Oziare è impegnativo.

L’ozio infatti è una nobile attività: necessaria, utile e piacevole, ma prima di tutto un’attività. E come ogni attività umana essa richiede impegno, consapevolezza e metodo. Non ci si improvvisa oziatori poiché oziare richiede addestramento, tecnica e una buona dose di intelligenza. Non è un caso che a parlare di ozio, nel corso della storia, siano stati soprattutto i filosofi: serve grande ponderazione per saper domare l’ozio.

Infatti, è molto facile confondere l’attività dell’ozio con l’inattività del non fare nulla. Troppo spesso coloro che oggigiorno parlano di ozio stanno dicendo una cosa diversa rispetto a quella che i filosofi del passato hanno cercato di comunicare ai posteri: l’ozio è passività, è lasciarsi vivere, e oziare significa abbandonarsi agli eventi del destino. L’ozio insomma è diventato una passiva (in)attività mescolata con un fatalismo ottimista e una disillusione intellettuale: conviene non fare nulla perché così (non) facendo si eviteranno le cose pesanti e grevi della vita, le responsabilità, i rimpianti e ovviamente le fatiche. L’ozio si è tramutato nella scusa buona per non impegnarsi in nulla, per non porsi obiettivi, per non accollarsi il peso che comporta il semplice fatto di essere vivi.

Ma qualche riga più sopra ho utilizzato il verbo chiave: “domare” l’ozio. E domarlo è proprio ciò che va fatto poiché altrimenti si rischia di venirne sopraffatti: l’essere umano, un po’ come ogni altra creatura, possiede una naturale tendenza a lasciarsi vivere, ad assecondare gli avvenimenti che di volta in volta si susseguono davanti ai suoi occhi, e preferisce istintivamente non impegnarsi, evitare la fatica, risparmiare le energie, poiché vivere significa prima di tutto risparmiarsi (tempo, risorse psichiche e fisiche, magari pure denaro). Non c’è nulla di strano in questo: l’auto-conservazione passa anche per l’inattività poiché il suo contrario comporta rischi, costi e non necessariamente benefici.

Domare l’ozio significa mettere in atto una serie di riflessioni e comportamenti che riescano a bilanciare i due estremi: da un lato abbiamo infatti lo stacanovismo, quell’atteggiamento assurdo che spinge a dedicare ogni secondo ed energia della vita nel fare, costruire, progettare e brancolare, impedendo agli spazi vuoti di presentarsi nella quotidianità, riempiendo l’agenda di cose-da-fare che in realtà diventano “cose-che-ti-fanno” (perché l’agenda smette di essere un oggetto “per agire” e si trasforma in un oggetto che “ti agisce”); dall’altro abbiamo la nullafacenza, l’attitudine a rimandare tutto, procrastinare persino i respiri, dedicandosi passivamente agli eventi della vita come se fossimo creature completamente assuefatte ai ritmi imposti da altri o da altro. Questi due estremi esistono in virtù di un vero e proprio odio della vita umana: lo stacanovista detesta restare fermo e in silenzio poiché odia sentire la propria voce interiore che gli chiede: “Che diavolo stai facendo della tua vita?”, il nullafacente non sopporta mettere in atto un progetto o attuare qualsiasi cosa abbia in mente perché detesta la propria voce interiore che gli chiede: “Che diavolo significa la tua vita?”. Ma per quanto possa sembrarci strano, entrambi gli atteggiamenti sono figli di una passività esistenziale terribile: nessuno dei due, né lo stacanovista né il nullafacente, hanno consapevolezza di quello che stanno facendo poiché si lasciano trascinare dalla corrente, qualunque essa sia, senza avere alcuna reale presa sulla propria vita.

E questo è drammatico.

L’iper-attività e l’iper-passività sono due facce della stessa medaglia e l’arte dell’ozio è ciò che ci salva da questi due baratri così attraenti e facilmente percorribili. Oziare infatti significa mettere in atto una serie di tecniche e vere e proprie strategie per far sì che i momenti di attività siano influenzati dalla riflessione dell’ozio e abbiano come obiettivo quello di ritornare all’ozio, mentre quest’ultimo è l’attimo in cui si costruiscono le premesse per la futura attività. Si tratta di un circolo virtuoso che non ha assolutamente il carattere dell’automatismo: serve stare costantemente all’erta per far sì che uno dei due estremi non inghiotta l’altro e la filosofia è uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per uscire incolumi da questa relazione complicata.

Seneca consiglia a Lucilio di prepararsi bene ai momenti d’ozio perché essi sono fondamentali alla vita politica, e poi gli intima di stare all’erta durante la vita politica, affinché lo stacanovismo non lo spinga ad eliminare tutti gli “spazi vuoti”, quelli dedicati alla riflessione e all’ozio. Allo stesso modo noi dobbiamo essere consapevoli che è facilissimo cadere dall’una o dall’altra parte, a votare anima e corpo all’attività frenetica, al ritmo irragionevole, all’agenda che ci usa per i propri fini invece che essere uno strumento per i nostri; oppure a darsi al nulla, alla passività, all’inattività imperitura, convincendosi in questo modo di essere liberi dagli impegni, quando invece siamo schiavi dei nostri impulsi.

Oziare significa trovare l’equilibrio tra i due estremi: in questo senso il pensiero corrisponde all’ozio e pensare significa stare in equilibrio sulla vita per tenerla d’occhio, affinché non ne diventiamo le vittime, stacanoviste o nullafacenti che siamo.





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