C’è chi li ama e chi li odia, o meglio, c’è chi crede nella loro funzione curativa e chi li paragona all’effetto placebo, ma in qualsiasi modo la si pensi a partire dal 2019 i prodotti omeopatici riceveranno l’autorizzazione dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per la messa in commercio.

Dopo tanti anni di caccia alle streghe e battaglie a suon di ricerche scientifiche l’omeopatia verrà dotata di codici AIC, ovvero il codice a sei cifre che identifica in modo univoco un medicinale, andando a definire composizione e dosaggi, una sorta di carta di identità del prodotto. Un codice che di fatto equipara la medicina omeopatica a quella allopatica, secondo oneri e onori.

Già, perché se da un lato è arrivato il riconoscimento tanto atteso, supportato da studi comprovanti l’efficacia per alcune sostanze, dall’altra la gestione burocratica non è così semplice.
Secondo il Decreto Tariffe Lorenzin, varato nel febbraio 2016, le spese amministrative per presentare la registrazione (che rimane semplificata rispetto ai medicinali tradizionali), come anche ogni cambiamento del dosaggio e composizione, implica una spesa che si prospetta insostenibile per le aziende che producono questa tipologia di prodotto.

Quello che ci auguriamo, assieme al il Presidente di Omeoimprese Giovanni Gorga, è che venga costituito un iter ad hoc, che tenga in considerazione le dimensioni delle aziende italiane nel settore dell’omeopatia, che nulla hanno a che vedere, né vogliono averci a che fare, con quelle di Big Pharma. 





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