2014-10-22 04.46.11 pmCi sono incontri nella vita che mai avresti creduto di poter fare. Molto spesso sono questi incontri che aprono nuove strade alla conoscenza: e fu Landrace. Mille e più metri di quota (1014), alle pendici dei monti dell’Italia centrale, inverni rigidissimi, estati asciutte e temperate, primavera che esplode a maggio inoltrato ed un autunno che il 30 agosto sembra già arrivato, con temperature notturne che non salgono oltre i 10 gradi. In questo clima, nel corso degli anni, è stata selezionata la nostra Star: Leonida. Le sue origini sono nobili non più di quelle del miglior meticcio di strada e si perdono in una notte del 1984, quando, il suo “creatore” ne venne in possesso: Erba olandese, si diceva, ma per il resto nessuno ne sa nulla. Erano anni dove coltivare era un fatto proprio, non esistevano community, non c’era internet e cellulare per tutti, e gli amici, erano quelli nel raggio di 10 km. E così, pochi semi racimolati da una cima e via, si parte! Tutto questo, 25 anni fa. In Italia! Molte estati e molti cicli sono passati, anche molte leggi e paletti: proibizionismo, ma, da una parte la difficoltà nel reperire materia prima combustibile in un paesino di poche anime in mezzo ai monti, dall’altra la passione per la guerrilla, hanno permesso di far giungere sino a noi un raro esempio di selezione naturale accompagnata dall’uomo e non deviata da esso. Erano anni e luoghi in cui non si sapeva cosa fosse la genetica, né come si riconoscesse un maschio precocemente, e soprattutto un maschio da un femmina! Non stupitevi: non vi erano tutte le immagini (gadget, foto, tv) che abbiamo oggi, e la forma dei fiori era più un esercizio di fantasia nel tentare di risalire a ciò che quell’ammasso di foglie e resina poteva essere stato. Fu così che, per anni, piante brutte, piante belle, piante resinose, piante meno, arrivarono a maturazione e miscelarono il loro materiale genetico fino a creare un qualcosa capace di riprodursi in condizioni davvero estreme. Parlando nello specifico, la sua morfologia, tipicamente sativa, è camuffata in qualche modo da un’altezza non eccessiva che raramente supera i 180 cm, con infiorescenze numerose ma di scarsa consistenza e allungate sui rami apicali. Nelle cime principali dei soggetti (il 40% di quelli visionati in indoor), è anche apparso una sorta di “sdoppiamento dell’apicale”, che si ripresenta spesso anche negli internodi appena al di sotto, con la formazione di 4 rami per internodo anziché 2, caratteristica che un’”occhio attento” negli incroci potrebbe rendere stabile condizionando di gran lunga le produzioni di principio attivo.

Per quanto riguarda la coltivazione nel suo ambiente naturale, possiamo dire che, si può partire da seme ai primi di maggio per raccogliere intorno alla fine di agosto/ inizio settembre. La crescita avviene in maniera repentina con un’abbondante produzione di rami che però rimangono abbastanza esili fino a vegetativa compiuta. La fioritura in out sarebbe da definire, invece, “iper-rapida” visto che, come già citato, è verosimile raccogliere già l’ultima settimana di agosto con un quantitativo di resina che però diventa più importante se le lasciamo godere qualche nottata di settembre, quando la temperatura scende, intorno ai 6 gradi ed il giorno sale a 25. In Indoor, tutto cambia, segno che molto materiale genetico ancora non ha raggiunto l’omozigosi: Questa è la nostra salvezza! Le piante stranamente non tendono a “stretchare” affatto sotto la 600 watt, ma probabilmente, il loro adattarsi a poco nutrimento, ha fatto si che tendano all’overfertilizzazione. Stesso discorso vale per l’apporto idrico di cui non sembreranno mai carenti. La fioritura, precoce e veloce vista in out, si esprime in indoor con la possibilità di sessare già dopo 24/48 ore dal cambio del fotoperiodo e di “fare bottino” già dopo appena 6/7 settimane con fiori ben areati. Una certa quota di ermafroditismo, in fase tardiva di maturazione, è presente se non si possiedono le condizioni migliori; frutto dell’autoimpollinazione perpetrata nel tempo e scatenata dal“disagio” dovuto al totale cambiamento delle condizioni ambientali. Nulla di preoccupante comunque e pochissimi fiori (1%) impollinati. Segno di probabili fiori maschili sterili. Le produzioni sia in “in” che “out” sono buone e soprattutto stabili, attestandosi rispettivamente sui 250gr a mq (600w), e 150 gr a pianta in out. Per quanto concerne i sapori, in“out” portano oggi con se la semplicità di un vegetale autoselezionatosi alla sopravvivenza e non alla produzione di resina. Una ottima concia è quindi non utile, ma necessaria per far sparire quel particolare aroma che Filogreen definisce “pajetta”.

Gli odori, di contro, sono molto accentuati soprattutto verso uno speziato aromatico di conifera, fresco quasi balsamico, tanto pungente che all’annusarlo, le vie respiratorie sembrano trovare aria nuova da veicolare, proprio come i ben più noti antistaminici. L’effetto è stato dai “più anziani assaggiatori”definito”quello di 20 anni fa”, con un high poco pronunciato, ma un pacifico stordimento che dura ore senza eccessi, senza gambe tagliate o viaggi mentali interplanetari. Lei è così: ricca, elegante, piena di virtù, ma umile e sobria. Di certo, Leonida non rappresenta una buona produttrice di fiori e resina, ma le informazioni genetiche che porta seco potrebbero permettere di migliorare altre varietà che necessitano invece di temperature miti, molta acqua e magari hanno scarsa resistenza ad insetti e muffe. Per concludere, la ricerca di varietà autoctone in Italia è impresa ardua, ma per questo una sfida affascinante e stimolo per chiunque senta la sana necessità di conoscere: perché non si vive di solo fumo.

Psycogreen

 





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