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Il 28 febbraio 2006 entrava in vigore la legge 49/2006, meglio nota col nome di “legge Fini-Giovanardi”. Se un anno fa potevamo dire che da quel giorno sostanzialmente nulla era cambiato, oggi dobbiamo rilevare che la situazione è di gran lunga peggiorata. Nonostante questo provvedimento si sia dimostrato, nei fatti, inefficace e dannoso, stante l’attuale situazione del Paese, esso non costituisce certo l’unico e neppure il più grave elemento di allarme.

La concreta applicazione (sempre più incostante e discrezionale) di una legge come questa, calata in un contesto sociale ulteriormente degradato, ne rende ancor più odiosi e insopportabili gli aspetti di iniquità e arbitrarietà quando essa impatta sulla vita delle persone che – a vario titolo e per motivi diversi – sono costrette a confrontarvisi.

Considerati i connotati di particolare gravità e urgenza che sin dalla sua origine presentava, già un anno fa chiedevamo con forza il ricorso, da parte del Governo, allo strumento del decreto legge, che sarebbe stato immediatamente operativo. Ebbene, oggi siamo costretti a constatare che non solo i nostri appelli sono rimasti del tutto inascoltati, ma non si è intrapresa neppure la lenta e tortuosa via del disegno di legge, allora identificata dall’esecutivo come unica strada percorribile.

Dopo averne annunciato un’infinità di volte l’approdo in Consiglio dei Ministri, il titolare del dicastero della Solidarietà sociale (con delega sulle tossicodipendenze) ha dichiarato: «se entro marzo il Cdm non approva la riforma della normativa sulla droga, non farò più il ministro». Ora, annunciare una cosa di questo genere in una fase in cui ogni settimana di sopravvivenza dell’esecutivo è vissuta come un evento miracoloso, appare persino un po’ insolente. Ma se anche la si volesse prendere sul serio, il senso di questa affermazione è che, se tutto va bene, si farà a marzo del 2008 ciò che si era promesso di fare a partire dall’aprile del 2006, ovvero: “incominciare a pensare a come modificare la Fini-Giovanardi”. Un po’ pochino, no?

Il tutto poi diventa a dir poco grottesco, se si considera che diversi provvedimenti di iniziativa governativa sono stati approvati e alcuni di essi sono anche divenuti operativi. Considerata la vocazione intrinsecamente proibizionistica della compagnie governativa (che sin da tempi non sospetti abbiamo riconosciuto e stigmatizzato), non sorprende che siano tutti rivolti a restringere l’ambito delle libertà individuali, quando non addirittura a erodere dei diritti costituzionalmente garantiti: basti pensare alla esclusione dal gratuito patrocinio per chi è accusato di alcuni reati (tra cui quelli di droga), al prelievo coattivo di campioni biologici – non solo dell’indagato, ma anche dei terzi non raggiunti da sospetti di colpevolezza – per reati con pena superiore a 3 anni (anche in questo caso, si noti che il reato di “cessione di sostanze stupefacenti” è punito con una pena che va dai 6 ai 20 anni), a quelli relativi alla prostituzione, al consumo di alcolici, per non parlare dei provvedimenti in materia di sicurezza e circolazione stradale (questi sì, approvati in tutta fretta attraverso appositi decreti legge).

Un ulteriore elemento di preoccupazione deriva dal fatto che, a fronte di una evidente carenza di autorevolezza, si tenti di risolvere ogni sorta di problema limitandosi a definire nuove fattispecie di reato o, peggio, a inasprire le pene per reati già esistenti ma, di fatto, non perseguiti.

La storia ci ha insegnato che qualunque iniziativa legislativa intrapresa sulla scorta dell’emotività non può che rivelarsi controproducente. In Italia esiste una triste tradizione in questo senso: la logica dell’emergenzialismo – dalla lotta al terrorismo all’immigrazione, dalla sicurezza alla gestione dei rifiuti – ha sempre portato a risultati fallimentari.

Lo Stato, attraverso le sue istituzioni, ha il compito di affermare il principio di legalità. Per far ciò, però, deve esso stesso sottostare alle proprie regole, emanando (e poi applicando) provvedimenti ispirati a criteri di equità. Questi devono essere legittimi, credibili e rispettabili e devono, necessariamente, anche apparire come tali. Legiferare con criteri opposti significa indebolire la cultura della legalità e l’autorevolezza dello Stato agli occhi dei cittadini. Tutto ciò accade mentre si consolida l’immagine di un Governo inerte e di un Parlamento totalmente paralizzato dai veti incrociati. Ma non intervenire quando ciò è necessario per farlo poi in ritardo e a sproposito, genera inevitabilmente delle conseguenze devastanti.

Naturalmente, esistono vari livelli di responsabilità rispetto a quanto sta accadendo. Certo, è indubbio che l’attuale classe politica (nel suo insieme) ha ampiamente dimostrato di non essere all’altezza della situazione. Più che una classe dirigente, questa è una classe dirigibile e, in quanto tale, eterodiretta. Non approfondiremo in questa sede le responsabilità che fanno capo al sistema dei media (sulle quali in più di un’occasione ci siamo soffermati), se non per ribadire ulteriormente come la manipolazione dell’informazione possa alterare significativamente la percezione della realtà.

Quella di diffondere nella società sentimenti di insicurezza e sfiducia generalizzata – in particolare nei confronti delle istituzioni dello Stato – è una scelta scellerata da cui possono scaturire conseguenze non prevedibili e non controllabili, neppure da coloro che le hanno indotte.

Di fronte a tutto questo, non possiamo assistere passivamente. Per essere determinanti ai fini di una effettiva inversione di tendenza, però, non è sufficiente esprimere un indice di gradimento sull’esistente. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le finte consultazioni, impropriamente chiamate primarie, o i sondaggi spacciati per referendum. Hanno coinvolto milioni di persone, a cui è stato concesso di partecipare nel ruolo di comparse, al fine di legittimare, coi numeri, ciò che non trova alcun riscontro sul piano giuridico-istituzionale. Ma attenzione: se è vero che la partecipazione è un elemento fondante della democrazia, è anche vero che non ne è sinonimo. È necessaria, certo, ma, lungi dall’essere sufficiente a garantire l’esistenza di un regime democratico, rischia, paradossalmente, di avere l’effetto di un forte anestetico, che ci impedisce di renderci conto che un male profondo si è insinuato nel corpo della società di cui siamo parte e, forse, anche in noi stessi.

Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it





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