Un tema molto usato dai detrattori dell’agricoltura biologica è quello dell’impossibilità di riuscire a produrre cibo per tutta la popolazione mondiale, in continua crescita, con sistemi rispettosi dell’ambiente e in totale assenza di pesticidi sintetici.

Ma è vero che non esistono alternative da offrire al mondo intero se si vuole supportare la crescente domanda di alimenti, mangimi e fibre? Possibile che le strategie europee si muovano in queste direzioni senza essere supportate da dati concreti? Possibile che non si possa pensare a modelli agricoli più vasti che, come il biologico, non depredino la terra delle sue risorse lasciandola povera e inquinata? Che per mangiare tutti non ci sia alternativa ad una alimentazione con cibo di minore qualità o spazzatura?

Dati che provengono dagli ultimi studi di modellistica a livello planetario pubblicati nel Dicembre 2017 su Nature dicono che i valori di diminuzione delle produttività ad ettaro in seguito all’adozione dell’agricoltura biologica sono stimabili in una misura compresa tra l’8 e il 25% (Muller et al., 2017).

È comunque necessario riflettere su un aspetto più generale. Si tende a considerare la questione sotto il profilo dell’uso degli spazi senza guardare alla dimensione del tempo. Comparare le diverse gestioni, convenzionale e biologica, in termini di produttività o di resa economica e stilare giudizi sulla base di un bilancio contabile “per ettaro e per anno” significa perdere di vista uno dei motivi di fondo che giustificano oggi la scelta di pratiche conservative: evitare all’ambiente impatti di sempre più difficile reversibilità nella prospettiva di lungo periodo. In questo senso, il solo confronto in redditività del prodotto o in superficie necessaria resta un esercizio parziale poiché si tralascia di mettere a bilancio la possibilità di sostenere le produzioni nel tempo, diminuendo progressivamente l’input di risorse o i danni ambientali e sociali. Per questo, anche se l’agricoltura biologica non dovesse mai riuscire a equiparare i ricavi su base annua di quella convenzionale e se la qualità dei prodotti non risultasse migliore, la sua attuazione resterebbe un compromesso che ha una contropartita di natura ecologica il cui valore va misurato con ben altro metro e giudicato, a livello scientifico e politico, con i modelli predittivi opportuni.

L’agricoltura integrata non è un’alternativa al biologico

Parlando di alternative possibili al biologico, i suoi detrattori sostengono che l’alternativa c’è ed è già in campo: è l’agricoltura integrata, degli imprenditori che innovano, che integrano tutti gli strumenti di protezione delle colture (agronomici, fisici, biologici, chimici) secondo uno schema razionale per produrre quanto più possibile con le risorse disponibili usate nel modo più efficiente possibile.

Il metodo di produzione integrata non è però un metodo particolare adottato da un gruppo di agricoltori innovatori. La produzione integrata, in vigore dal 1 gennaio 2014, è il metodo di riferimento scelto dall’Unione Europea come standard per realizzare il livello minimo di sicurezza di utilizzo dei pesticidi in agricoltura, in seguito ai numerosi problemi causati dal loro uso eccessivo e irrazionale nell’agricoltura convenzionale. Ogni anno il Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo pubblica “Linee guida nazionali per la produzione integrata delle colture” in applicazione della Direttiva n. 128/09/UE relativa all’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari. Sulla base di queste linee tutti gli agricoltori, quelli più innovatori e quelli meno innovatori, sono obbligati ad adottare il metodo di produzione integrata.

Il biologico tiene conto dei costi non conteggiati (ambientali, sociali) ed è più produttivo in condizioni estreme

La lunga sperimentazione di enti di ricerca come quella dei Farming System Trials (FST) in corso da oltre 40 anni da parte del Rodale Institute negli USA ha evidenziato un netto incremento del carbonio organico nei terreni e un forte incremento della capacità del suolo di infiltrare acqua e mantenerla disponibile alla crescita delle piante nei periodi di siccità climatica. Oltre a mostrare come in confronti diretti non si riscontrino differenze significative di rese tra le gestioni convenzionali e quelle biologiche, si evidenzia che le seconde possano produrre addirittura rese maggiori (fino al 40% in più) nelle annate in cui lo stress idrico in difetto e in eccesso (siccità o inondazioni) presenta i maggiori impatti e, quindi, come mostrino maggiore resistenza agli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici. Le presunte maggiori emissioni dovute a una più ampia superficie necessaria all’agricoltura biologica per la stessa quantità di prodotto della convenzionale, ottenute anche con deforestazione non tengono conto del calo di fertilità dei suoli coltivati con tecniche convenzionali, già pericolosamente in atto oggi. Nello stesso studio gli autori ammettono infatti che, in suoli convenzionali intensivamente fertilizzati con concimi minerali, le emissioni per ettaro sono comunque maggiori che in suoli condotti con regime biologico e che il loro rapporto non prende in considerazione tutti gli altri servizi ecosistemici il cui beneficio andrebbe calcolato separatamente.

Altri studi confermano che l’attuazione delle buone pratiche legate al biologico o biodinamico ha portato, in 18 anni, all’aumento della sostanza organica dall’1,7 al 6,1% fino alla profondità di 35 cm dei terreni considerati. Il risultato è stato ottenuto partendo da suoli prima gestiti in maniera convenzionale. In altre parole, se gli stessi termini di agricoltura conservativa, agricoltura biologica ecc. hanno il proprio significato, è perché rappresentano un itinerario di tipo rigenerativo che porta alla correzione di una situazione di partenza che, per definizione, è identificata come compromessa. Per questo, confrontare le gestioni convenzionale e biologica per verificare quale delle due sia migliore sotto il profilo ambientale e della rigenerazione dei suoli è come aver scambiato due corridori in una gara, mentre è certamente più corretto un approccio diverso, che veda i due sistemi non confrontabili sotto questi aspetti ma invece come un punto di partenza e quello di arrivo.

Fonte: People for planet





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