Gli allevamenti intensivi e il consumo di carne e di altri derivati, sono da tempo considerati una fonte importante di gas serra, e quindi fra le cause dei cambiamenti climatici. Non la principale, ma di sicuro di peso e in crescita: si stima che a livello globale sia responsabile di circa il 15% del totale delle emissioni e che entro il 2050 la percentuale salirà esponenzialmente complice lo sviluppo di paesi prima considerati arretrati e ora avviati a diete alimentari più dispendiose.

Oggi nei paesi industrializzati una persona consuma mediamente circa il doppio di carne di quanto raccomandato dai nutrizionisti. Negli Stati Uniti, paese al top nella classifica mondiale per il consumo di carne, quest’eccesso di proteine animali è circa il triplo: ogni americano consuma in media circa 250 grammi di carne al giorno. In Europa è la Germania a posizionarsi al top della classifica, seguita da Danimarca, Spagna e Portogallo.

I ricercatori affermano che sarebbe necessario un cambiamento generale verso una dieta più varia, che includa quindi meno carne, per mantenere il riscaldamento globale appena al di sotto dei 2°C ma il trend del consumo va esattamente nella direzione opposta, una direzione assolutamente non sostenibile e non solo per la nostra salute: tutti sanno che un consumo eccessivo di carne rossa e lavorata (insaccati e salumi) comporta un maggior rischio di soffrire di malattie cardiovascolari, diabete, cancro e altre patologie con relative ricadute economiche sul sistema sanitario nazionale.

La tecnica indispensabile per soddisfare la domanda di carne globale è l’allevamento intensivo. Gli animali, ammassati a migliaia in enormi capannoni e recinti, non vengono nutriti con l’erba, elemento naturale per la loro crescita, ma con cereali e soia che ne accelerano l’aumento del peso. Per coltivare ingenti quantità di cereali e soia, occorre fare ampio uso di pesticidi e fertilizzanti con effetti devastanti sugli ecosistemi. A causa di questa dieta, molti animali e in particolare i bovini, patiscono gravi problemi di salute e sono tenuti sotto controllo dagli antibiotici. Gli antibiotici vengono inoltre somministrati per prevenire malattie che si possono sviluppare per le cattive condizioni igieniche degli allevamenti stessi e per accelerare ulteriormente la crescita degli animali. L’eccessivo ricorso a questi farmaci ha prodotto batteri estremamente resistenti, dando vita all’allarmante fenomeno dell’antibiotico-resistenza in grado di rendere inefficaci gli antibiotici necessari per preservare la salute umana.
Inoltre l’allevamento intensivo è tra le principali cause di deforestazione e distruzione di polmoni verdi, basti pensare che in Amazzonia il 91% della deforestazione avviene proprio per la produzione di carne.

Da consumatori, possiamo modificare i nostri consumi alimentari preferendo una dieta ricca in frutta e verdura, rispetto a una ricca di carne e zuccheri, e scegliendo prodotti freschi, non confezionati e di stagione. Ancora, si potrebbe aderire ai GAS, i gruppi di acquisto solidale, che nascono dalla comune volontà di accorciare le distanze fra consumatore e produttore, e si basano sul rapporto diretto fra produttori e acquirenti. La singola scelta individuale di rinunciare alla carne non basta per salvare il pianeta e vincere la sfida contro il climate change, ma una sensibilizzazione generale sul tema può concorrere a rallentare la corsa verso la distruzione. Possiamo contribuire in prima persona anche sollecitando i politici, dicendo loro che abbiamo bisogno di nuove regolamentazioni ambientali, proprio come il movimento non violento Extinction Rebellion sta facendo in Inghilterra. Non lasciamo che chi ha in mano il governo del Paese si sottragga al suo dovere.





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