Proprio negli anni immediatamente successivi alla fine del proibizionismo sugli alcolici, complici le pressioni da parte della Fbn (Federal Bureau of Narcotic, agenzia del ministero del Tesoro che fino agli anni ’60 ha guidato il proibizionismo negli Usa), iniziò a diffondersi negli Usa una crescente ondata di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in merito alla pericolosità della cannabis, con l’obiettivo del suo inserimento all’interno della categoria “stupefacenti”. Demonizzazione che avvenne principalmente tramite un lavoro capillare sui principali mass media.
La conclusione di tale tendenza fu l’approvazione nel 1961 della Convenzione Unica da parte dell’Onu, e la sua ratifica da parte di 183 paesi, che sanciva la definitiva pericolosità sociale e sanitaria della cannabis, e la sua conseguente proibizione a livello internazionale, nonché la sua totale inutilità in ambito terapeutico.
La recente legalizzazione della canapa in Colorado e Washington testimonia che qualcosa, da allora, è cambiato.
Il fatto che il primo passo in direzione di una rinnovata concezione della sostanza sia partito proprio da quel paese che ha fortemente contribuito alla sua proibizione, è molto significativo, quasi a rappresentare un’ammissione di errore.

IL BUSINESS DELLA LEGALIZZAZIONE. Oltre alle questioni prettamente ideologiche, è poi soprattutto l’aspetto economico di questo fenomeno di liberalizzazione a giocare un ruolo determinante nel dibattito internazionale: le recenti esperienze oltreoceano di legalizzazione sono la dimostrazione di come, all’interno di una struttura macroeconomica fortemente capitalistica, il sorgere di un nuovo mercato rappresenti una grande opportunità di profittabilità e di progresso. Soprattutto se si tratta di un mercato di queste proporzioni.
Secondo le prime evidenze empiriche il mercato della cannabis legale negli Usa è infatti in forte espansione e potenzialmente enorme: è prevista una crescita del 68% del business complessivo solo nel 2014, stando ad una ricerca della società americana Archview, società che tra l’altro si occupa di investimenti finanziari proprio in questo neonato settore. Ad un anno dalla sua nascita, il primo mercato della cannabis legale del mondo, sembra aver già assunto proporzioni e dinamiche di un business maturo e consolidato, il cui sviluppo inerziale spingerà inevitabilmente altri stati confederati a seguire il percorso intrapreso dal Colorado.

GOVERNO, STATI FEDERALI (E BANCHE) CERCANO UNA SOLUZIONE. Resta tuttavia attuale la questione legata alla controversia giuridica internazionale: a livello di autorità federali infatti, la cannabis continua ad essere considerata una sostanza illegale, proprio in relazione alla ratifica internazionale della Convezione Unica approvata dalle Nazioni Unite e fortemente supportata dagli Usa. È solo grazie alla peculiare struttura federale degli Stati Uniti che la legalizzazione in Colorado è stata possibile: la legge federale infatti entra in conflitto con la nuova legge dello stato in questione, dotato di autonomia giurisdizionale, e finché la disputa non viene risolta istituzionalmente la situazione rimane in stallo. Proprio a questa controversia è legata la recente notizia che alcune grandi banche come la Wells Fargo Bank e la First Bank si sono rifiutate di concedere finanziamenti ai nuovi imprenditori e proprietari di negozi di marijuana adducendo come pretesto proprio le leggi federali antidroga, che renderebbero questi prestiti a rischio e si configurerebbero come reati per favoreggiamento ad attività illecite.
Tuttavia la realtà sembra suggerire altro: verosimilmente la federazione sta sperimentando la legalizzazione ed i suoi effetti in alcuni stati, se un numero crescente di altri stati deciderà di seguire le orme del Colorado (come attualmente sembra essere) in virtù della propria autonomia legislativa, la federazione sarà costretta a prendere provvedimenti ed, eventualmente , modificare i suoi accordi internazionali.

UN MERCATO POTENZIALMENTE VASTO QUANTO QUELLO DELL’ALCOOL. Si tratta di un lungo processo burocratico che parte dal basso, un adeguamento progressivo delle leggi federali a quelle dei singoli stati. La direzione appare questa, anche perché ad oggi, sembra del tutto irrealistico e fortemente anacronistico pensare ad un ritorno ad un regime proibizionista e repressivo negli Usa.
Sulla base di queste considerazioni, sembra plausibile aspettarsi che, in caso di una progressiva legalizzazione negli anni a venire (negli Usa ma anche nel resto del mondo), il business legato alla cannabis e ai suoi numerosi campi di applicazione possa raggiungere dimensioni comparabili all’industria dell’alcool.
La regolamentazione per licenze a cui è sottoposto il mercato della cannabis legale nei due stati statunitensi garantisce inoltre elevati introiti alle istituzioni, a cui va ovviamente aggiunto il gettito derivante dalla tassazione delle attività produttive e del reddito dei nuovi lavoratori. Di contro le evidenze ormai dimostrano inequivocabilmente come il proibizionismo abbia fallito nella guerra al consumo di droga, e specialmente alla cannabis, con un costo immenso da parte della collettività, la quale oltre a non trarre giovamento da questo mercato illegale, è costretta a finanziare una politica di repressione barbarica e fine a se stessa.

La legalizzazione in Colorado ha inoltre permesso la nascita di una vera e propria ricerca scientifica sulla cannabis e sulle sostanze in essa contenute, sebbene in buona parte finanziata a scopi speculativi, ma prima di oggi impensabile anche in paesi tradizionalmente molto liberali come l’Olanda, dove la marijuana non è legale ma semplicemente tollerata. Questo permetterà nel medio-lungo termine di giungere ad una consapevolezza più fondata circa la validità della cannabis in ambito medico, industriale e nel contesto delle energie rinnovabili.
Gli Usa si trovano ancora una volta a giocare un ruolo centrale nella determinazione delle nuove dinamiche internazionali in tema di stupefacenti, ma a differenza di 50 anni fa, la posizione americana sembra radicalmente cambiata. Tradizionalmente infatti il resto del mondo occidentale sembra adeguarsi alle scelte pionieristiche statunitensi, che si tratti per una volta di una tendenza favorevole?

 





One Comment

  1. Jade Benshed says:

    si… ormai siamo americanizzati! 😀
    Anche se io mi ispirerei di più al modello Uruguaiano

Leave a Reply

Questo sito utilizza cookie propri e di terze parti, questi ultimi per fornire ulteriori funzionalità agli utenti, quali social plugin e anche per inviare pubblicità personalizzata. Cliccando su (Accetto), oppure navigando il sito acconsenti all’uso dei cookie. Per negare il consenso o saperne di più
Leggi informativa privacy

Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!

This happens because the functionality/content marked as “%SERVICE_NAME%” uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: click here to open your cookie preferences.