861655_amarone_allegrini_riservaQuesta è una rubrica che parla di erba e di vino, della cultura della canapa e di eno-gastronomia e c’è un comune denominatore tra tutto questo: il territorio. Quando vado in un ristorante e arriva il momento di scegliere il vino, uso la prima regola valida per l’accostamento cibo-vino, cerco un vino locale, del territorio. Se si segue questa semplice regola si è già un passo avanti nella scelta. Mi sento di sconsigliare i vini sfusi detti anche “della casa”, molto spesso di qualità non proprio ricercata e con evidenti difetti dovuti ad una cattiva conservazione, sbalzi termici eccessivi, bruschi travasi e un eccessiva ossigenazione. Meglio scegliere un vino locale senza troppe pretese, ma bilanciato. E’ inutile prendere un vino invecchiato 6 o 7 anni per mangiare una pasta al pomodoro, si sentirebbe solo il vino e non gusteremo la pasta.

Come constatiamo spesso non è così facile per la canapa, c’è chi è fortunato e può degustare della canapa bio coltivata nel territorio, altri devono arrangiarsi come possono, in malo modo visto che la cannabis e l’hashish di buona qualità non esistono più nel mercato nero. Quando il proibizionismo sarà un ricordo ci sarà una scelta infinita, si svilupperanno tante caratteristiche autoctone e potremo avere il piacere di apprezzare le caratteristiche del territorio attraverso uno dei canali che la natura ci ha concesso.

Ci sono molti appassionati di vino nel nostro ambiente canaposo, da quando scrivo questa rubrica, molti mi chiedono consigli, altri si informano, a volte mi sembra di non distinguere le domande sulla canapa da quelle sul vino. Tutti apprezzano le degustazioni. Eccovi uno dei miei vini preferiti, l’Amarone. Non è un vino facile, ha un nome conosciuto, quindi esistono tante case vinicole che sfruttano la situazione pur non facendo un Amarone degno di questo nome.

Ho scelto di degustare la versione 2001 dell’Azienda Agricola Allegrini. E’ un vino prodotto con uve Corvina Veronese, Rondinella e Oseleta, attraverso la tecnica dell’appassimento. Questa tecnica 4 minuti Resto qua – Vinicio Capossela prevede che le uve, dopo la raccolta, vengano lasciate riposare per un periodo che varia da 3 a 4 mesi. All’esame visivo risulta limpido e di un rosso rubino intenso che varia sul granato. All’olfattiva scopriamo un profumo intenso e persistente, una qualità fine che non si trova spesso, in quanto alla descrizione è un trionfo di profumi che si susseguono, sembrano non finire mai: prevalenti sono i sentori di confettura a frutta rossa poi troviamo il floreale appassito, viole, si distingue il chiodo di garofano un iniziale di cuoio e del tabacco dolce. C’è da aggiungere che con il passar del tempo la complessità aumenta e muta gradevolmente, consiglio di berlo almeno un ora dopo l’apertura. All’esame gustativo risulta secco, caldo, gli alcoli si fanno sentire, morbido e abbastanza fresco. Un vino di corpo, equilibrato, intenso e persistente e di qualità fine.

Nel complesso devo dire che è un vino che rispetta l’autenticità dell’Amarone valpolicella, quelle caratteristiche che lo rendono unico, apprezzo di questo vino soprattutto la complessità di profumi. Per quanto riguarda gli accostamenti, non posso che consigliare piatti forti e consistenti, come la selvaggina e le carni arrosto. Per quelli come me che non mangiano carne, si può degustare con della pasta al tartufo bianco possibilmente una preparazione semplice, non troppo sapida. Oppure con dei formaggi stagionati, anche questi non troppo salati, questo per i suoi sentori di appassimento, grazie ai quali può essere degustato con preparazioni agrodolci, come nel caso della cucina asiatica o mediorientale, sempre più diffusa e apprezzata anche in Italia.





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