Per molti di noi potrebbe essere una sorpresa, ma il settore della moda così ricco di fascino e così colorato, oltre a brillare per l’istrionismo degli stilisti e per la sua capacità di farci sognare, risulta essere fra i più inquinanti al mondo, secondo solamente a quello del petrolio e del gas.

Lo ha reso noto, sciorinando dati assai preoccupanti, la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite che ha rivelato come l’industria tessile nel suo complesso sia responsabile del 20% dello spreco globale dell’acqua, del 10% delle emissioni di anidride carbonica arrivando a produrre una quantità maggiore di gas serra rispetto al trasporto aereo e navale, del 24% dell’uso di insetticidi e dell’11% di quello dei pesticidi. Come se non bastasse l’inquinamento determinato dall’industria dell’abbigliamento non si limita alla produzione e al trattamento dei capi, dal momento che i vestiti dismessi a un ritmo sempre più sostenuto (la loro durata media si è dimezzata negli ultimi 15 anni) finiscono nell’85% dei casi in discarica e solamente l’1% di essi viene riciclato. L’industria della moda vale globalmente 1,3 trilioni di dollari e impiega 300 milioni di persone, una consistente parte delle quali nei Paesi in via di sviluppo dove lavorano in condizioni disumane percependo salari bassissimi.

Alla base del problema c’è il cambiamento radicale del nostro rapporto con i capi di vestiario che acquistiamo e indossiamo, intervenuto negli ultimi decenni e determinato da una serie di ragioni che hanno condizionato le nostre scelte e le nostre abitudini.

Un tempo i capi di abbigliamento costavano molto più di quanto non accada oggi, venivano creati prevalentemente usando fibre naturali, prodotti nello stesso Paese in cui venivano venduti e duravano nel tempo. Nonostante esistesse come, e forse più di oggi, lo stimolo della “moda”, i nostri guardaroba contenevano pochi abiti, tutti di qualità e destinati a venire utilizzati per molti anni, fino a quando non si fossero sgualciti, consunti dal tempo e dall’uso. Molto spesso una volta diventati brutti da indossare assurgevano a nuova vita sotto forma di stracci o indumenti da lavoro.

Volendo semplificare, pur a fronte di una spesa media pro capite superiore a quella attuale acquistavamo un numero molto più ristretto di capi che però erano di qualità e duravano nel tempo, prima di venire in larga parte riciclati da noi stessi e solo raramente affidati alla discarica.

Oggi i capi di abbigliamento costano (relativamente) pochissimo, sono forgiati all’estero in Paesi dove il costo della manodopera è molto basso, in larga parte con tessuti sintetici, hanno una scarsa qualità, risultano molto spesso contaminati da sostanze tossiche che scatenano allergie e dermatiti della pelle e generalmente durano una stagione o poco più. Nonostante i nostri guardaroba si siano allargati a dismisura, la vita dei vestiti diventa sempre più breve e molto spesso prendono la via della discarica prima ancora di avere conosciuto una lavanderia, poiché portarli a lavare costerebbe quasi quanto li si è pagati, facendo sì che risulti più conveniente comprarne di nuovi. Acquistiamo tantissimi abiti di basso costo, che usiamo per un periodo di tempo brevissimo (quasi la metà viene gettata via entro il primo anno dall’acquisto), prima che si trasformino in rifiuti da smaltire in discarica o negli inceneritori.

L’avvento del “fast fashion” a partire dalla fine degli anni ‘90 ha aumentato in modo esponenziale la proposta di nuove collezioni, facendo sì che le canoniche “Primavera/Estate” e “Autunno/Inverno” si siano oggi trasformate in oltre 50 collezioni nel corso dell’anno, favorendo un acquisto smodato di capi di abbigliamento ormai completamente disancorato dalla reale necessità. La crescita economica dei Paesi emergenti, valutata con gli attuali modelli di consumo, indica che nel 2050 i capi prodotti a livello mondiale potrebbero raggiungere l’insostenibile peso di 175 milioni di tonnellate.

A determinare questo cambiamento, apparentemente indolore per i consumatori ma devastante per l’ambiente, sono stati i mutamenti delle politiche industriali condizionate dalla globalizzazione dei mercati e il conseguente modificarsi dei costumi che ci hanno resi sempre più accumulatori compulsivi di merce scadente che non badano alla qualità ma solamente alla vastità del proprio guardaroba.

Sarebbe superfluo sottolineare come l’impatto ambientale del settore tessile sia determinato dalla quantità dei capi prodotti, dalle risorse utilizzate per crearli, da quelle usate per movimentarli e in ultimo dalle conseguenze del loro smaltimento. Se si producono molti più capi, aventi un ciclo di utilizzo brevissimo e provenienti da migliaia di chilometri di distanza, inevitabilmente si inquinerà maggiormente e si consumeranno molte più risorse, proprio come sta accadendo oggi. Secondo una ricerca realizzata da Greenpeace Germania la produzione di abiti è raddoppiata dal 2000 al 2014. Il consumatore medio acquista il 60% in più di capi ogni anno e la loro durata si è dimezzata rispetto a 15 anni fa.

Sommando lavorazione e tintura, prima di giungere su uno scaffale un solo paio di jeans può arrivare a consumare 11mila litri d’acqua.
 La produzione delle fibre sintetiche (le più comuni e utilizzate sono nylon e poliestere) richiede l’uso di grandi quantità di petrolio e causa l’emissione nell’aria di composti organici volatili, particolati sospesi e acidi gassosi come cloruro di idrogeno, in grado di causare svariati problemi respiratori.

L’inquinamento dovuto alle fibre sintetiche non interessa solamente l’aria, poiché i composti organici volatili, solventi e altri sottoprodotti derivati dalla produzione di queste fibre inquinano le acque che fuoriescono dalle industrie e le falde acquifere circostanti. Le fibre sintetiche continuano ad avere un impatto negativo anche dopo essere state prodotte, sia quando vengono a contatto con il nostro corpo, sia quando durante i lavaggi liberano microplastiche dannose per l’ambiente.
 D’altra parte, il cotone utilizzato nell’industria tessile viaggia in media per 12mila chilometri nel suo passaggio dal campo di raccolta fino al negozio di abbigliamento in cui viene venduto il prodotto finito, consumando enormi quantità di combustibili fossili.
Una situazione chiaramente insostenibile che richiede un cambio di paradigma immediato.

In primo luogo è necessario decolonizzare il nostro immaginario dal mito dello shopping compulsivo, abbandonare a livello commerciale la pratica del fast fashion e ricollocare l’industria dell’abbigliamento all’interno di binari che abbiano un senso logico, preservando naturalmente i margini di profitto e le potenzialità occupazionali, ma riducendo al tempo stesso drasticamente il volume dei capi prodotti e aumentando di contralto il periodo di utilizzo degli stessi.

Poggiando su queste basi sarà possibile tornare a produrre e vendere capi di qualità che, pur nell’alveo di un settore come quello della moda dove si vendono “emozioni” prima ancora che vestiti, possano durare nel tempo. Sarà necessario limitare al minimo la movimentazione schizofrenica dei prodotti riportando “a casa” le produzioni delocalizzate nei Paesi a basso costo di manodopera e porre la massima attenzione nella sostenibilità ambientale dei tessuti utilizzati e dell’intera filiera, dalla scelta della materia prima alla tintoria, al finissaggio, per terminare con le possibilità di riciclo degli abiti dismessi.

Gli esempi positivi a livello industriale sicuramente non mancano, ma non esiste ancora una politica globale del settore che si muova in questo senso.
 Le nuove tecnologie di stampa digitale per i tessuti, applicate anche da aziende leader come la Miroglio Tessile, permettono un 50% di risparmio in termini di consumo di acqua ed inchiostro.

C&A, azienda leader nel “fashion retail” con oltre 1.900 negozi in 21 Paesi, progetta e realizza capi nel rispetto di persone, animali e ambiente. La sua linea di moda viene prodotta da persone che lavorano con dignità in ambienti sicuri. Oltre il 65% del proprio cotone è certificato come biologico o “better cotton”, le fibre di cellulosa artificiale provengono al 100% da foreste gestite eticamente e ha introdotto prodotti in nylon riciclato. Con l’hashtag #WearTheChange evidenzia i prodotti più sostenibili, tra cui quelli “cradle to cradle”, realizzati con materiali che si autorigenerano.

Gary Cass, ricercatore dell’Università di Perth ha iniziato a sperimentare la produzione di tessuti dai residui di lavorazione di vino e birra, ai quali nel tempo ha aggiunto il cocco e un mix di cellulosa e acetobacter arrivando a ottenere una fibra simile al rayon. Altri ricercatori sono riusciti ad ottenere seta artificiale utilizzando zucchero, acqua e lievito geneticamente modificato. Altri ancora a produrre fibre dalle proteine del latte o dagli scarti degli agrumi.
La parte del leone fra i tessuti ecosostenibili del futuro appartiene però ad una pianta dal grande passato come la canapa che non necessita di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti, poiché cresce rapidamente e attira pochi parassiti ed è in grado di produrre il 250% in più di fibre tessili rispetto al cotone ed il 600% in più rispetto al lino a parità di terreno utilizzato. I tessuti in canapa risultano particolarmente resistenti, sono ipoallergenici e non irritano la pelle, resistono alla muffa e ben si prestano a essere miscelati con altre fibre.

Tornare a produrre localmente, utilizzando tessuti naturali o tessuti artificiali ecosostenibili e ripensare radicalmente in ottica di rispetto ecologico l’intera filiera di produzione e commercializzazione dei capi sicuramente avrà un costo economico non indifferente. Il prezzo dei capi tornerà ad essere quello di mezzo secolo fa rendendo impossibile cambiare la propria mise a ritmo forsennato così come avviene oggi. Ma il segreto forse è proprio qui, in fondo stiamo parlando di moda e di suggestioni e se vestire ecologico diventerà “di moda” la strada verso la sostenibilità ambientale diventerà molto meno ripida e sconnessa di quanto oggi la si possa immaginare.





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