Che cos’hanno in comune il matrimonio di Fedez e Chiara Ferragni con gli attentati dell’11 settembre 2001? Apparentemente nulla, soprattutto perché l’effetto che la loro visione può provocare in noi è diametralmente opposto: da un lato abbiamo uno spettro di emozioni che può andare dall’ammirazione al disgusto, dall’empatica gioia al rifiuto, dall’altro lato abbiamo il terrore, l’angoscia e l’atterrimento. Eppure, i due eventi non sono affatto distinti, ma sono due facce della stessa medaglia.

Possiamo infatti affermare senza problemi che i due discorsi collettivi che hanno dominato questo inizio di secolo e di millennio sono esattamente questi: la società dell’iper-spettacolo e il terrorismo internazionale. Non esistono due fenomeni che siano stati parimenti pervasivi nel nostro immaginario e non è affatto un caso che la crescita dell’uno sia stata proporzionale a quella dell’alto, come se vicendevolmente si fossero aiutati nell’invadere i nostri discorsi sociali, economici e politici. Un aspetto lega lo spettacolo e il terrorismo ed è la loro capacità di sottrarci alla solitudine. Certamente, come avrò modo di esporre, essi lo fanno in modi molto diversi, ma l’effetto e l’obiettivo che perseguono è il medesimo.

Il matrimonio di Fedez e Chiara Ferragni, preso come esempio della società dell’iper-spettacolo, è in effetti paradigmatico in questo senso: la sovrapproduzione di immagini, video, post, articoli, discorsi, opinioni e chi più ne ha più ne metta produce una collettivizzazione della percezione da cui è difficile sottrarsi. Cercare le motivazioni del successo di questo evento è operazione vana, dal momento che esse corrispondono alla stessa ricerca spasmodica del successo: si tratta di un movimento circolare che rende inevitabile la pervasività del racconto di questo matrimonio, da cui è impossibile sottrarsi. Persino io, che di gossip conosco poco o nulla, non ho potuto esimermi dal vedere (direi dall’incontrare, o dall’essere incontrato da) decine di contenuti che rimandavano, più o meno indirettamente, a quell’evento. Non c’era possibilità di evitarlo, di schivarlo, poiché in ogni dove venivano proposte (o meglio: iniettate) le immagini che ad esso rimandavano. Diventa impossibile sentirsi “soli” di fronte a questa perfetta costruzione mediatica, e sottrarsi perciò al discorso collettivo e comunitario che essa produce diviene non solo difficilissimo, ma anche indesiderabile poiché saresti tagliato fuori da una parte dei riti comunitari.

L’andamento dei post (oltre 117 mila) targati #TheFerragnez nei tre giorni di celebrazione del matrimonio

 

Allo stesso modo, ciò che è avvenuto con l’11 settembre e con il terrorismo internazionale successivo a quell’evento (che dà inizio sotto ogni punto di vista al terzo millennio) è qualcosa di non dissimile da quanto detto sopra. Solo che, al posto della gioia mediatica c’è l’angoscia mediatica; al posto della partecipazione alla festa c’è la partecipazione all’isteria; al posto della spettacolarizzazione c’è la sicurezza. L’11 settembre ha portato con sé una non meno invasiva mandria di riti e cerimonie atte a sottrarre ognuno di noi alla propria dimensione individuale per proiettarci in una dimensione comunitaria, collettiva e intersoggettiva. Di fronte al terrorismo non rispondiamo con il silenzio della riflessione ma con il baccano della tribù, con le politiche della sicurezza e con il frastuono dell’esorcismo. Il terrorismo, non meno della società dell’iper-spettacolo, ci trasforma in branco e ci spinge a fortificare le mura della nostra cittadella al fine di rinforzare l’idea che abbiamo della nostra appartenenza.

Ecco allora qual è l’aspetto predominante e più efficace tanto del terrorismo quanto dell’iper-spettacolo: sono discorsi che ci impediscono di ammettere la nostra fragilità. In questo senso, mettiamo in atto questi discorsi e i dispositivi ad essi annessi per mettere una certa distanza tra noi e la solitaria riflessione sulla vulnerabilità che ci contraddistingue. Possiamo affermare, spingendoci un po’ più in là, che nulla è cambiato rispetto a quanto avveniva in tempi antichi, quando i gladiatori scendevano nelle arene o quando si danzava intorno al fuoco per rendere grazie agli dèi: ancora oggi, nel terzo millennio, l’uomo si chiude in una comunità per scacciare l’idea della morte e della sua abissale solitudine. I riti e le cerimonie servono a questo, così come mille anni fa: rinforzare l’idea di appartenenza, attraverso la festa gioiosa o la tragedia angosciante, al fine di farci sentire meno soli e quindi meno vulnerabili. Alcuni si azzardano a dire che questa sia una novità, ma le cose non stanno così: siamo ancora gli individui appena usciti dalle caverne e spaventati che il cielo possa cadere, da un momento all’altro.

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