Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi

Amnesty International ha denunciato il tentativo delle autorità egiziane di normalizzare le violazioni dei diritti umani attraverso una serie di norme che servono a “legalizzare” la crescente repressione della libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. In occasione del sesto anniversario della salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi, Amnesty International ha pubblicato un’analisi della situazione dei diritti umani dal 2013 a oggi, già sottoposta al Consiglio Onu dei diritti umani in vista dell’Esame periodico universale cui l’Egitto sarà sottoposto a novembre. “Da quando il presidente al-Sisi ha preso il potere, la situazione dei diritti umani in Egitto ha conosciuto un deterioramento catastrofico e senza precedenti”.

Stato di polizia
Attraverso una serie di leggi draconiane e di tattiche repressive delle sue forze di sicurezza, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti“, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. 

Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente – centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente – ed è proseguita l’impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l’uso eccessivo della forza.  Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite. La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.  La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive. Secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, dal maggio 2017 le autorità egiziane hanno bloccato almeno 513 siti web, tra cui portali informativi e di organizzazioni per i diritti umani. 

Desaparecidos
Dal 2013 migliaia di persone sono state trattenute in detenzione preventiva per lunghi periodi di tempo, a volte anche per cinque anni, spesso in condizioni inumane e crudeli, senza cure mediche adeguate e con scarso accesso alle visite familiari. In alcuni casi, la polizia ha trattenuto per mesi persone di cui i tribunali avevano ordinato il rilascio. Per limitare arbitrariamente la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica, in questi sei anni le autorità egiziane si sono costantemente basate su una legge relativa alle manifestazioni di epoca coloniale, adottata nel 1914, sulla draconiana legge sulle proteste del 2013 e sulla legge antiterrorismo del 2015. Durante una fase particolarmente acuta della repressione, tra dicembre 2017 e gennaio 2019, almeno 156 persone sono state arrestate per aver criticato in modo pacifico le autorità, aver preso parte a riunioni o aver partecipato a manifestazioni. Più di recente, nel maggio e nel giugno 2019, sono stati arrestati almeno 10 oppositori pacifici, tra cui un ex parlamentare, leader dell’opposizione, giornalisti e attivisti. Le autorità hanno anche approvato leggi che rafforzano le limitazioni ai sindacati indipendenti e l’impunità per le alte cariche delle forze armate per reati commessi dal 2013 al 2016, un periodo nel quale centinaia di manifestanti sono stati vittime di uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza. 

Gli emendamenti costituzionali adottati nel 2019 hanno indebolito il primato della legge, compromesso l’indipendenza del potere giudiziario, aumentato i processi in corte marziale per i civili, eroso ulteriormente le garanzie di un processo equo e cristallizzato l’impunità per i membri delle forze armate. Gli emendamenti consentiranno anche al presidente al-Sisi di controllare dall’inizio alla fine l’applicazione delle norme che “legalizzano” la repressione, attraverso il potere di nomina delle alte cariche giudiziarie e la supervisione in materia giudiziaria. Sotto il presidente al-Sisi le leggi e il sistema giudiziario, che dovrebbero servire a garantire lo stato di diritto e a proteggere i diritti delle persone, sono stati trasformati in strumenti repressivi da utilizzare per processare chiunque critichi pacificamente le autorità. Questo accade proprio mentre le forze di sicurezza ricorrono sistematicamente alla tortura per estorcere confessioni che determineranno condanne al termine di processi irregolari“, ha commentato Mughrabi. La comunità internazionale deve cessare di rimanere in silenzio di fronte alla decimazione della società civile egiziana, allo sbriciolamento di ogni forma di dissenso e all’apertura delle porte del carcere per le voci critiche e gli oppositori pacifici che vanno così incontro alla tortura, alle sparizioni forzate e a condizioni inumane di prigionia. Gli stati, soprattutto quelli che nel 2014 rivolsero le raccomandazioni all’Egitto, hanno il dovere di prendere posizione per fermare questo catastrofico declino dei diritti umani”, ha concluso Mughrabi.

Il racconto delle vittime
Tra i giovani imprigionati in modo arbitrario vi sono gli attivisti Ahmed Maher e Mohamed Adel del “Movimento giovanile 6 aprile”, il noto blogger Ahmed Douma, Alaa Abd El Fattah, un blogger e autorevole voce critica che è stato in prigione sotto Hosni Mubarak e il Consiglio supremo delle Forze armate, e i difensori dei diritti umani Yara Sallam e Mahienour El-Massry. Ecco una testimonianza, tra le tante raccolte dall’organizzazione umanitaria di ciò che significa una “generazione in carcere”: “Sono stato arrestato a febbraio, a casa, da uomini della sicurezza in abiti civili. Mi hanno subito picchiato e poi trasferito ad Al Azouly. Mi hanno interrogato 13 volte. Ogni volta bendato, denudato, ammanettato con le mani dietro la schiena, colpito con le scariche elettriche su tutto il corpo, compresi i testicoli. Non mi hanno permesso di telefonare ai miei familiari. Allora, ho dato il loro numero di telefono a un prigioniero che stava per essere rilasciato che li ha avvisati. Un uomo che era in cella con noi, si chiamava Haj Shatewy e veniva dal Sinai, è stato torturato dalla Brigata militare 101. Gli hanno infilato un bastone rovente nell’ano e per nove giorni non è riuscito ad andare in bagno. Non lo hanno curato. È morto nella cella numero 11 del secondo piano. A maggio, alla fine delle indagini, mi hanno rilasciato”.

Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein, è uno studente arrestato mentre tornava a casa dopo aver preso parte a una protesta, solo a causa dello slogan scritto sulla sua maglietta. Secondo i suoi familiari e avvocati, ha “confessato” sotto tortura attività collegate al terrorismo. Ha trascorso il suo 19esimo compleanno in prigione, dove è rinchiuso da più di 500 giorni. Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre 60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati… Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Della stagione della speranza, delle istanze di libertà che mossero la “rivoluzione di Piazza Tahir”, non sembrano restare traccia. Di quei protagonisti, molti sono in carcere e in tanti altri a dominare sono la delusione e la paura. Nell’Egitto di al-Sisi i “desaparecidos” si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarieIl dato di migliaia di persone condannate per false accuse o a causa di leggi che limitano la libertà di espressione e di manifestazione pacifica, è in profondo contrasto coi pochi casi di agenti di polizia processati per violazioni dei diritti umani a partire dal gennaio 2011. E così la “generazione del coraggio”, osannata cinque  anni fa, è diventata la “generazione carcere”. E dal carcere in tanti sono usciti  con i segni indelebili della tortura. Questo è l’Egitto del “faraone”: uno stato di polizia dove la tortura è la regola, le sparizioni una normalità. Come l’impunità internazionale di cui gode il presidente-generale e i suoi aguzzini.

a cura di Umberto De Giovannangeli





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