Una delle conseguenze della pandemia è stata la produzione massiva di dispositivi usa e getta, dalle mascherine ai camici, passando per guanti e calzari, monouso e inquinanti. Se nell’immediato è stata l’unica risposta possibile, alla lunga, sono in molti coloro che si stanno interrogando sulle conseguenze ambientali, da non sottovalutare, che una produzione di questo tipo comporta. E così, nel loro piccolo, diverse aziende e associazioni del mondo della canapa hanno pensato di dare il proprio contributo, producendo mascherine in canapa, lavabili e riutilizzabili. E’ stata ad esempio l’idea di Maeko tessuti e di Bioversi, a cui si è aggiunta anche Campanapa, storica associazione presieduta da Francesco Pedicini, secondo il quale: “Siamo ovviamente consapevoli di non essere gli unici portatori sani di verità, e si sa che in Italia sono molte le realtà tessili grandi e medie, dal nord al sud, che si sono attivate per convertirsi e produrre rapidamente i tanto necessari presidi, riutilizzabili, per cui il nostro è solo un contributo tra i tanti”.

Come nasce questa idea?
Campanapa sca in collaborazione con NCIS onlus Cooperativa di detenuti ed ex detenuti già da tempo sviluppa manufatti tessili con la canapa, per cui con l’emergenza scaturita dalla pandemia Coronavirus naturalmente abbiamo da subito ricercato e sviluppato dei prodotti utili al contenimento pandemico.
Sin dai primi momenti ci siamo interrogati sulle reali esigenze e le relative ripercussioni sull’ambiente, tema che a noi sta particolarmente a cuore, e ci siamo sentiti in dovere di proporre una soluzione in grado di porre un freno a questa follia ecologica.
Attualmente, per lacune della ricerca e del conseguente mancato sviluppo tecnologico (comportamento voluto negli anni principalmente da multinazionali petrolifere e chimiche, che in sostanza finanziano la ricerca) non siamo in grado di produrre sistemi filtranti ad alta efficienza derivati da fibre naturali.
Per questo motivo, per fabbricare delle mascherine che siano in grado di filtrare l’aria, siamo obbligati ad utilizzare un tessuto non tessuto composto da fibre sintetiche, costituito da una sorta di maglia di filamenti estremamente sottili, il cui diametro deve essere inferiore ad un micron.
Il nostro gruppo, avvalendosi di esperti in vari settori delle produzioni e di ricercatori, ha proposto sul mercato delle mascherine riutilizzabili nel lungo periodo, lavabili, sanificabili, ma che contemporaneamente avessero anche un adeguato valore protettivo (per acquistarle scrivi all’associazione cliccando QUI). La soluzione è stata quella di realizzare delle mascherine composte per oltre il 50% di tessuto 100% canapa, un 46% di tessuti naturali non trattati e circa un 4% di filtro interno costituito da tessuto non tessuto in 100% polipropilene, che garantisce un alto valore protettivo a basso impatto. Ne è derivato un prodotto biodegradabile al 98%.
Tale scelta è stata dettata dal fatto che le altre varie soluzioni proposte sul mercato non sono state giudicate da noi valide per i seguenti motivi:
1)  utilizzando solo fibre naturali per struttura e conformazione, si ottengono tessuti che non possono essere considerati assolutamente validi a filtrare virus con diametro di 0,6 micron;
2)  plastificare i tessuti per renderli idrorepellenti, antigoccia, li rende non attraversabili dalle particelle e quindi totalmente non biodegradabili;
3)  utilizzare tessuti 100% sintetici, sicuramente tecnologicamente avanzati ma non riciclabili, (dovrebbero essere trattati come rifiuti speciali per legge) crea e creerà un grosso impatto ambientale.

Dai vostri calcoli quanta plastica non riciclabile sarà immessa nell’ambiente con la produzione di 4milioni di mascherine al giorno?
Le mascherine monouso sono prodotte in poliestere e/o polipropilene. Vantaggi: leggerezza, traspirabilità, isolamento termico e resistenza a sporco e batteri. Svantaggi: costo abbastanza elevato, prodotto con sostanze d’origine petrolifera; inoltre essendo trattate con sostanze chimiche (tipo coloranti), diventano altamente inquinanti. E’ noto che le mascherine chirurgiche possono essere utilizzate per un solo turno di 8 ore dopodiché devono essere smaltite. Se ne producono e se ne utilizzano a milioni: la Cina ne produce 200 milioni al giorno, gli Usa circa 100 milioni, l’Italia si appresta a produrne 4 milioni al giorno, impegnandosi ad importare la differenza necessaria a coprire il fabbisogno.
Considerando che una mascherina chirurgica pesa tra i 6 e gli 8 grammi, il doppio di uno shopper di plastica, e conoscendo i pericoli insiti dell’inquinamento da microplastiche, il calcolo giornaliero si attesta in 28 tonnellate al giorno: circa 870 tonnellate al mese. Dati contenuti dal fatto che, per fortuna, in ogni caso, non saremo mai in grado di fornire una mascherina al giorno ad ogni cittadino Italiano.

E di quanto si potrebbe ridurre il mercato, con mascherine lavabili e riutilizzabili almeno per le persone che non devono lavorare nella sanità?
La necessità di riuscire a proteggere il maggior numero di persone dalla pandemia nel minor tempo possibile, ha spinto gli organi di governo dell’intero pianeta, ad adottare misure di contenimento con massima urgenza, senza poter avere il tempo necessario a trovare soluzioni diverse, utilizzando le misure di prevenzioni più facilmente reperibili . Questo naturale comportamento emergenziale, protratto però nel lungo periodo porterà ad una inevitabile emergenza ambientale.
Infatti, le norme igieniche imposte per fronteggiare l’emergenza epidemiologica hanno determinato il ricorso all’uso spasmodico della plastica usa-e-getta.
Una vera e propria follia ecologica.
Secondo noi, escludendo l’utilizzo di dispositivi altamente filtranti, da parte del personale sanitario ed operatori nei vari settori maggiormente esposti ed a stretto contatto con le persone contagiate, per il resto della popolazione, si dovrebbe necessariamente imporre l’uso di mascherine lavabili e riutilizzabili. Questo ridurrebbe notevolmente l’uso del monouso tenuto conto che i soggetti esposti e gli operatori sanitari, costituiscono circa il 15 % della popolazione complessiva.

Avete anche segnalato l’iniziativa al Parlamento europeo?
Secondo quanto stabilito dalla Commissione Europea, i Paesi membri saranno chiamati ad eliminare la plastica monouso entro il 2021: “Di fronte al costante aumento dei rifiuti di plastica negli oceani e nei mari”, scrive la Commissione, “si propongono nuove norme per i 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa”. Gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati e i prodotti usa e getta rappresentano più del 70% dei rifiuti marini.
Sarà vietata quindi la vendita di alcuni prodotti di plastica usa e getta, come posate piatti monouso, cotton fioc e bastoncini di plastica per palloncini. Questa direttiva mirata al consumo di plastica usa e getta fa parte della “Plastics Strategy” e riguarda tutti i monouso che – entro il 2025 – gli Stati membri si obbligano a raccoglierne il 90% dell’immesso al consumo.
E noi cosa facciamo? Programmiamo di immettere tonnellate di plastica senza controllo? Per quanto tempo? Ad un volume già insostenibile per il pianeta, aggiungiamo milioni di mascherine monouso al giorno?
Di tutto ciò abbiamo ovviamente interessato vari esponenti del Parlamento Europeo spiegando i nostri dubbi e le nostre perplessità, ottenendo conforto e sostegno dialettico. E ci auguriamo che la cosa possa contribuire alla stesura di una regolamentazione sovranazionale.





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