Aldous Huxley è noto per i suoi incredibili libri e saggi, tra cui The Doors of Perception, un libro del 1954 che parlava delle sue esperienze con la mescalina e Island, un romanzo su una società utopica. In Island i cittadini abitano in uno stato costante di accettazione grazie alla meditazione e ad un agente psichedelico che chiamano “medicina moksha”. Un personaggio descrive moksha come «il mitigatore della realtà, la pillola della verità e della bellezza», che consente agli utenti di «catturare un scorcio del mondo mentre guarda a qualcuno che è stato liberato dalla sua schiavitù verso l’ego». Huxley era un anziano attivista del movimento psichedelico e sosteneva l’uso intelligente e prudente delle sostanze per liberare lo spirito umano. Il giorno in cui morì di cancro nel 1963, Huxley chiese a sua moglie Laura di somministrargli l’LSD, la sua “medicina moksha” preferita. Lei gli somministrò 200 μg prima di osservarlo scivolare nel vuoto. Questa lettera toccante, scritta da Laura al fratello maggiore di Aldous pochi giorni dopo la sua morte, fornisce la prova che Huxley credeva in ciò che predicava.

Carissimi Julian e Juliette,
Sono così tante le cose che vorrei raccontarvi riguardo l’ultima settimana di vita di Aldous ed in particolare sul suo ultimo giorno. Quello che è successo è importante non solo per noi, che gli siamo vicini e lo amiamo intimamente, ma è quasi una conclusione, anzi, la continuazione del suo stesso lavoro, e per questo motivo la sua morte è importante per tutti.

… Mi chiese una tavoletta e scrisse “Prova LSD 100 intramuscolare”. Anche se, come vedete dalla copia fotostatica, non era stato molto chiaro, so che era quello che voleva dirmi. Gli chiesi conferma. Ad un tratto tutto divenne chiaro. Sapevo che eravamo nuovamente insieme dopo tutti i dialoghi strazianti degli ultimi due mesi. Lo avevo capito, sapevo cosa dovevo fare. Andai velocemente all’armadio, nell’altra stanza, dove si trovava il dottor Bernstein e dove la televisione aveva appena annunciato l’omicidio di Kennedy. Presi l’LSD e dissi «gli faccio un’iniezione di LSD, me l’ha chiesto lui». Il dottore ebbe un momento di agitazione… Potete comprendere molto bene il disagio riguardo a questa sostanza nella mente di un medico. Poi rispose «va bene, a questo punto non fa differenza».

Qualsiasi cosa avesse detto, neanche un esercito avrebbe potuto fermarmi. Andai nella stanza di Aldous con la fiala di LSD e preparai una siringa. Il dottore mi chiese se volevo che fosse lui a somministrare la dose, probabilmente perché aveva visto che le mie mani stavano tremando. Alla sua domanda mi resi conto delle mie mani e risposi «No, lo devo fare io». Mi sono calmata e quando gli ho fatto l’iniezione le mie mani erano ferme. Poi, in qualche modo, una sensazione di sollievo ci ha invaso entrambi.

Credo fossero le 11:20 quando feci la prima iniezione di 100 microgrammi. Mi sedetti di fianco al suo letto e dissi «Tesoro, magari tra poco ne prendo un po’ anche io, insieme a te. Vorresti che ne prendessi un po’ anche io tra un po’?» Dissi tra un po’ perché non avevo idea di quando avrei dovuto o potuto prenderne una dose, in realtà non mi è più riuscito di prenderne a causa della situazione che c’è qui intorno. E lui con un cenno disse: «Sì». Bisogna ricordare che a quel punto lui parlava pochissimo. Poi gli chiesi: «Vorresti che anche Matthew ne prendesse un po’ insieme a te?» E lui rispose di sì. «E Ellen?» rispose ancora di sì. Poi feci ancora il nome di due o tre persone che avevano lavorato con l’LSD. «No, No, basta, basta» mi disse. Poi dissi ancora: «Che mi dici di Jinny?» E lui, con enfasi, rispose: «Sì».

Poi siamo rimasti in silenzio. Mi sono seduta per un po’ senza parlare. Anche Aldous non era più così agitato. Credo gli sembrò di percepire che entrambi sapessimo precisamente cosa stavamo facendo e questo fu evidentemente un grande sollievo per lui. Di colpo aveva accettato l’inevitabilità della morte; aveva preso questa medicina, moksha, nel quale credeva molto. Stava facendo quello che aveva scritto in Island e io avevo la sensazione che lui fosse interessato, sollevato e tranquillo. «Stai andando verso un amore più grande di quello che tu abbia mai conosciuto. Stai andando verso il meglio, il più grande amore, ed è facile, è così facile, e lo stai facendo in modo meraviglioso», gli dissi.

Dopo mezz’ora, l’espressione sul suo volto iniziò a cambiare, e io gli chiesi se stesse sentendo l’effetto dell’LSD ma lui fece cenno di no. Eppure penso che qualcosa stesse già accadendo. Questa era una caratteristica di Aldous. Tardava sempre a riconoscere l’effetto di qualsiasi medicina, anche quando l’effetto era senza dubbio già presente, a meno che l’effetto non fosse molto, molto forte, lui diceva di no.

Ora l’espressione sul suo volto iniziava a sembrare come quella che aveva ogni volta che assumeva la medicina moksha, quell’espressione di immensa beatitudine e amore che lo avvolgeva. Questa volta non era esattamente così ma c’era stato un cambiamento rispetto all’espressione che aveva avuto fino a due ore prima. Lasciai passare un’altra mezz’ora poi decisi di somministrargli altri 100 μg. Gli dissi che lo avrei fatto e lui acconsentì. Gli feci un’altra iniezione e poi iniziai a parlargli. Era molto tranquillo e silenzioso, mentre le sue gambe stavano diventando più fredde e cianotiche in alcuni punti. Iniziai a parlargli, dicendo: «Leggero e libero» quelle stesse parole che gli avevo detto di notte in queste ultime settimane prima che si addormentasse, ora gliele ripetevo con ancor più convinzione e intensità. «Vai, vai, lascia la presa mio caro, in avanti e verso l’alto. Stai andando in avanti e in alto, stai andando verso la luce. Spontaneamente e coscientemente tu stai andando, spontaneamente e coscientemente, e lo stai facendo meravigliosamente, stai andando verso la luce; stai andando verso un amore più grande; stai andando avanti e in alto. È così facile, è splendido. Lo stai facendo meravigliosamente, senza nessuno sforzo. Leggero e libero. In avanti e in alto. Stai andando verso l’amore di Maria, insieme al mio amore. Stai andando verso un amore più grande, più grande di quanto tu abbia mai immaginato. Stai andando verso l’amore più grande, ed è semplice, così semplice, e lo stai facendo in modo così meraviglioso». Credo di avergli iniziato a parlare all’una, o alle due. Era molto difficile per me riuscire ad accorgermi del tempo che passava.

L’infermiera era nella stanza, insieme a Rosalind e Jinny e ai due medici, il dottor Knight e il dottor Cutler. Erano abbastanza lontani dal letto. Io ero vicinissima alle sue orecchie e speravo di riuscire a parlare chiaramente in modo che mi capisse. Gli chiesi «riesci a sentirmi?», mi strinse la mano. Mi stava sentendo. Ero tentata di fargli altre domande ma al mattino mi aveva implorato di non fare altre domande, e avevo la sensazione che tutto stava andando come avrebbe dovuto. Non osai disturbarlo oltre, e quella fu l’unica domanda che gli feci «riesci a sentirmi?». Forse avrei dovuto fargli qualche altra domanda, ma non lo feci.

Il fermarsi del respiro non fu un dramma, perché avvenne così lentamente, in modo così delicato, come un brano di musica classica che si conclude con un sempre più piano dolcemente.

Più tardi feci la stessa domanda, ma la mano non si è mosse più. Passarono alcune ore, la morte avvenne alle cinque e venti, e sempre ci fu pace completa, tranne una volta. Dovevano essere circa le tre e mezzo o le quattro, quando iniziai a vedere il suo labbro inferiore muoversi con fatica. Il labbro inferiore cominciò a muoversi come se ci fosse una battaglia per l’aria. Quindi gli diedi la direzione con ancora più forza. «È facile, e lo stai facendo in modo magnifico, volontario e consapevole, nella piena consapevolezza, nella piena consapevolezza, tesoro, stai andando verso la luce».

Ho ripetuto queste o simili parole per le ultime tre o quattro ore. Una volta ogni tanto la mia stessa emozione mi sopraffaceva, ma se mi capitava immediatamente lasciavo il letto per due o tre minuti e tornavo indietro solo quando l’avevo respinta. La contrazione del labbro inferiore durò solo un po’ e si fermarono, il respiro divenne sempre più lento e non c’era più la minima indicazione di malessere. Era solo la respirazione che diventava sempre più lenta e più lenta fino alle cinque e venti, quando il respiro si fermò.

Le cinque persone presenti hanno tutte detto che questa è stata la morte più serena e più bella. Sia i medici che l’infermiera hanno affermato di non aver mai visto una persona in condizioni fisiche simili andare via completamente senza dolore e senza difficoltà.

Mi avevano avvertito che al mattino avrebbero potuto esserci delle convulsioni che lo avrebbero portato verso la fine, o una sorta di contrazione dei polmoni e dei rumori. La gente aveva cercato di prepararmi per una reazione fisica orribile che probabilmente si sarebbe verificata. Niente di tutto questo accadde.

Mi è sembrato che nell’ultima ora il suo respiro fosse un riflesso incondizionato del corpo, abituato a respirare per 69 anni, milioni e milioni di volte. Non c’è stata la sensazione che con l’ultimo respiro, la sua anima se ne fosse andata. È stato più un distacco graduale nel corso delle ultime quattro ore. Durante quelle ultime ore nella stanza c’erano i due dottori, Jinny, l’infermiera, Rosalind e Roger. Sembra che non abbiano sentito quello che io stavo dicendo. Credevo di aver parlato abbastanza forte, ma loro hanno detto di non aver sentito niente. Rosalind e Jinny ogni tanto si avvicinavano al letto e stringevano la mano di Aldous.

Non sapremo mai se tutto questo è stato solo una nostra illusione o se veramente è stato così, ma di certo i segnali esteriori che abbiamo notato e le nostre sensazioni ci hanno indotto a pensare che è stato meraviglioso, pacifico e senza sforzo.

E ora, dopo questi pochi giorni passati in solitudine, senza il bombardamento dei sentimenti di altre persone, il significato di questo ultimo giorno diventa sempre più chiaro, e sempre più importante. Aldous, credo, era turbato (di certo lo ero io) dal fatto che ciò che aveva scritto su Island non era stato preso seriamente. Fu trattato come un testo di fantascienza, cosa che invece non era, perché tutti i modi di vivere che vi erano descritti non erano frutto della sua fantasia, ma derivavano da esperienze vere sperimentate in vari luoghi, alcune anche nella nostra vita quotidiana. Se il modo in cui Aldous è morto fosse rivelato, ciò potrebbe risvegliare altre persone verso la consapevolezza che non solo questo ma molti altri eventi descritti nel testo sono possibili, qui e ora.

Il fatto che Aldous abbia chiesto il trattamento moksha mentre stava per morire è una conferma del suo lavoro, e quindi è importante non solo per noi, ma per il mondo intero. Certamente qualcuno dirà che che Aldous è stato dipendente dalla droga per tutta la vita e da drogato è morto, ma la storia ci insegna che Huxley ha fermato l’ignoranza prima che l’ignoranza abbia potuto fermare Huxley.

E quindi ora mi chiedo se il modo in cui è morto debba rimanere tra noi, per il nostro unico sollievo e conforto, o se sia giusto che anche altri ne possano trarre beneficio. Cosa ne pensate?

Laura Huxley
“One last LSD trip. The beautiful death of aldous huxley” traduzione e adattamento a cura della redazione di Dolce Vita





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