Una parola imperversa nel dibattito pubblico, terrorizzando opinionisti, commentatori e lettori: estinzione. Un po’ come quando qualcuno al pranzo di famiglia parla di “morte”, scatenando dapprima un silenzio imbarazzato e poi il tentativo di cambiare argomento: non funziona, tutti penseranno alla morte per i prossimi venti minuti, pur parlando di calcio e Belen.

Viviamo un’epoca in cui essere umani è piuttosto complicato. Tutti ci dicono che la nostra azione è dannosa per l’ambiente, che ogni gesto o pensiero ha un costo per la collettività, che persino la nostra semplice esistenza è un peso ecologico da non sottovalutare. La convinzione secondo la quale il nostro agire sia la causa primaria dell’estinzione (intesa in senso ontologico) è piuttosto diffusa. Se da un lato questo è vero, dall’altro è importante non arrendersi a una facile demonizzazione della condizione umana poiché su quel sentiero non ci sono soluzioni, ma solo peggiori condizioni per tutti.

L’estinzione è infatti la complessa conseguenza di un gran numero di ancor più complesse cause, le quali non sono cause prime ma esse stesse complesse conseguenze di ancora più profonde cause, sulla via di una cattiva infinità nella quale è impossibile risalire alla causa prima (anche perché sempre lì, in fin dei conti, si andrebbe a parare: dio, rigorosamente minuscolo, causa prima di tutte le conseguenze). Siamo insomma molto più piccoli della totalità con cui ci relazioniamo, ed è importante avere sempre bene a mente questo rapporto decisamente impari tra noi e il mondo. La nostra superbia ci porta persino a considerarci come la primaria causa della possibile fine del mondo, ma non so quanto questo pensiero possa portarci fortuna.

Questo non significa, ovviamente, che in quella catena di cause e di concause la nostra azione sia ininfluente e priva di speranza. Alcuni vorrebbero farci credere anche questo: siamo troppo piccoli e insignificanti per pensare che una nostra scelta possa influire significativamente sul corso degli eventi cosmici. Anche qui c’è un briciolo di verità, ma c’è anche un’altra verità che si vuole tenere celata: lo stato attuale delle cose è il frutto, in parte, delle minuscole azioni di uomini e donne venuti prima di noi, vissuti centinaia di anni fa. E per quanto ti sia imperscrutabile l’effetto delle tue azioni sul mio presente, stai pur certo che quell’effetto, unito alla montagna di micro-azioni dei tuoi contemporanei, susciterà conseguenze macroscopiche nel futuro.

Posta questa base concettuale, vorrei quindi dire che cosa è per me l’estinzione: è il nome che diamo alla nostra mancanza di alternative.

Tutto quanto, prima o poi, bene o male, si estinguerà. Questo è un punto di partenza importante su cui fondare il nostro ragionamento. Ciò che possiamo fare noi, come individui e come specie, è mandare avanti questa carovana esistenziale il più a lungo possibile, senza farci troppo male. Per alcuni sarebbe un bene fermare la carovana e lasciarci svanire nel silenzio, per altri sarebbe bene trasformare la carovana in un’astronave e cercare nuovi mondi dove prosperare. Io non ho idea di quale sia la soluzione, ma so che essa non arriverà perché scegliamo una sola strada.

So di essere in minoranza, qui su DolceVita, quando dico che la “decrescita felice” non è la soluzione. Ma con questa frase non voglio dire che non bisognerebbe fare cultura della “decrescita felice”: sto dicendo che è necessario che esistano sia persone che parlano di decrescita sia persone che lavorano alle soluzioni tecnologiche. È indispensabile che vengano messe in campo soluzioni economiche, etiche, ingegneristiche e aerospaziali, così come filosofiche, antropologiche, storiche e transumane. Voglio dire che l’unica strada per evitare il disastro è il pluralismo dei talenti e delle azioni, dei pensieri e degli interventi, e che il motivo per cui siamo qui a discutere di tutto questo è che nel passato quel pluralismo sopravviveva e ha prodotto soluzioni che non erano il frutto di un solo pensiero, ma il connubio di decine, centinaia e migliaia di sensibilità, discorsi, azioni e idee, spesso in contrasto tra loro.

Nessuno avrebbe mai pensato che Darwin, Mendel e i genetisti del Novecento avrebbero portato, nella differenza delle loro idee, alle tecnologie che oggi possiamo mettere in campo per migliorare la nostra produzione agricola. Nessuno poteva prevedere che teorie economiche, filosofiche e antropologiche potessero amalgamarsi per portare alla mobilitazione studentesca globale, all’interscambio planetario di culture, idee e prospettive. Il nostro presente è il frutto di un’intricata correlazione di diversità, e l’unico modo per avere un domani è mantenere intatta e nutrire ogni giorno quella diversità, che oggi vive e prospera tra noi.

L’estinzione, intesa in senso universale, è la traduzione cosmica della mancanza di alternative. Ci estingueremo quando ci convinceremo che la nostra soluzione, per quanto ci sembri ragionevole, sia l’unica perseguibile, e che tutte le altre, per un motivo o per l’altro, debbano essere eliminate. Ci estingueremo quando saremo convinti che è più produttivo impedire agli altri di mettere in campo le proprie soluzioni rispetto a immaginarne di nuove. Ci estingueremo quando la strada da seguire sarà una sola, una monorotaia verso lo spegnimento della creatività umana.

L’unico modo per uscire dai vicoli ciechi è svoltare prima che la strada sia una sola, quando ancora ci sono dieci, cento, mille sentieri alternativi. E ognuno di noi deciderà, tra quei mille, quale è il suo sentiero: molti finiranno per schiantarsi, molti raggiungeranno nuove terre e procederanno ancora verso il domani.





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