2015-08-21 03.54.04 pm«Ci vorrebbe un altro Umberto Veronesi. Qualcuno che abbia il coraggio di abbattere il tabù della cannabis usata nella terapia del dolore come lui fece da ministro con i derivati dell’oppio. Mi sembra però che Livia Turco sia sulla buona strada». E’ l’opinione non di un politico dell’Unione, ma dell’ex eurodeputato ed attuale responsabile scientifico di An, l’oncologo Antonio Mussa, che sintetizza così «il blocco psicologico, prima ancora che politico» che attanaglia oggi l’Italia sulle questioni delle droghe e del loro uso terapeutico. Primario di chirurgia oncologica all’ospedale Le Molinette di Torino, Mussa aveva presentato al comitato etico della sua azienda un protocollo per la sperimentazione della cannabis nella terapia del dolore cronico dei malati terminali oncologici. Sarebbe stato il primo caso al mondo. Se il progetto non gli fosse stato bocciato.

Professor Mussa, perché?
Dicono che interferiva con la chemioterapia, ma i miei malati sono già usciti dalla chemio perché hanno un’aspettativa di vita di sei mesi al massimo. Dicono che non è stata mai dimostrata l’efficacia antidolorifica dei cannabinoidi, e invece sono contraddetti dagli ultimi e più moderni studi. Ovviamente il suo effetto analgesico non può essere paragonato alla morfina, però non ha neanche le complicazioni che il trattamento morfinico dà a lungo andare: nausea, vomito, blocco intestinale, inappetenza. I cannabinoidi hanno invece effetti euforizzanti ed eutrofizzanti. Penso che la malattia oncologica debba essere seguita da più competenze, compreso lo «psiconcologo», quella persona che sa parlare con il paziente e i parenti. La cannabis se toglie il dolore, aumenta l’appetito e l’euforizza, lui morirà bene. Ai miei pazienti in fase terminale io dico sempre: se non riesco a più a modificarti la quantità di vita almeno devo modificarti la qualità. Ma insomma, come si fa a dare giudizi se prima non si sperimenta? E come si fa a parlare di tossicità o eventualmente dell’abitudine? Uno che ha sei mesi di vita non è che vada a pensare di drogarsi.

Cosa farà ora?
La ripresenterò a qualche altra azienda ospedaliera. E’ un peccato perché noi delle Molinette siamo quelli che hanno più pazienti: qui si fanno 110 chemio al giorno. Ma non ci fermeremo.

Come si sarebbe articolata la sperimentazione?
Usiamo il Marinol, che è un farmaco sintetico per via inalante, anche perché era difficile far digerire al mio gruppo politico e scientifico l’idea della cannabis, mentre il farmaco è più accettato. La sperimentazione prevedeva tre diverse somministrazioni: una di sola morfina, una di morfina più cannabis e uno di sola cannabis. Siamo convinti che associando i cannabinoidi ai morfinici potremmo forse avere il massimo per dominare questo tipo di dolore.

Ma perché usare il farmaco sintetico e non l’estratto naturale della pianta?
Sei mesi fa, parlando con un grosso personaggio romano di cui non le dirò il nome, quando ha saputo della mia ricerca mi ha risposto: e bravo, se tu mi dici che la cannabis fa bene ai malati terminali si alza Pannella in aula e dice che allora la possiamo dare a tutti. Io sono convinto che l’estratto naturale ha più effetto, ma se non ci hanno lasciato sperimentare la pastiglia si figuri se mi permettono di farlo con la pianta. Certo, speriamo che adesso Livia Turco ce lo permetterà.

Come hanno reagito dentro An a queste sue posizioni?
Certo io sono una pecora nera. Ma la mia ricerca è stata più accettata dal gruppo che dai farmacologi della mia struttura. Noi ricercatori però non siamo né di destra né di sinistra, né seguiamo i dettami della chiesa.

fonte: Il Manifesto 13 giugno 2006 Articolo di Eleonora Martini





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