L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere, amava ripetere Ryszard Kapuściński, straordinario reporter morto nel 2007. Il continente africano è «un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste».

Gravi problemi investono ancora oggi l’Africa. Innanzitutto, quelli relativi ai conflitti etnici e alle guerre. L’urbanizzazione è uno dei fenomeni più evidenti della globalizzazione, soprattutto in Africa, dove continua a restare caotica. C’è poi tutta la questione della malnutrizione e delle malattie endemiche: l’Hiv/Aids è la prima causa di morte tra i giovani africani (soprattutto tra le ragazze), seguito dalla violenza. La popolazione africana è sempre più inurbata: è lo slum che avanza nel continente. C’è chi ha calcolato che in Africa il costo della corruzione è di 150 miliardi di dollari l’anno. C’è, infine, l’importante capitolo delle migrazioni.

La vita del giovane africano urbanizzato è condizionata dalla fragilità della famiglia e dalla fine dei sistemi tradizionali di protezione – che tuttavia restano autoritari –, dalla mancanza di lavoro, dal rischio di ammalarsi, dal desiderio di emigrare e dal dispotismo delle istituzioni. La stragrande maggioranza è convinta che emigrare per assicurarsi un futuro migliore sia un diritto inalienabile. Eppure, nonostante il presente non possa che apparire nella sua drammaticità, l’Africa non è soltanto sinonimo di miseria e arretratezza. Oggi l’Africa è cambiata, è diventata la terra delle mille opportunità. I dati assoluti rivelano che la crescita africana è enorme ed è, quello africano, l’unico continente a non conoscere la crisi.

In altri termini, accanto alle cifre spaventose che tutti conosciamo – sulla povertà, l’Aids e la guerra – vi sono anche altri dati, che però non vediamo e in tanti ignorano. Pochi sanno che i Paesi dell’Africa subsahariana hanno vissuto e attraversano una fase di straordinaria espansione economica. Dalla metà degli anni Novanta, i loro tassi di crescita hanno iniziato a stabilizzarsi per poi raggiungere risultati via via più ragguardevoli nel decennio successivo. In Africa si concentrano le ultime terre libere coltivabili del pianeta: sarà dunque oltremodo necessaria a tutti, vista la necessità di cibo sul pianeta. Non è un caso che la Cina se ne interessi. Come l’Asia partecipa alla globalizzazione con la manifattura, l’Africa potrà farlo con l’agricoltura e l’industria del cibo.

Tuttavia, i dati sull’attuale situazione economica del continente africano attestano una situazione di estrema precarietà. Secondo i dati delle Nazioni Unite relativi al 2017 quasi la metà di questa ricchezza mondiale (46,1%) va ai Paesi del Nord del mondo (che sono il 18,1% della popolazione del pianeta) con un reddito medio pro capite di 40.140 dollari l’anno (in Italia il reddito è leggermente più basso: 38 912 dollari). I Paesi del Sud del mondo, con 3,5 miliardi di abitanti, hanno un reddito quattro volte inferiore (10.364 dollari), ma in Africa il reddito medio è nettamente inferiore (4.832 dollari) e fortemente differenziato a seconda delle aree (si va dai 9.521 dollari dell’Africa settentrionale e i 2.046 dollari dell’Africa Orientale).

Teoricamente la ricchezza mondiale, equamente ripartita, consentirebbe di assegnare a ogni abitante del mondo (attorno ai 10 mila dollari l’anno) un reddito dignitoso. Invece, 700 milioni di persone hanno meno di due dollari al giorno (l’attuale soglia di povertà) e sono concentrati specialmente in Africa. Secondo uno studio dell’Ong Oxfam, 8 persone possiedono da sole la stessa ricchezza detenuta dalla metà più povera della popolazione mondiale. In diversi Paesi africani, a causa dei governanti locali e delle pressioni esterne, tanti sono privi della base per un dignitoso livello di vita e ciò spinge i più coraggiosi a emigrare.

Gli arrivi mensili via mare in Italia (fonte: UNHCR)

Seppure non si possa parlare di un’automatica relazione tra situazioni socio-economiche critiche e pressione migratoria, soprattutto perché la povertà estrema può impedire di avere le risorse per pagare i costi della partenza, sussistono forti interconnessioni tra i due fattori. I migranti africani di oggi assomigliano a quelli europei (ed italiani) dei due secoli precedenti, e per giunta, anche se in forme differenti si conosce una notevole ripresa dell’emigrazione italiana. È in entrambi i casi la mancanza di sviluppo e di occupazione a spingere all’esodo.

Nel contesto migratorio mondiale gli africani non sono degli invasori. Lo si deduce dai dati che Idos ha pubblicato sul Dossier Statistico Immigrazione 2018 (che senz’altro verranno confermati nell’imminente edizione del 2019). Contrariamente a quanto spesso si pensa, tra i 243,7 milioni di migranti nel mondo (dato ONU del 2015), diventati nel 2017 258 milioni, pari al 33,4% della popolazione del pianeta, la principale area di origine è l’Asia (96,5 milioni), seguita dall’Europa (63 milioni). L’Africa viene solo al terzo posto con 32,6 milioni di immigranti e rifugiati, di cui oltre la metà (16,5 milioni) si trova negli stessi Paesi di quel continente. Gli africani in Europa sono 9,2 milioni.

L’Italia è tra gli Stati UE a maggiore presenza africana, insieme alla Francia e alla Spagna. Fin dalla metà degli anni ’70 gli immigrati sono arrivati in prevalenza dal Nord Africa e, in misura minore, dall’Asia. Dopo la caduta del Muro di Berlino è prevalso l’arrivo degli immigrati provenienti dall’Europa dell’Est e nel frattempo l’incidenza degli asiatici ha raggiunto quella degli africani. Infatti, gli africani in Italia hanno rappresentato il 30% degli immigrati regolarmente presenti alla fine del 1999 e del 2002, il 26% alla fine del 2005, e qualche decimale al di sopra del 22% nel 2018 (1 milione e 140mila residenti). Sono diverse le comunità africane con almeno 10 mila membri: Marocco (oltre 400 mila residenti), Egitto, Tunisia, Nigeria, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Mali, Gambia, Burkina Faso e Guinea. Tra gli immigrati africani quelli dei Paesi sub sahariani hanno incrementato la loro incidenza e attualmente incidono nella misura del 42%, mentre la restante quota è costituita da nordafricani. Il pregiudizio circa una pretesa invasione degli africani viene smontata anche dalla constatazione che essi aumentano secondo ritmi più bassi rispetto agli immigrati asiatici e a quelli provenienti dall’Est Europa.

Dulcis in fundo, in Italia ci sono 61mila aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, create da africani, il 12 per cento delle quali da donne, che testimoniano il contributo economico, sociale e culturale degli africani.
Scusate se è poco.

Il grafico mostra bene che l’Italia non sta subendo una invasione, ma che i suoi problemi derivano dal modo in cui è stato gestito il flusso migratorio di questi anni





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