marijuana-legalize-it-1532171I primi cento giorni sono trascorsi ormai da un pezzo, e pure i secondi. È giunto ora il momento di tirare le somme sull’operato di questo Governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene. Ci sono circostanze per cui il non fare, a volte, è grave quanto e più del fare. Quella in cui ci troviamo è indubbiamente una di queste. Se è vero – come è vero – che quella che ci troviamo ad affrontare in materia di regolamentazione delle sostanze stupefacenti è un’urgenza, è assolutamente necessario trattarla come tale e agire di conseguenza.

Per questo motivo, sarebbe parso del tutto naturale e giustificato, da parte del Governo, ricorrere allo strumento che, per definizione, trae la propria origine proprio dalla necessità di risolvere situazioni di questo genere, ovvero: il decreto legge. Ciò è quanto era stato promesso dall’Unione in campagna elettorale per riportare la situazione allo stato in cui si trovava prima dell’intervento, del tutto arbitrario e incostituzionale, delle nuove norme intervenute con la legge 49/2006.

E invece no. Una volta insediatosi, il Governo ha cambiato idea e ha deciso di utilizzare lo strumento del disegno di legge che, seppure simile nella denominazione, è ben diverso dal decreto legge. Si tratta, infatti, di un progetto di legge di iniziativa governativa, il quale giunge in Aula per l’approvazione solo dopo essere stato esaminato dalle Commissioni parlamentari competenti. Questo significa che i tempi necessari alla sua discussione e alla successiva, eventuale, approvazione sono enormemente più lunghi. E giustamente, peraltro. Tanto per avere un’idea, basti ricordare il recente e famigerato precedente noto col nome di ddl Fini che, annunciato già dal 2001, approdò al Senato solo alla fine del 2004 e, in quanto tale, non fu mai posto in votazione (si tenga presente che quella che ancora oggi viene erroneamente definita legge Fini-Giovanardi non è che la versione ridotta di uno stralcio del ddl originario). Gli stessi tempi e le stesse modalità valgono anche per la proposta di legge (che, così come il ddl, è anch’essa un progetto di legge, ma di altra iniziativa, in genere parlamentare).

Ora, basta un po’ di buonsenso per rendersi conto che non si può fare una legge seria ed equilibrata in una condizione di emergenza. Per questo sarebbe necessario, più che opportuno, provvedere prima ad arginare una situazione non più governabile e, soltanto dopo, mettersi intorno a un tavolo per elaborare una strategia a lungo termine, possibilmente con il più ampio consenso possibile.

Ma la domanda è: perché l’Unione disattende in modo così evidente un impegno assunto all’interno del proprio programma di governo? La risposta è probabilmente più complessa di quanto un’analisi superficiale possa lasciare apparire. Ci limiteremo in questa sede a fare alcune, semplici, considerazioni.

Un primo, fondamentale, elemento da tenere in considerazione è che il potere di disciplinare l’uso comune di sostanze psicoattive è una delle forme più antiche e diffuse di controllo sociale da parte dell’autorità pubblica. Si tratta di una delle più basilari forme di controllo da parte dello Stato, al pari di quelle riguardanti le identità e i comportamenti sessuali o la fede religiosa. Criminalizzare un comportamento diffuso tra strati molto diversi della popolazione permette più invasive possibilità di coercizione. Che l’ attuale maggioranza stia sancendo la definitiva messa a regime della disciplina varata dal Governo Berlusconi è un dato di fatto, così come è evidente che tale disciplina consente un ampio e diffuso, quanto discrezionale, controllo sociale.

Un altro dato, non certo irrilevante, va ricercato nella intrinseca debolezza dell’attuale esecutivo che deriva non solo dall’esigua maggioranza di cui soffre al Senato, ma anche dalla sua stessa composizione, per nulla omogenea. Un governo debole non può che essere arrogante e prepotente. Per questo non spiega, ma decide in silenzio.

C’è poi una questione di carattere culturale, se non addirittura antropologico, che riguarda buona parte dei nostri governanti. È quella per cui si sostituisce la diligenza del buon padre di famiglia (principio di equilibrio istintivo di giudizio e di comportamento a cui fa riferimento gran parte della nostra giurisprudenza) con l’oppressione della madre apprensiva (espressione di pura fantasia, qui utilizzata per descrivere l’atteggiamento, tipicamente italiano, in base al quale al soggetto interessato dalla decisione viene sempre negata la facoltà di esercitare il proprio libero arbitrio, in ragione di una sua presunta e non verificata incapacità). È la classica situazione per cui viene spiegato a chi subisce una determinata decisione normativa, che questa gli viene imposta per il suo bene.

Il proibizionismo è spesso la più evidente manifestazione di tale approccio e il Governo Prodi ne rappresenta la più subdola espressione: quella che nega la propria vocazione, pur restandone ostaggio. Ed è tanto più subdola, in quanto utilizza la forza derivante da un consenso elettorale ottenuto con l’inganno. Così, chi ha votato nella speranza di ottenere maggiore libertà, si ritrova con l’avere maggiori restrizioni e minori possibilità di scelta e autodeterminazione.

Si continua, dunque, indipendentemente dal colore della maggioranza di turno, a spacciare una politica fatta di presunti buoni principi, che – nel tentativo di imporre «stili di vita sani» (per usare le parole di Livia Turco) – mai trovano riscontro nell’applicazione reale delle norme che ne conseguono. Questo è l’atteggiamento di uno Stato etico che, anziché provvedere a fornire ai propri cittadini gli strumenti – a cominciare da quelli in grado di accrescere la conoscenza – che consentano loro di determinare liberamente e responsabilmente il proprio agire, pretende di stabilire ciò che è bene e ciò che è male.

Come antiproibizionisti e, più semplicemente, come cittadini che hanno a cuore la libertà e il rispetto della persona in tutte le sue manifestazioni, non possiamo accettare di subire passivamente una politica così tanto ottusa e timorosa, quanto, al contempo, prepotente e vessatoria. Per costruire un’alternativa a tutto ciò, occorre però uscire dalla logica degli schieramenti e cercare di raccogliere e organizzare il consenso di quella parte della società – tutt’altro che minoritaria – che si riconosce nelle istanze libertarie, superando le differenze di fazione (piccole e anacronistiche) in modo da interpretare le esigenze dei nostri tempi. Capaci, finalmente, di agire e non più di reagire. Noi faremo la nostra parte, mettendoci in gioco completamente. Saremo i soli?

a cura di Marco Contini
Segretario dell’Associazione Politica Antiproibizionisti.it





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