Siamo talmente abituati a fare ciò che crediamo gli altri vogliano da noi, che non ci fermiamo nemmeno più a pensare cosa vorremo davvero, se fossimo liberi di scegliere. Inseguiamo come degli ossessi l’ultimo modello di smartphone, di televisione o di automobile, ipotecando il tempo che abbiamo per lavorare di più, guadagnare di più, spendere di più, prima di accorgerci che quello che ci manca è altro, e che per comprarlo non basterebbero tutti i soldi del mondo.

Nel corso degli ultimi due secoli abbiamo fatto due passi decisivi verso l’abisso, senza nemmeno accorgerci di quello che ci stava accadendo. Siamo passati dall’essere persone a diventare “lavoratori”, con il mito del sudore e della fatica, per poi fare uno scarto in più nella nuova categoria antropologica dei consumatori. Noi oggi per la società siamo consumatori, siamo mucche da mungere, siamo la dimostrazione pratica che qualcosa è andato storto. Ma siccome la strada è ormai tracciata, milioni di persone preferiscono proseguire sui binari che stanno già percorrendo, con il disagio di sottofondo che caratterizza ogni vita infelice, con l’idea di star buttando via il proprio tempo inseguendo un mutuo trentennale, la tredicesima per chi ha la “fortuna” di avere un contratto, le prossime meritate “vacanze” nelle stesse due settimane in cui le fanno altri milioni di persone, che in quel periodo riempiono le “mete turistiche” come sardine stipate, per poi tornare come dei bravi soldatini ai posti di combattimento, in apnea per un altro anno, aspettando le prossime vacanze che non ci riusciremo a godere.

Viviamo con il mito del contratto a tempo indeterminato, quando da una parte non ci sono più aziende che li fanno e dall’altra, una volta ottenuto, lavoriamo nel terrore di essere licenziati. Spendiamo soldi guadagnati con ore e ore del nostro tempo in modo compulsivo per cercare di riempire un vuoto che in realtà si allarga sempre di più, che si mangia via i nostri affetti, la nostra serenità, la nostra anima. Viviamo così perché così vivono anche gli altri. Come migliaia di criceti messi sulla ruota uno accanto all’altro, cercando sotterfugi per guadagnare 10 minuti in più all’uscita, bestemmiando tutti gli dei mentre siamo incastrati in mezzo al traffico, andando a letto arrabbiati per svegliarsi sconsolati la mattina seguente. Bene. Anzi, male. È arrivata l’ora di fermarsi, respirare profondamente, e cercare di capire che cosa ci sta succedendo.

«Oziare significa essere liberi, e non soltanto di scegliere fra McDonald’s e Burger King. Significa essere liberi di vivere la vita che vogliamo fare, liberi da capi, salari, pendolarismo, consumo, debiti. Oziare significa divertimento, piacere e gioia. C’è una rivoluzione che sta fermentando, e la cosa grandiosa è che per prendervi parte non dovete fare assolutamente nulla», scrive Tom Hodgkinson nella prefazione al suo “L’ozio come stile di vita”. Un concetto ribadito da Paul Lafargue nel suo “Il diritto all’ozio”, in cui spiega che: «Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui domina la società capitalistica. È una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli stanno torturando la triste umanità. Questa follia è l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie». Paradossalmente non sono due testi che istigano a non fare nulla, ma a iniziare a fare le cose che ci piacciono, guardando la vita da un nuovo punto di vista.

Un’idea di fondo ribadita dal filosofo Bertrand Russell con il suo “Elogio dell’ozio” o da Herman Hesse in “L’arte dell’ozio”. Il primo è un saggio che apre degli squarci su come l’uomo moderno consideri il tempo, la vita e il lavoro. «Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice “l’ozio è il padre di tutti i vizi», spiega Russell nell’incipit. «Fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. lo penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa». Pochi passaggi più avanti una riflessione che spiega molto di come oggi intendiamo la vita. «Bisogna però dire che, mentre un po’ di tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una condanna della nostra civiltà, giacché non si sarebbe mai presentato nelle epoche precedenti. Vi era anticamente una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza. L’uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos’altro e non come fine a se stesso».

Herman Hesse invece ha scritto un libro in cui raccoglie pensieri e racconti, rivendicando il godimento della contemplazione fine a se stessa e dei viaggi (fisici e non) dove perde di importanza l’idea di avere una meta stabilita a tavolino. «Quanto più la prepotente attività industriale priva di gusto e tradizione ha assimilato anche il lavoro intellettuale, e quanto più zelanti si sono fatti gli sforzi delle scienze e della scuola nel derubarci della nostra libertà e della nostra personalità, inculcandoci fin dai più teneri anni l’ideale di uno sforzo coatto e ansioso, tanto più l’arte dell’ozio, accanto ad altre arti passate di moda, è andata in rovina, ha perso credito ed è caduta in disuso. Non che noi ne fossimo dei grandi maestri! Nel mondo occidentale, l’ozio elevato ad arte è stato praticato in tutti i tempi solo da innocui dilettanti», si legge in una folgorante apertura del saggio.

Ridotto all’osso il concetto è che, mentre la pubblicità e il mondo in generale ci spronano a fare cose e ad acquistarne altre senza sosta, l’alternativa è quella di fare un passo indietro e decidere di “essere” invece che di “avere”. Provate a smettere di fare quello che stavate facendo senza iniziare a fare qualcos’altro. Nell’era del multitasking, concentratevi sul non fare nulla, per almeno 10 minuti. Se nel frattempo il senso di colpa vi attanaglia, mentre nella testa si affacciano le 10mila cose che dovreste fare prima che arrivi la sera, è normale, è la reazione di tutti. Ma si può imparare a liberarsi.
Dalla rivoluzione industriale in poi, l’ozio è considerato una cosa da scansafatiche, perché è stato introdotto il “valore” del lavoro e del produrre. Oggi dobbiamo allenarci a recuperare il valore del proprio tempo e della propria felicità, slegati dai beni materiali, dai soldi e dalla produttività.
Che non significa smettere di lavorare. Ma ricominciare a farlo conciliando quello che sono i nostri bisogni e le nostre aspettative.

Dall’esempio di Mujica a tematiche come l’autoproduzione, passando per il lavoro da remoto, il principio del “meno è meglio”, gli esempi sono tanti e le alternative esistono: sta a noi metterle in pratica.
«Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E viviamo comprando e buttando. Quello che stiamo sprecando – spiega quel concentrato di umanità e saggezza che è Pepe Mujicaè tempo di vita perché quando io compro qualcosa non lo faccio con il denaro, ma con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. L’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è da miserabili consumare la vita per perdere la libertà». E ancora: «il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi».

Antoine de Saint-Exupéry disse che: «La perfezione non si ottiene quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più nulla da togliere». Un concetto tanto facile da recepire, quanto complesso da mettere in pratica. Parliamo del minimalismo e delle sue mille sfaccettature, una filosofia di vita ideata dal guru giapponese Fumio Sasaki, che individua nel distacco dagli oggetti e nel liberarsi del superfluo la chiave per una vita più felice e soddisfacente. Il bisogno di fondo è quello di ritornare alle origini e all’essenziale, eliminando tutto ciò che è eccessivo e ridondante.

Era invece il 2012 quando Dominique Loreau, scrittrice francese che ha scelto di vivere in Giappone, raccontò a tutti “L’arte della felicità” che aveva appreso nel paese del Sol levante. Nel libro racconta ad esempio che un uomo della Mongolia possiede in media 300 oggetti personali e un giapponese 6mila. E
noi? Molti di più. Da 10 a 30mila. Tutto questo ci crea stress e complicazioni, oltre alla difficoltà nel trovare quello che stiamo cercando. Il cambiamento passa per il pensare di più alle cose che ci piacciono, e non a quelle che “dobbiamo” fare, conservare, mantenere.

È una sfida che può portare a soluzioni estreme, come lasciare un lavoro tecnologico per vivere in campagna: l’ha fatto Davis Bonanni e l’ha raccontato in “Pecoranera”. Oppure all’idea di dedicarsi alle pulizie perché «Ramazzare e lucidare serve anche a spazzare via la polvere e le nubi dell’anima», come sostiene Keisuke Matsumoto nel suo “Manuale di pulizie di un monaco buddhista”. Oppure ancora sfidarsi ad avere di meno, come ha fatto un manager di San Diego anni fa, dopo essersi reso conto «di essere diventato schiavo di ciò che possedevo. Le cose non sono passive come crediamo. Le cose hanno un’influenza su di noi, anche se sono semplici oggetti». La sua soluzione è stata quella di lanciare la 100 thing challenge, una sfida a vivere con al massimo 100 oggetti. Le regole fondamentali prevedono che ciascun oggetto posseduto valga 1, a parte ciò che si condivide con la famiglia, come il letto, le cose non strettamente personali come i mobili o le stoviglie, e considerare come un unico oggetto soltanto gli strumenti di lavoro con i libri fuori dal conteggio. Negli USA ha dato vita ad una piccola rivoluzione seguita da migliaia di persone.

Gianluca Gotto, blogger e scrittore, la sua soluzione, oltre che nel minimalismo, l’ha trovata nel viaggio. «Compriamo gli oggetti convinti di possederli ma alla fine sono loro a possedere noi: richiedono le nostre attenzioni, la nostra manutenzione, il nostro tempo e il nostro denaro. Questa società improntata al consumismo ci spinge a credere che gli oggetti siano la soluzione alla nostra infelicità, quando in realtà ne sono il carburante. Chi viaggia in un certo modo, invece, sa che gli oggetti sono spesso solo un peso in più e un motivo di preoccupazione. Chi viaggia sa che la felicità è nelle persone che incontri, nelle esperienze che vivi e nel tempo che dedichi a te stesso e a coloro che ami. Non hai bisogno di tanti oggetti per essere felice. Personalmente, vivendo da nomade digitale, ho capito che meno oggetti hai e meglio stai. Hai più tempo, più spazio, meno ansie e stress. Less is more», ha raccontato proprio qui su Dolce Vita.

Ognuno può allenarsi a trovare la propria via di mezzo. La locuzione latina in medio stat virtus può diventare in questo senso una nuova stella polare da seguire quando non si sa più a cosa fare riferimento.
L’ha detto Aristotele prima, e l’hanno ribadito Orazio e Ovidio dopo di lui, per dar forza a un concetto che trova spazio anche nel buddismo, con l’insegnamento che prevede che il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza si chiama Via di Mezzo, perché evita i due estremi dell’auto-indulgenza e dell’auto-mortificazione, comportamenti eccessivi che non conducono alla pace mentale.

Anna Maria Testa ha scritto di recente su L’Internazionale che «il troppo è tossico» e che siccome «stiamo cominciando a familiarizzare con il concetto di sostenibilità ambientale, forse potremmo accostare a quel concetto anche un’idea di sostenibilità personale, applicando il quanto basta al piccolo mondo che è ciascuno di noi». In fondo, come canta Baloo in quel capolavoro senza tempo che è “Il libro della giungla”, «ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile e i tuoi malanni puoi dimenticar”. Tutto sta nel prendere una decisione e capire quale sia, per ciascuno di noi, lo stretto indispensabile, prima di iniziare a eliminare il superfluo e concedersi un po’ di meritato e sano ozio. Perché, come ha scritto Floyd Dell: “L’ozio non è il non far nulla. L’ozio è essere liberi di fare qualsiasi cosa”.





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