Viviamo tempi strani. Tempi da più parti paragonati a un nuovo Medioevo: inteso come periodo buio, repressivo, dominato da un totale conformismo, da un potere politico ed economico che sempre più spesso gioca a fare il censore e l’inquisitore delle opinioni difformi da quelle considerate lecite. Un periodo di passaggio verso un futuro che nessuno di noi oggi saprebbe con certezza immaginare necessariamente migliore dell’oggi, tra strette repressive, virus e altri scenari distopici. Che poi in verità il Medioevo non necessariamente è stato veramente tutte queste cose: si è trattato di un periodo lungo circa mille anni che al suo interno ha visto anche grandi conquiste e miglioramenti. Ma non è questo il punto, chiaramente.

Di certo il conformismo domina la nostra contemporaneità. La gran parte delle persone vive la vita che è stata prevista per loro, come se fosse una cosa preordinata e già imballata, senza possibilità di divincolarsi dagli obblighi familiari, sociali e lavorativi che la scandiscono dalla nascita alla vecchiaia. Soprattutto pochissimi pensano fuori dal coro e agiscono al riparo dall’omologazione di massa. Per secoli l’umanità ha vissuto in sistemi dove il diritto di parola lo avevano solo le élite. Fino all’avvento di internet l’informazione era solo verticale, dall’alto verso il basso, con pochissime possibilità di far conoscere messaggi differenti. Oggi non è così, tutti possiamo scegliere dove informarci, e chi ha qualcosa da dire può trovare ampi spazi per comunicare. Almeno in teoria e fino a che durerà, considerando le sempre più evidenti ambizioni censorie di Google, Facebook, Twitter e compagnia. Tuttavia le voci critiche in giro sono poche, troppo poche, e pochissimi sono quelli che hanno il coraggio di uscire allo scoperto per dire qualcosa di controverso. In un’epoca in cui ogni idea non conforme è tacciata di “complottismo”, molto più rassicurante è vivere e pensare come la massa.

La globalizzazione ha imposto un unico modello di cultura dominante e totalizzante, basato su di un capitalismo sfrenato che si nutre di un consumismo idiota, distruttivo per l’uomo e per l’ambiente. Tutto si basa sul Pil, la cui crescita perpetua non può fare a meno dell’indottrinamento di tutte le popolazioni all’ideologia del produci-compra-consuma-butta.

Eppure vivere fuori dal coro omologato è possibile. Certamente ci vuole coraggio, consapevolezza, autodisciplina e conoscenza, ma si può e tanti lo fanno. Gli esempi non sono così pochi e da sempre su queste pagine cerchiamo di parlarne, affinché questi possano diventare esempi per più persone. Ci sono gli esempi dei tanti che hanno deciso di abbracciare, in modo più o meno radicale, una vita basata sull’idea dell’autoproduzione. Concetto troppo spesso confuso e ridotto alla pratica di coltivare da sé le verdure per la propria tavola, ma che in realtà sottintende uno stile di vita realmente alternativo. Si tratta di mettere in discussione i punti fermi dell’ideologia consumistica dominante, per basare la propria vita su altri criteri scelti da se stessi e compatibili con il pianeta. In poche parole significa smettere di ragionare come “consumatori”, ruolo nel quale la società ci ha ormai rilegato, e prendere in mano le redini dell’esistenza. Affrontando tutta una serie di scomodità che per molti al giorno d’oggi paiono inaccettabili e di passare quantomeno per persone bizzarre di fronte al grosso della massa. C’è poi chi questa idea di vita fuori dal coro l’ha abbracciata al punto di cercare di fondare nuove comunità, basate sull’unione di più persone che cercano insieme una via di uscita dall’omologazione e dal vivere secondo i criteri imposti. È il caso delle comuni e degli ecovillaggi, luoghi dove sempre più persone (anche in Italia, dove ne esistono più di trenta) sperimentano nuovi modi per abitare il mondo, basati sul vivere in modo indipendente dalla massa, con il coraggio e la determinazione necessari per ambire a creare nuovi modelli, fondati sul rifiuto del consumismo, il riciclo, la simbiosi con la natura, l’indipendenza da modelli di produzione e di pensiero omologati e insostenibili.

Ve ne abbiamo già parlato, ma il momento attuale è quanto mai indicato per tornare a mettere a tutti la pulce nell’orecchio. Certo, serve decisione e una certa dose di coraggio per cercare di cambiare dimensione, rivalutare la vita fuori dalla città, sostituire gli schermi della tv e del telefonino con altri modi di passare il tempo e di informarsi, smettere di dipendere dalla grande distribuzione per mettere a tavola ciò che serve. Eppure proprio tra quelli che hanno avuto il coraggio di provare a vivere la propria esistenza fuori dal coro è certamente più facile trovare chi ha sopportato meglio questo periodo di pandemia, lockdown, restrizioni e coprifuoco. Nelle città si è totalmente incanalati nei binari della società, stretti tra le restrizioni, i timori per i luoghi affollati e il controllo capillare delle forze di polizia. Un periodo nero che per tanti rischia di avere ripercussioni che si trascineranno nel tempo. Una ricerca del NHS, il sistema sanitario inglese, ha rivelato che tra bambini e adolescenti i disturbi comportamentali sono raddoppiati nell’ultimo anno, con picchi nei casi di autolesionismo, depressione e aggressività, e la stessa OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha ammesso che la pandemia avrà conseguenze gravi sulla salute mentale di molte persone in tutte le fasce di età. Non è difficile pensare che chi vive una quotidianità meno agganciata ai ritmi e agli obblighi della massa si senta molto meno sotto stress in questo periodo.

Il consumismo e l’omologazione sono nemici anche dell’informazione. Il primo rende i cittadini meno propensi a riflettere su ciò che veramente gli servirebbe sapere per orientare la propria vita e le proprie scelte, la seconda porta la gran parte dei media ad avere differenze solo di facciata, che mai mettono in dubbio gli assunti di base del sistema. Il problema è che in questo come in tutti i campi della vita essere omologati e seguire la massa e le sue mode è molto più semplice. Ma solo chi ha il coraggio di mettere le verità ufficiali in dubbio e ragionare con la propria testa può ambire ad essere libero e, alle volte, a trovare la verità. Non nelle cospirazioni o in astruse teorie, ma nella perseveranza e nella capacità di studiare, capire e agire di conseguenza.

Con la cannabis, nel suo “piccolo”, l’avventura di questa rivista è iniziata proprio così. La canapa era considerata, in Italia più che altrove, la pianta del demonio. Per decenni ci hanno raccontato che chi la consumava rischiava di diventare pazzo, di passare in un automaticamente dalle canne all’eroina, di soffrire di schizofrenia e depressione, di diventarne dipendente, di finire in overdose, di sviluppare enormi ed irreversibili buchi nel cervello.

Oggi, anche se qualche media e una parte considerevole dei nostri politici ancora ci provano a ripetere le stesse bugie, sentire queste teorie fa sorridere ogni persona che abbia avuto la voglia di informarsi un minimo o che semplicemente abbia fumato per un qualche periodo della propria vita. Ma solo fino a pochi anni fa mettere in discussione queste bugie che venivano spacciate come verità assolute e scientifiche era equivalente ad essere giudicati come dei pericolosi fuori di testa. Poi sempre più persone, più o meno consapevolmente, si sono unite alla battaglia. Chi facendo informazione e cercando di diffonderla, chi facendo ricerca, chi semplicemente disobbedendo a una legge ingiusta, rischiando e spesso perdendo la propria libertà per reclamare il diritto a coltivare e utilizzare la canapa, chi – come tanti malati – scegliendo di iniziare una cura non riconosciuta ma efficace. A suo modo, ognuna di queste persone è diventata parte di un movimento inarrestabile, che con la forza di milioni di gocce d’acqua ha scavato la dura e ostinata roccia del proibizionismo, fino a disintegrarla. Perché se è vero che in molti paesi, Italia in testa, il proibizionismo è ancora in piedi, è evidente come si tratti di una misura che non gode più dell’appoggio della popolazione e prima o poi è destinato a crollare.

Questo è uno degli esempi più forti di cosa significhi vivere, agire e comunicare fuori dal coro. Nell’ambizione che nel tempo si possa costruire un coro ancor più potente di quello che avevano cercato di imporci. E questo è ciò che cerchiamo di fare non solo con la canapa, dal giorno zero. Raccontare stili di vita alternativi, dare voce a chiavi di lettura del mondo che facciano da controcanto all’ideologia dominante, talvolta anche in contraddizione tra loro, è il modo in cui da sempre intendiamo sia giusto fare informazione. Questo comporta delle critiche, è normale. Chiunque, in un modo o nell’altro, vive e parla fuori dal coro è destinato a riceverne e deve saperle sopportare rispondendo a tono. Vale per tutti e in tutti i campi e bisogna essere consci, preparati e coraggiosi. Il rischio è considerevole, ma la posta in palio è altissima, si chiama libertà.





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