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“L’hashish non vi uccide, la fame si” la situazione nelle regioni nord del Marocco

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“Il kif (ndr l’hashish) non vi uccide, la fame si”, dice Aberrahmane Hamoudani, ex-Sindaco di Issaguen, una piccola città del Rif: in questa regione povera del nord del Marocco, la coltura della cannabis resta vitale per la popolazione, a dispregio degli sforzi del governo per eradicarla. La superficie coltivata è calata del 60% in dieci anni e oggi dovrebbe essere di quasi 50.000 ettari, ha detto il ministro dell’Interno Mohand Laenser, in Parlamento lo scorso novembre, valutando in più di 2.500 tonnellate i sequestri di cannabis effettuati nel 2012. “Il Marocco si è impegnato unilateralmente in questa guerra contro le colture illegali di cannabis nelle province del Nord”, conferma il ministro in una mail inviata all’agenzia France Press (AFP). Più di 1.000 tonnellate sono state sequestrate in meno di 10 anni, fa notare il ministro.

Nelle montagne del Rif, una regione storicamente povera e ribelle, le abitudini, nella popolazione, sono in ogni caso legate ad una vita dura. Ai piedi dell’imponente massiccio, ma ad un’altitudine superiore a 1.200 metri, le piante vi trovano un clima ideale per crescere e, nella valle tra Taounante e Issaguen, il verdeggiare dei campi si estende a vista d’occhio. Alla fine di questa primavera, le donne vi lavorano numerose, mentre alcuni giovani si danno da fare lungo i 70 Km di strada alla ricerca di potenziali clienti. In base ad alcune statistiche citate dal ministero dell’Interno, sono più di 90.000 le famiglie, cioè più di 700.000 persone, che vivono grazie alla produzione di cannabis nelle regioni di Al-Hoceima, Chefchaouen e Ouazzane.

“Nonostante gli sforzi per ridurne l’estensione, questo tipo di coltivazione è sempre presente poiché’ fa parte della cultura degli abitanti: essi sono nati con il kif. Essi hanno visto i loro genitori, i loro nonni fare questo lavoro”, spiega all’AFP Nourredine Mediane, un parlamentare del partito conservatore Istiqlal che prende regolarmente le loro difese a Rabat. “La maggior parte di questi contadini è povera, e non hanno neanche da mangiare durante tre o quattro mesi dell’anno (…). Chi ci guadagna sono i trafficanti, gli esportatori e i distributori”. La coltura della cannabis risale al tempo quando i fenici l’hanno importata e, ai nostri giorni, il sotto-sviluppo e la povertà contribuiscono a far sì che questa attività continui, rincara Aberrahmane Hamoudani, 64enne ex-Sindaco di Issaguen. “Il kif non vi ammazza, la fame si”, dice. Dopo il divieto di queste colture negli anni ’70, sono stati fatti tentativi di sviluppo di colture alternative, come l’allevamento di bestiame. “La realizzazione di una politica di sviluppo alternativo è la pietra miliare della nostra strategia di lotta”, dice il ministero dell’Interno. Ma secondo gli agricoltori, la superficie erbosa è troppo precaria e il clima troppo freddo per colture diverse dalla cannabis.

Il kif è il solo che può far vivere una famiglia, anche se ciò non è sufficiente e quasi ogni fine d’anno dobbiamo prendere dei prestiti” dice Ahmed, un contadino di 55 anni. Padre di otto figli, dice di guadagnare 40.000 dirhams (3.600 euro) all’anno. “Gli agricoltori sono poveri e vivono con la paura” della repressione, dice Aberrahmane Hamoudani. Secondo lui, la situazione resta abbastanza tollerata “visto come procede senza intoppi. Ma quando c’è un grande smantellamento di Casablanca, la polizia viene inviata”. Secondo un recente rapporto ufficiale, l’erba della cannabis è sempre più presente in Europa in forma di resina importata dal Marocco, e di recente le autorità spagnole hanno fatto sapere di aver messo le mani su una quantità record di hashish proveniente dal Marocco, qualcosa come 32 tonnellate a fine aprile ad Algesiras (sud) in un camion proveniente dal Marocco. Si tratta di una “guerra dalle molte facce, con una necessaria cooperazione regionale ed internazionale”, dicono le autorità marocchine. Ma per il parlamentare Noureddine Mediane, il governo dovrebbe chiaramente aprire “un confronto su questa agricoltura”. Essa “è una realtà, che lo si voglia o no”.

fonte: aduc.it





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