Nell’inverno del 1995-96, ogni mattina al risveglio il mio primo pensiero era una domanda: chi avrei incontrato quel giorno, quale altro medico italiano dell’Ottocento mi avrebbe descritto le sue esperienze cannabiniche attraverso uno di quei polverosi volumi degli Annali di Chimica Applicata alla Medicina, o della Gazzetta Medica Lombarda, o del Bullettino dell’Orto Botanico di Napoli, di cui stavo facendo un meticoloso spoglio; un paziente lavoro di “scavo bibliografico” che mi faceva alzare presto per raggiungere le biblioteche della mia città, Bologna, ma anche quelle di Brescia, Milano, Firenze, Napoli. Stavo scoprendo qualcosa, qualcosa che mi dava tanta emozione: le origini del rapporto dell’Italia moderna con la cannabis. Un pezzo di storia della medicina italiana del tutto dimenticata, rimossa, sepolta da quel tabù e da quell’odio nei confronti di questa pianta che ha caratterizzato tutto il Novecento italiano, e che ha le sue origini nella legge Mussolini-Oviglio del 1923. Si noti il nome di Mussolini, e si noti la sede di promulgazione di questa legge: il Ministero della Guerra. È da quella legge e da quel luogo belligerante che fu promossa e istituzionalizzata la guerra alle droghe da cui ebbe origine la drogofobia e il “problema droga”.

Tornavo a casa con le mani nere, come ancora mi accade quando “torno dall’Ottocento”, quando passo le giornate sfogliando i testi dell’Ottocento, che nessuno si dà la pena di spolverare negli scaffali delle biblioteche italiane, dovendomi ritenere fortunato nel trovarle aperte e funzionanti, essendo questo uno degli elementi più aleatori del nostro sistema nazionale bibliotecario.

Può sembrare strano e sorprendere il fatto che la storia della canapa in Italia e in Europa nei secoli e nei millenni precedenti l’Ottocento sia ancora pressoché tutta da scrivere, come hanno desolatamente confermato le mie più recenti ricerche, che ho riassunto in un capitolo iniziale della nuova edizione de “L’Erba di Carlo Erba”. La canapa sembra essere stata scoperta e dimenticata a più riprese, dal Neolitico al Rinascimento europeo, e la sua ultima “scoperta” in ordine cronologico prese spunto dalla campagna napoleonica d’Egitto del 1798. Oltre ai duemila cannoni che servirono per sbaragliare il malnutrito esercito dei Mamelucchi nei pressi delle Piramidi, Napoleone si era portato con sé una nave piena di scienziati, i quali tornarono a Parigi con una nave ancor più piena di refurtiva archeologica – che fa oggi parte di quel luogo di ricettazione istituzionalizzata chiamato Museo del Louvre – e con un discreto insieme di campioni e prodotti vegetali, fra cui la psicoattiva ninfea azzurra, che era l’afrodisiaco per eccellenza delle donne faraoniche, e il dawamesc, un ammasso verdastro resinoso a base dell’ancor più psicoattiva canapa indiana. Nel giro di alcuni decenni a Parigi iniziarono i primi studi medici di questa “nuova droga”, e iniziarono anche le prime poetiche esperienze dei membri del Club des Haschischins, diversi dei quali lasciarono memorabili testi letterari, quali Il Club dei mangiatori di haschisch di Théophile Gautier (1846) e I paradisi artificiali di Charles Baudelaire (1860).

Da Parigi la conoscenza dell’haschisch si diffuse a macchia d’olio nel resto dell’Europa, diffusione guidata principalmente dall’ambiente medico, in Inghilterra, in Germania, in Spagna. E in Italia? Quanto era accaduto in Italia era rimasto nell’oblio, sepolto dalla coltre di odio dettata dal Ministero della Guerra mussoliniano. Furono le mie alzate mattutine dell’inverno 1995-96 e i “ritorni dall’Ottocento” con le mani nere che permisero di risollevare un velo, per lo meno parziale, sulla storia cannabinica italiana, una storia tutta medica. Milano è il fulcro delle prime auto-sperimentazioni, delle prime esperienze visionarie e dei primi tentativi terapeutici a base di hashish. Vi erano coinvolti i più eminenti nomi della classe medica di quei tempi: Giovanni Polli, Carlo Erba, Andrea Verga, Cesare Lombroso, Filippo Lussana. Fu così che nacque il libro “L’erba di Carlo Erba. Per una storia della canapa indiana in Italia (1845-1948)”, pubblicato nel 1996 dalla casa editrice torinese Nautilus, dove in forma quasi integrale presentai le descrizioni delle esperienze personali lasciateci da questi primi sperimentatori cannabinici, intrise di entusiasmi, di speranze, di innocenza, di poesia; descrizioni sorprendenti, che nulla avevano da invidiare con quelle dei poeti maledetti francesi.

A oltre vent’anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, ho riproposto ora questa ricerca storica con i dovuti aggiornamenti. È mia convinzione che un saggio dovrebbe essere rivisto dal suo autore a distanza di tempo, con lo scopo di apportarvi i nuovi dati via via acquisiti, congiuntamente a ulteriori o più integrati elementi deduttivi. Ho lasciato il medesimo titolo della prima edizione, sostituendo solamente canapa indiana con canapa medica, per stigmatizzare maggiormente l’argomento del libro, cioè gli aspetti medicinali della canapa, indica e sativa. Ciò sia perché varie ricerche cliniche dei medici italiani dell’Ottocento furono intraprese con la subspecie nostrana di canapa, sia per l’ondata di interessi mondiali e italiani sulle proprietà medicinali di questa pianta a cui stiamo assistendo oggigiorno. Interessi che, pur potendo apparire come nuovi per il grande pubblico, hanno in realtà una lunga storia, per lo meno secolare, se non quando millenaria; una storia di attenti studi clinici, di prove aneddotiche, di tentativi coronati da successi e insuccessi e comunque, una storia di grandi passioni mediche. Resto convinto che questo saggio non rappresenti solamente un importante documento storico, ma che risulti più attuale che mai, ricco di notizie e di spunti utili per l’elaborazione delle moderne terapie cannabiniche indicate per le più disparate affezioni fisiche e mentali. Ho lasciata invariata anche la dedica, rivolta ai medici italiani, poiché la considero tutt’altro che obsoleta.

 





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