Ai tempi dell’Africa Orientale Italiana, in pieno periodo fascista, una ditta erboristica veneta, accortasi dell’abbondanza con cui cresceva selvatico lo stramonio in Eritrea, aveva avviato un lucroso commercio, facendovi raccogliere questa pianta e importandola in Italia per gli usi medicinali.
Nel corso degli studi sulla sua presenza nel Corno d’Africa, ricercatori italiani vennero a conoscenza della credenza etiope che i semi di stramonio, messi sotto il cuscino, fanno dire in sogno la verità ai dormienti. Un termine etiope dello stramonio è melatalef, che significa “far parlare per forza, ottenere una confessione forzata”. Ciò riporta all’impiego delle droghe a mo’ di “siero della verità”, praticato in diverse regioni geografiche. Nei territori etiopi di lingua tigré il nome dello stramonio è serrelrat, dalla radice scerat, “senza denti”, e significa “parlare sena denti”, cioè “parlare fuori dai denti”, evidentemente per via dell’impossibilità nel trattenere ciò che realmente si pensa sotto effetto della datura.

I Mapuche del Cile e dell’Argentina fanno un uso molto particolare dello stramonio, che chiamano miyaya. In casi eccezionali fanno assumere questa droga ai bambini a loro insaputa, per due motivi: come correttivo del carattere e per predire la futura personalità del giovane. Già nel 1936 era stata riportata fra gli Araucani del Cile la somministrazione di semi di miaya ai bambini disobbedienti e incorreggibili, i quali sotto l’effetto della droga venivano ammoniti e istruiti.
Anche più recentemente è stata registrata questa pratica fra i Mapuche; pratica che non viene delegata allo sciamano o altra figura di guaritore, ma è svolta nell’ambito familiare, dove è tramandata dai nonni ai genitori. Una donna Mapuche riportava che il miyaya viene dato per moderare le attitudini e le tendenze eccessive e irruenti del giovane. Questa pratica ha interessanti rassomiglianze con quelle di narco-analisi utilizzate nella psichiatria moderna.

L’altro curioso utilizzo dello stramonio fra i Mapuche è di natura divinatoria. I suoi semi vengono somministrati al bambino per predire la sua futura personalità: “I genitori lo osservano in quello stato per vedere cosa fa. Se raccoglie oggetti significa che sarà un ladro; se si comporterà in maniera ostile con i suoi compagni, diventerà un guerriero; se si avvicina a delle bambine, sarà un amante; se vuole bere qualunque cosa ci sia, diventerà un ubriacone; se prova a suonare uno strumento, diventerà musicista”. Nel corso del “test” i genitori evitano di parlare o interferire con il “viaggio” del bambino.
Questo impiego della datura nel mondo infantile mapuche sarebbe da associare a un dato archeologico proveniente dalla medesima regione del Cile centrale, riguardante il ritrovamento di semi carbonizzati di D. stramonium in urne funerarie datate fra il 300 e il 1000 d.C. e associate esclusivamente a inumazioni infantili.

Concludo con un’altra curiosa pratica riscontrata presso alcuni gruppi bretoni dell’estremo nord-occidentale della Francia e attestata sino almeno al 1970, ma forse segretamente ancora in voga. È una tradizione conservatasi presso piccoli gruppi di contadini durante il periodo estivo, nel momento dell’aggregazione della manovalanza locale attorno ai lavori agricoli quali la raccolta della segale. Nelle serate precedenti i giorni festivi, i braccianti si radunano nel fienile o nelle cave, cioè le cantine, per bere la bevanda alcolica tradizionale, il sidro. Quando gli ultimi avventori esterni al gruppo locale se ne vanno e rimangono “coloro che sanno”, il padrone del campo o l’oste si assenta un momento per andare a prendere la dernière, “l’ultima”, che altro non è che una bottiglia di sidro dove vi sono stati fatti macerare dei semi di stramonio. L’oste sa riconoscere questa bottiglia avendola preventivamente adornata di un filo rosso. I partecipanti a questo finale di serata appartengono a una “élite” di individui contemporaneamente maschi, relativamente maturi, parlanti bretone e celibi. Quindi sono tassativamente esclusi gli stranieri, intesi fra questi anche gli abitanti dei paesini vicini, e gli uomini di famiglia. È una faccenda che riguarda esclusivamente quei gruppi di uomini del luogo che possono ancora fare tardi di notte, che possono ancora perdersi nel tornare a casa. A rendere più intimo l’incontro, il sidro con lo stramonio viene versato in unico bicchiere da cui bevono tutti, gli “ultimi”, quelli “che possono”, mentre il sidro assunto in precedenza era stato bevuto da ciascuno con il proprio bicchiere.

La bevuta della dernière trasforma gli effetti alcolici introducendo nell’esperienza una forte componente allucinatoria. Quando i partecipanti raggiungono il momento in cui non sono più in grado di trovare la strada di casa, si dirigono ognuno verso la propria casa. Ma la datura tira degli scherzi, si sa e, chi a piedi, chi a cavallo, si perdono tutti in lunghe girotopie (lo spazio pare incurvarsi) e girodromie (lo spostamento pare arrotondarsi), in pratica girando su se stessi e con la peculiarità di non essere in grado di superare le soglie, come un portone di casa, un guado, un incrocio di sentieri. Si perderebbero per tutta la notte – e a volte qualcuno ci riesce – se non fosse per i loro amati animali domestici che, conoscendo i rispettivi padroni e i loro vizi, li aiutano amabilmente a tornare a casa; quasi tutti hanno un cavallo o un furetto, animali considerati indispensabili per tornare a casa dopo la dernière (Prado 2005).

Estratto da “Piante psicoattive – Studi etnobotanici” di Giorgio Samorini. Per gentile concessione dell’autore





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