Da tempo immemorabile e in ogni cultura umana, piante e molecole psicoattive sono state usate come strumenti per guarire la mente, per facilitare i riti di passaggio, per comunicare con il mondo degli spiriti, per rituali religiosi e visioni spirituali, per stimolare la creatività, per rafforzare i legami comunitari e molto altro. I nostri antenati in Europa e Messico erano soliti ingerire periodicamente i “funghetti magici” (cioè contenenti psilocibina) che crescevano in boschi e radure, e ancor’oggi alcune comunità mesoamericane li conservano nel miele. In Baviera, prima del Reinheitsgebot che nel 1516 impose normative per garantire la “purezza” della birra locale, gli stessi funghi venivano aggiunti alla fermentazione onde produrre bevande estatiche per i rituali pagani centrati sui ritmi della natura.

Durante i Misteri Eleusini, celebrati nell’antica città greca di Eleusi dal 1500 a.C. al quarto secolo d.C., agli iniziati veniva offerto il kykeon, bevanda a base di segale probabilmente infestata dal parassita ergot (che ha effetti psicoattivi e dal quale si ricava l’Lsd) per suscitare visioni spirituali e “modificarne l’anima”. I primi esempi di arte rupestre scoperti nell’Altopiano dei Tuareg Kel Ajjer, nel sud-est dell’Algeria e datati intorno al 5000 a.C., includono degli sciamani con in mano dei funghi. Risalgono invece al 3700 a.C. le mini-sculture di peyote trovate nelle Shumla Caves, in Texas. E secondo Jerry Brown, autore di Psychedelic Gospels (2016), ne facevano uso anche le prime comunità giudeo-cristiane, riportando la presenza di “piante visionarie” nell’iconografia dell’epoca e in citazioni tratte dalla Bibbia e dai Vangeli Apocrifi.

Questi sono solo alcuni casi che confermano l’indissolubile intreccio esistente da sempre tra psichedelici e umanità – analogamente a quanto che si è andato man mano scoprendo per la cannabis. Nel corso dei millenni, queste piante e molecole psicoattive hanno contribuito ad attivare esperienze interiori e religiose, a stimolare la capacità di pensare autonomamente e a esaltare la collaborazione fra esseri umani nei momenti di bisogno. Un quadro assai vivo ai nostri giorni, sulla scia di un “rinascimento psichedelico” che va ben oltre le pur importanti prospettive terapeutiche e le indagini scientifiche in corso.

Peyote

Proseguendo sul filone storico, per esempio, trova nuovo rilancio la tesi secondo cui i funghi psicoattivi abbiano svolto un ruolo primario nella rapida (in termini evolutivi) accelerazione delle dimensioni del cervello della specie Homo circa due milioni di anni fa, con l’avvento dell’Homo erectus. Fra i vari effetti creativi e introspettivi dovuti all’alterazione dello stato di coscienza provocata dalla psilocibina, prima ingerita accidentalmente ma poi apprezzata e ricercata, ci sarebbe stato l’emergere dell’apprendimento cognitivo, seguito allo sviluppo dell’hardware neurologico necessario per arrivare all’ideazione e alla comprensione del linguaggio. Tesi mai del tutto comprovata (il medico naturista Andrew Weil gli ha contrapposto solidi argomenti) eppure validata da svariate fonti, non solo nell’ambito scientifico.

A riproporla oggi, per esempio, è Dennis McKenna, farmacologo da tempo coinvolto con l’Heffter Research Institute, nonché fratello del più noto Terence (1946-2000), etnobotanico visionario a cui si deve la lettura dell’evoluzione dell’umanità attraverso l’uso controllato degli allucinogeni già negli anni ’90. Stavolta questa riproposizione prende corpo all’interno di un progetto culturale di ampia portata dedicato ai Fantastic Fungi, titolo di un fantasmagorico documentario di recente arrivato nelle sale cinematografiche americane. Accompagnato da un volume riccamente illustrato, il progetto è curato da Paul Stamet, eclettico micologo di fama mondiale, e raccoglie le opinioni di professionisti e artisti, esperti e visionari impegnati a mettere a fuoco le potenzialità dei funghi e del sottostante network del micelio, come strumenti ideali per attivare quel «cambiamento di coscienza necessario per salvare il pianeta». Non poteva mancare una sezione dedicata ai cari “funghetti”, con brevi saggi che ne esaltano la psilocibina come porta di passaggio verso la trascendenza, i misteri interiori o le cerimonie sacre.

E per chiudere con un altro recente libro di taglio storico-culturale, Mescaline: A Global History of the First Psychedelic traccia il percorso del peyote e della sua sostanza-madre dal 1880 ai nostri giorni, partendo dalla collisione tra i Nativi Americani e i colonizzatori bianchi, ed esaminando fra l’altro le esperienze con la mescalina di importanti figure della società occidentale quali William James, Walter Benjamin e Aldous Huxley.

Tutto questo per ribadire che l’attuale revival include un’ampia diversità di soggetti e interessi, grazie a una comunità internazionale sempre più multidisciplinare. Unico approccio possibile per comprendere e far tesoro dell’intreccio continuo tra gli psichedelici, il genere umano e l’intero pianeta.





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