90% dei partecipanti erano bianchi di origine caucasica. Scenario che d’altronde riflette la «tipica composizione dell’intera disciplina (e della stessa clientela) psichiatrica in America», ha aggiunto Yazar-Klosinski. A parziale motivazione, i promotori non avevano fondi per alcun tipo di assistenza economica ai partecipanti, che quindi non potevano permettersi di assentarsi dal lavoro. Problema superato nell’attuale Fase 3, con appositi stanziamenti già erogati per includere così nei test clinici anche pazienti di ambiti socio-razziali meno abbienti.





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